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In-tolleranza stat virtus

Pasquale Manella di Pasquale Manella
9 Novembre 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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Perché una società tollerante possa esistere, allora dovrebbe essere intollerante nei confronti dell’intolleranza. – K. Popper

In altre parole: può una società tollerante permettersi di non tollerare gli intolleranti, senza diventare essa stessa intollerante? Per provare a ovviare a tale paradosso i tedeschi accettarono di essere insofferenti, piegandosi alla Entnazifizierung (denazificazione), voluta dagli alleati per liberare da ogni residuo dell’ideologia nazionalsocialista la società, la cultura, la stampa, l’economia, la giustizia e la politica dell’Austria e della Germania. In questa stessa ottica, poi, potremmo probabilmente interpretare come ultimo, grande e definitivo atto di Entnazifizierung, l’evento che per eccellenza ha segnato il passaggio dal XX al XXI secolo, ovvero la caduta del Muro di Berlino nel 1989, la cui eliminazione ha consentito non alla democrazia, ma al mercato di passare dall’altra parte, permettendo alla nazione teutonica di riunificarsi, lavarsi definitivamente la coscienza dalla sporcizia del proprio passato e tornare a essere perfettamente presentabile sul piano internazionale, riconquistando di riflesso una posizione di preminenza su quello europeo, in funzione atlantista.

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Dalle nostre parti, invece, ci siamo limitati ad attuare la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione Italiana, che vieta la riorganizzazione del partito fascista, attraverso l’approvazione della famosa Legge Scelba (n. 645/1952) a cui fece seguito nel 1993 la Legge Mancino. È così che finora siamo riusciti a evitare il peggio.

La Legge Scelba si pone come obiettivo quello di colpire coloro che promuovano o organizzino sotto qualsiasi forma la costituzione di un’associazione, di un movimento o di un gruppo avente le caratteristiche e perseguente le finalità di riorganizzazione del disciolto regime fascista e coloro che pubblicamente esaltino principi, fatti o metodi del fascismo o le sue finalità antidemocratiche. Ma poiché le questioni vitali con cui intasare il Parlamento sono le desinenze dei nomi al femminile relative a professioni fino a oggi pronunciate solo al maschile, piuttosto che la lotta animalista della Brambilla mostratasi incinta sul palco del Teatro Dal Verme di Milano, o il ravvedimento della Ministra all’Istruzione Valeria Fedeli a seguito dell’infelice sequenza di news un po’ fake un po’ no rilasciate in libertà durante l’estate in merito alle future e progressive sorti della scuola pubblica italiana, come non occuparsi dell’introduzione dell’art. 293-bis nel Codice Penale a opera del deputato PD Giuseppe Fiano?

Scherzi a parte, proporre, modificare e far approvare una legge contro l’apologia di fascismo è sempre cosa buona e giusta, tuttavia farlo in aggiunta a quelle già esistenti e perfettamente in grado di assolvere al compito per cui sono state pensate, scritte, approvate e dunque regolarmente firmate per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, potrebbe risultare alquanto farraginoso. Ma allora perché discutere e portare in Senato per la sua approvazione definitiva una nuova legge per scongiurare il rischio di apologia del fascismo, nazifascismo e affini? Semplice: per far dimenticare ciò che resta di quel che siamo stati, evitando così di prefigurare quel che potremmo tornare schifosamente a essere.

Quel che potrebbe venire cioè a prefigurarsi, nel tentativo di adeguarsi ai tempi, introducendo per altro aggravanti inerenti l’apologia esercitata su base telematica, altro non è che il sottovuoto di una campana di vetro legislativamente imposta per giustificare processi alle intenzioni inducendo, soprattutto nelle future generazioni, un pericoloso nonché complessivo reset di tutte quelle forme di bestialità da cui siamo finora riusciti, tutto sommato, a preservarci. Per non parlare di quel gusto per il proibito che, se adeguatamente solleticato, molto spesso amplifica ed esalta proprio quei lati oscuri su cui si vorrebbe provare a gettar luce. È infatti proprio in virtù della virale presenza all’interno di una società (di)segnata anche da simboli a cui il fascismo è riuscito a dar forma che siamo stati in grado di vaccinarci e difenderci da certi maldestri tentativi di ricostituirne gesta e strutture.

Dopotutto, tolleriamo le “folcloristiche” perversioni anti-meridionaliste e anti-immigrazioniste degli odierni insulti padani, volti a disintegrare l’unità dello Stato repubblicano, quindi perché mai non dovremmo sorridere di un gioco nostalgico che si nutre dei gadget e della retorica del saluto romano? In sostanza, è solo ammettendo il suo opposto che un Paese saldo nei suoi principi democratici difende la sua superiorità etica e dunque se stesso dagli attacchi di chiunque tenda a minarne le fondamenta istituzionali dall’interno.

Così come dal paradosso leghista non si potrà mai guarire generando altri speculari paradossi pseudo-leghisti, ma al contrario riconoscendosi nei valori comuni di una storia unitaria che non faccia passare gli oppressori per oppressi vilipesi e gli oppressi per oppressori parassiti, allo stesso modo non potremo mai guarire dal fascismo nascondendolo sotto il tappeto della repressione, poiché questo significherebbe semplicemente illudersi di averlo rimosso, dimenticando che Hitler non è così stupido da ripresentarsi nuovamente sulla ribalta assumendo esattamente le stesse sembianze, cosicché qualora dovesse malauguratamente tornare a farci visita, non sapremmo riconoscerlo.

Se è vero che la legge non ammette ignoranza, la proposta di Fiano corre il rischio di esaltarla. Significherebbe cioè fare presunta opera di Entnazifizierung, senza però trarne gli stessi vantaggi di cui sta godendo in questa fase di déjà vu storico la Germania. Al contrario potrebbe voler dire per noi subire una pura e semplice ritorsione culturale che getterebbe ulteriore discredito su ciò che già non riusciamo normalmente a essere.

A un popolo senza memoria non è dato esser popolo, ma massa acritica al seguito del primo pifferaio di turno e, purtroppo, in questo noi italiani riusciamo a superare persino i tedeschi, all’insegna di quel tanto infame, quanto intramontabile trinomio che continua a volerci raccontare come ingordi divoratori di spaghetti, sudici portatori di mafia e cicaleggianti suonatori di mandolino, costringendoci ad auto-vituperarci per poi immediatamente auto-assolverci dentro la cornice di un quadro nazional-popolare tramite cui continuiamo a crogiolarci nel dipingerci come brava gente.

La questione è tutta qui e in questo consiste la fondamentale ipocrisia dell’introduzione dell’art. 293-bis, passata alla Camera e in attesa di lettura al Senato. Se diventasse legge dello Stato, allora sì che ci toccherà vivere in un Paese che, oltre a cancellare un pezzo della sua storia, per quanto nefasta, cancellerebbe la memoria proprio di quel ventennio da cui si ha la pretesa di difendersi per apparire più civili.

E allora, senza scomodare Orwell e il Grande Fratello con il suo Ministro della Verità, il problema è ben più profondamente socratico: ????? ?????? (gn?thi sautón = conosci te stesso) e poi decidi se conta di più essere o apparire. La scelta è chiara, nella società delle apparenze conta molto di più sembrare antifascista che esserlo. Forse è per questo che non riusciamo ad accorgerci che la legge con cui si avrebbe la pretesa di preservarci dal perpetrarsi di un immaginario intriso di simboli riferiti a un tempo fortunatamente passato, potrebbe diventare essa stessa la farsesca fenice da cui farlo pericolosamente risorgere, seppur con altre sembianze.

Impariamo a guardarci allo specchio, vergogniamoci per quel che siamo stati e spaventiamoci di fronte a ciò che potremmo tornare a essere, serenamente consapevoli del fatto che la più grande vittoria del diavolo è far credere che non esiste.

O tempora, o mores. Senatus haec intellegit.

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