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“The Sandman”, il potere del sogno

The Sandman inizia con la cattura del Signore dei Sogni, Morfeo, da parte di una setta di stregoni capeggiati dal Magus Roderick Burgess, ossessionato dall’idea di intrappolare la Morte e piegarla al suo volere. Sogno viene scambiato per Morte ed è già in questo brevissimo accenno di trama che si può cominciare a guardare in quel profondissimo pozzo di significati che è The Sandman.

Cosa vuol dire, infatti, scambiare il sogno con la morte? Quando pensiamo a una buona morte, pensiamo a qualcosa che si avvicini a un lento e dolce scivolare dalla vita, alla vita sognata, al sonno eterno. La speranza di una buona morte ha, dunque, a che fare con il sogno ed è, anzi, sogno vero e proprio (nella misura in cui decidiamo di intendere il sogno in senso lato, nella sua accezione di desiderio sopito che ci fiorisce dentro dove nessuno può guardare). Ma non è questo, ovviamente, l’unico nesso. L’atto stesso del dormire somiglia, nella sua apparente immobilità, alla morte e mentre si dorme, con i sogni, trascendiamo lo spazio tangibile e comprensibile del mondo vigile per addentrarci in qualcosa di molto più oscuro, in cui i confini fra vita e morte non sono poi così netti e neppure c’è bisogno che lo siano, perché in quel luogo rispondiamo ad altre leggi, ad altri richiami, ad altre narrazioni.

Di The Sandman è prodigiosa la capacità di trascinare nel reame onirico regalando un’esperienza molto simile al sogno vero. Le terre di Morfeo e i suoi abitanti sono lì e sfidano ogni nesso causa-effetto, ogni limite. Esistono come esistono le cose nella nostra immaginazione: sono e basta.

La prima volta e ogni volta che prendo fra le mani un volume a fumetti di The Sandman per leggerlo, mi pervade l’impressione di fluttuare fra le tavole. Lo sguardo non segue quasi mai il percorso obbligato di una griglia, ma si perde nel tratto tremulo di una ruga d’espressione di Sogno degli Eterni, si sofferma nei dettagli sullo sfondo le cui ombre celano, di solito, importanti indizi. Sogni e incubi antropomorfi sembrano assalire il lettore dal loro ritaglio nel bianco, usurpando ogni fantasia, accorciando la distanza fra il mondo reale e la finzione di carta, fra quest’ultima e l’artificio del sogno.

Ecco, la serie tv di The Sandman riesce a conservare in parte questa fluidità, questa naturalezza in cui il sogno disegnato diventa sogno raccontato dalla cinepresa e dalla cgi. Nell’utilizzo della computer grafica (senza l’ausilio della quale probabilmente non sarebbe neppure stata possibile la trasposizione) sta il primo vero limite della serie Netflix.

Sebbene venga prestata grandissima attenzione (soprattutto nei primi episodi) alla resa su schermo di alcune delle immagini più iconiche del fumetto (un esempio maestoso è la liberazione di Sogno dalla sua prigionia), le scene realizzate in cgi tendono a ricondurre The Sandman all’immaginario già noto e ben frequentato dagli appassionati di film e serie tv fantastiche, a differenza del turbinio che si sperimenta con la lettura del fumetto, dove le matite di Sam Keith e Mike Dringenberg e gli inchiostri di Malcom Jones III distorcono continuamente la materia del racconto. Forse proprio per questo, per scongiurare un appiattimento della ricchissima estetica del regno di Sogno, la serie si è affidata il più possibile a set costruiti dal vivo, con la consulenza dello stesso Neil Gaiman e dell’illustratore Mike Dringenberg, e la lunga lista di creature demoniache, mostruose, magiche è composta da attori in costume e protesi di scena.

Oltre alla serie tv, The Sandman vanta anche un glorioso adattamento podcast, produzione Audible in più lingue recitata da un cast di tutto rispetto. Nelle sue tre vesti, ciascuna diversa, singolare, multiforme, la storia raccontata da Neil Gaiman riesce a mutare pelle come il suo protagonista. In quest’ottica, anzi, ogni adattamento di The Sandman rischia di essere assolutamente fedele all’originale, perché la mutevolezza è nella natura di Sogno degli Eterni.

Di Morfeo, infatti, la prima cosa che si impara è che assume l’aspetto che il sognatore gli attribuisce. Il Sovrano dei Sogni è, al contempo, contenitore di fantasie e in esse contenuto: padrone indiscusso del dipanarsi notturno e oscuro delle storie ma anche abitante del suo reame, suddito della capacità umana di inventare e sperare. È questo che permette a Morfeo di permeare anche vicende che non lo riguardano direttamente: il protagonista, l’eroe sotto il cui nome si raccolgono i destini di altre creature di fantasia, è spesso assente dalle strade maestre della narrazione e compare più che altro come veicolo, come risolutore ultraterreno in materia di problemi e controversie che occupano lo spazio liminale fra il reale, l’eterno, il fantastico, la possibilità, l’inferno. Più che indagare la natura del suo immortale protagonista e della famiglia disfunzionale degli Eterni (che annovera, oltre a Morfeo, Morte, Destino, Desiderio, Disperazione, Delirio – un tempo Delizia – e Distruzione), indaga e si interroga sulla natura umana, sulle speranze taciute, i desideri repressi, le parole mai pronunciate, il dolore ricacciato in fondo all’anima, la rivalsa agognata, la vendetta non consumata.

Nel mondo del sogno si può entrare solo attraverso l’artificio (del resto, Morfeo crea i sogni come farebbe uno scultore con la sua arte), e così quest’ultimo diventa letteratura, in essa si solidifica. L’opera di Gaiman attinge a piene mani dalla materia poetica del mondo e l’universo onirico si popola dei Faerie shakespeariani, di gironi danteschi, delle creature demoniache del Paradiso Perduto di Milton, di personaggi della tradizione biblica, della mitologia greca, egizia, norrena. Lucifero e Calliope sono solamente due dei personaggi che interagiscono con Sogno degli Eterni.

Il primo (ispirato al poema miltoniano e a David Bowie nella serie a fumetti, interpretato da Gwendoline Christie nell’adattamento Netflix) occupa lo stesso piano immateriale di Morfeo, che in più di un’occasione è costretto a fargli visita all’inferno. La vicinanza fra sogno e inferno è, come tutto nell’opera gaimaniana, simbolica poiché la paura della punizione divina ed eterna è conseguente o forse compresente al sogno di completa salvezza. La seconda è protagonista di un episodio extra rilasciato qualche giorno fa. Ex sposa di Morfeo, Calliope viene rapita e tenuta prigioniera, nel mondo contemporaneo, da uno scrittore che abusa di lei per strapparle l’ispirazione e dare vita a romanzi sublimi.

Con una buona dose di gore, operazioni di discesa nell’inferno del subconscio umano sono episodi come 24 ore, in cui John Dee, reso folle dalla prolungata esposizione al Rubino magico di Morfeo, manipola come marionette gli avventori di una tavola calda, costringendoli a una sorta di trance sonno-veglia in cui poter espletare tutte le loro più nere pulsioni. John Dee è convinto che siano i sogni a rivelare la realtà di un uomo, che tutto ciò che avviene nel mondo della veglia sia una farsa recitata per convenzione, per salvare le apparenze. Come si comporteranno, dunque, gli uomini, liberati da un dio indulgente del giogo della coscienza?

Speculare a 24 ore è invece Il battito delle sue ali, l’episodio in cui viene presentata la sorella di Sogno, Morte. Qui, Neil Gaiman sovverte l’immagine del Tristo Mietitore e affida a Morte un ruolo empatico, genuinamente vitale, di cura. Morte occupa un altro spazio di confine: quello della vita che finisce. Accompagna le persone nel percorso di accettazione della loro fine. Laddove John Dee teorizza nell’uomo privato della coscienza una creatura malvagia, Morte mostra compassione dinanzi alla paura umana e nell’umanità legge bellezza. Davanti alla fine, infatti, si sostanzia un altro genere di liberazione: le sovrastrutture che ci dominano, la recita per salvare le apparenze, perdono di significato e si resta nudi di fronte all’essenza. La farsa non viene sostituita dai manipolatori sogni di thanatos di un uomo deluso e ferito, ma dalla verità che ciascuno porta con sé.

The Sandman mette sovente di fronte a un grande ossimoro: la capacità umana di immaginare e costruire con la mente interi mondi e la sostanziale cecità alla particolarità e irripetibilità dell’esperienza altrui. Siamo universi immensi e inaccessibili. Le storie, però, i sogni, aprono porte e fanno penetrare la luce.

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