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Tempi duri per la sinistra

«’Sti poracci oltre a essersi fatti la navigata, la sosta, ‘mo se stanno a fa’ pure dieci ore de’ pullman e quando arrivano qua se devono trovà pure sta rottura de coglioni de quindici fascisti»: è un messaggio chiaro e diretto quello di Ivano, rappresentante antifascista in risposta al gruppo di militanti di Casapound e affiliati che protestava contro l’arrivo dei cento migranti a Rocca di Papa dopo l’odissea di dieci giorni sulla nave Diciotti. Ai microfoni di La7, l’intervistato si oppone a tutto ciò che il nuovo governo sembra amare: fascismo, razzismo e omofobia. Allo stesso modo, pochi giorni fa, in Puglia, alcuni bagnanti si sono scontrati con i missionari leghisti in difesa dei venditori ambulanti. D’altronde, i blitz che i neofascisti stanno facendo sono sempre gli stessi: contro l’abusivismo in spiaggia ma mai contro quello degli amici camerati nelle loro sedi ufficiali, come nel caso dell’edificio occupato da anni nel pieno centro di Roma da Casapound, con tanto di vista su Santa Maria Maggiore e Stazione Termini dietro l’angolo.

Così come Ivano, quindi, c’è un’altra Italia che vuole rispondere e lo sta facendo con parole elementari, chiare, le stesse che la sinistra sembra aver dimenticato per preferirle a grandi terminologie e arzigogolato stile retorico, proprio ciò che l’ha allontanata dai suoi elettori. L’italiano medio, infatti, è stanco di considerare la politica un’arte, con quest’ultima che non è più l’abilità di persuadere con la parola ma diventa, dovuto anche alla mediocrità dei discorsi del governo giallo-verde, la risoluzione a tutti i problemi della vita. Nessun dato è più chiaro di quello delle elezioni del 4 marzo: la sinistra è stata votata principalmente nelle grandi città e dai ceti medio-alti, ma se il vecchio partito dei lavoratori inizia a rappresentare le élite, significa che qualcosa non ha funzionato, significa che esso non è più in grado di farsi capire da una grande fetta del suo elettorato, lasciando spazio a nuovi partiti dalle grandi idee ma dalle poche e divergenti azioni.

Intanto, mentre le masse vengono aizzate per sviare l’opinione pubblica, creando così una guerra tra poveri, la sinistra in ruolo di opposizione dà gli ultimi sprazzi di vita. A parlare sempre e solamente per conto del Partito Democratico è Maurizio Martina, come se ne fosse l’unico membro e non il massimo rappresentante, cosa ben differente. Ma gli altri che fine hanno fatto? Di Renzi sappiamo che ha appena iniziato le riprese del suo documentario su Firenze, Bersani invece si è ritirato dalle scene nel momento in cui forse ce n’era più bisogno, D’Alema ha deciso di passare a miglior vita con Liberi e Uguali, mentre Veltroni richiama la sinistra a quello che non è mai riuscita a fare: essere un fronte unito. In tutto questo disordine, allora, Martina, più per dovere che per scelta, è costretto a combattere ciò che rimane di una compagine che suscita fischi e rabbia ma non ancora indifferenza.

Solo pochi giorni fa, Marco Minniti, ex Ministro dell’Interno, ha dichiarato al programma In Onda di La7 che per costruire un’alternativa valida, il PD deve fare il più rapidamente un congresso, di fronte a una sfida politica il Partito Democratico deve chiamare la sua comunità per discutere e decidere. Per farlo, però, gli storici del gruppo dovrebbero accorgersi di ciò che li circonda: una nuova generazione pronta a raccoglierne i resti. Ancora prima dei vecchi, infatti, i Giovani Democratici, nelle loro piccole realtà dello Stivale, si sono resi conto dell’allontanamento della sinistra, proponendo di rimettere al centro della sua attenzione il lavoratore al fine di recuperare consenso ed essere un’alternativa credibile al governo in carica, alternativa che a oggi manca. Un esempio evidente è l’intervento del ventunenne Nicholas Ferrante, giovane militante della provincia di Avellino, che in un incontro nazionale del PD dello scorso marzo ha denunciato il sistema marcio e clientelare della sinistra, affermando che gli storici elettori avessero prediletto il MoVimento 5 Stelle proprio per liberarsi di quel meccanismo errato. Un partito, quando si allontana dalle ideologie che ne hanno permesso la nascita, va riportato sulla giusta strada ed è solo dai Giovani Democratici che il PD può sperare di ripartire.

È dalle parole chiave di Ivano, dunque, coniugate con le idee e la propositività dei ragazzi militanti, che l’attuale opposizione deve ricominciare per riavvicinarsi ai suoi elettori. Bisogna andare avanti e riorganizzarsi, apprendere dalla sconfitta subita alle elezioni, perché è folle pensare che chi ha affossato la sinistra in questi anni possa essere lo stesso in grado di farla rinascere. C’è un’altra Italia che si sta svegliando e ve lo sta chiedendo. È l’Italia di tutti noi come Ivano, che non siamo tra quei 60 milioni che voterebbero Salvini alle prossime elezioni e crediamo nel vero cambiamento, fatto di pace, integrazione e benessere comune. Un Paese che crede che scontrarsi con colui che viene dal mare sia solo una guerra tra poveri. Quello che rinnega il fascismo perché sa che Mussolini ha fatto anche cose buone è solo una favoletta che ripetiamo a noi stessi per legittimare un passato sbagliato da cui ancora non riusciamo a imparare.

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