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Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo

Francesca Testa di Francesca Testa
6 Febbraio 2018
in Lapis
Tempo di lettura: 3 minuti
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Camicia rossa, giacca nera, jeans e scarpe Clarks: è così che veste Dylan Dog, l’indagatore dell’incubo. Creato da Tiziano Sclavi – che si è ispirato esteticamente all’attore Rupert Everett –, il personaggio, le cui storie sono state pubblicate a partire dal 1986 da Sergio Bonelli Editore (prima Editoriale Daim Press), è un ex agente di Scotland Yard, dal passato poco conosciuto, misterioso, avvolto in una dimensione surreale. Ed è proprio questa dimensione onirica, il sogno, ma soprattutto l’incubo, a interessare, personalmente e professionalmente, il protagonista del fumetto.

I suoi clienti non sono mai comuni, bensì sono sempre personaggi colpiti da “qualcosa” di soprannaturale come zombie, spettri e mostri. Dylan Dog, infatti, aiuta e ascolta tutte le persone ritenute pazze o non credute, quelle che raccontano storie incredibili, talmente assurde da scivolare nella follia. Ciò che conta per l’indagatore dell’incubo non sono i soldi, ma è la paura, così inspiegabile, irrazionale e allo stesso tempo così affascinante, l’ignoto di cui egli stesso ha timore. Anche l’ex agente, di certo non un eroe invincibile, può fallire e non “risolvere” un caso. L’orrore non sempre sparisce.

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Un uomo ironico che ama le donne, impulsivo e problematico. Tanti sono i dubbi che ha su se stesso e sul mondo, un investigatore che odia la violenza, che ama suonare il clarinetto e che si diverte a costruire il modellino di un galeone che probabilmente non terminerà mai. Nonostante ciò che affronta ogni giorno, sembra che ancora non riesca a credere all’esistenza del soprannaturale. Non a caso, il suo motto è Non ci credo, ma ci spero.

Il personaggio dell’omonimo fumetto avrebbe dovuto essere un detective solitario, senza una spalla comica che invece c’è, eccome: si tratta di Groucho, miglior amico di Dog e ufficialmente suo assistente, il cui unico compito è quello di lanciare, al momento giusto, la pistola che custodisce. Un compito che, tuttavia, non gli riesce bene. Spesso, infatti, dimentica di caricarla, altre volte, invece, non la trova oppure finisce con il colpire Dylan in piena faccia. L’aiutante non ha età, ha il viso di Groucho Marx, non prende nulla sul serio, fa irritare o scappare i clienti e fa la corte a ogni ragazza che gli capita a tiro.

Le avventure dei due si svolgono quasi sempre in una Londra dei giorni nostri e abbracciano il genere “fantastico” da tutti i punti di vista: partendo dall’horror sino ad arrivare alla pura fantascienza. Spesso, però, questi racconti non sono soltanto mera fantasia, ma un pretesto per affrontare tematiche sociali importanti quanto reali: la droga, la discriminazione, il razzismo e la violenza. Un impegno civile così importante da rendere Dylan Dog il personaggio scelto come testimonial di campagne pubblicitarie contro le sostanze stupefacenti e l’emarginazione razziale.

Un fumetto sa essere speciale se il suo modo di raccontare diventa unico, particolare. Dylan Dog è un’alchimia di generi diversi, spesso opposti tra loro, mescolati da una formula di mistero, difficile da ripetere. Un vero e proprio trionfo dell’opera italiana che, dal 26 settembre 1986 – quando uscì il primo numero, L’alba dei morti viventi –, lo ha visto diventare pian piano un “fatto culturale” e di costume, entrato nell’immaginario collettivo.

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