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“Supino”, una fisarmonica di nomi

Supino è un bellissimo “leporello” (libro stampato a fisarmonica), sponsorizzato dal Comune omonimo in provincia di Frosinone e contenente circa cinquecento nomi di supinesi, inventariati mediante il “contronome”. L’abitudine è antica: i Lentuli e i Fabii erano chiamati così in quanto coltivatori di lenticchie e fave.

Chi vive in un piccolo centro italiano (ma il discorso vale per tutto il mondo antico e contemporaneo) sa bene che non è possibile individuare qualcuno senza ricorrere al contronome. Ed eccoli qui i Ciaciotto, Culobianco, Lazzaruccio, Zampalegge, Zuzzìo, Cuccandera, convocati dal poeta Sergio Zuccaro nell’ora del tramonto, quando i Monti Lepini si colorano di viola. Ogni nome ha il senso di un abracadabra, di una formula magica; ogni personaggio ha lasciato la “Rava” (una rupe da Prometeo) aggirandosi per la piccola pizza supinese. Mentre Zuccaro faceva l’appello, ho mentalmente inserito i contronomi in uso nelle mie parti: Scurpariello, Scupazza, Pùz-puzè, Mangiafico, Baiccone, Tunnariello…

L’operazione di Zuccaro è intensa e interessante, popolare e culta: ognuno dei convocati appare con le caratteristiche contenute nel nome, è  una comparsa scomparsa, un fuoco fatuo, come siamo tutti, come le stelle dei Lepini, per l’occasione in divisa d’ordinanza.

Quanto al testo, ne diamo un estratto:

In un paese viola dei lepini

ci abitavano ubaldo e adriana

giulio e renata italo e graziella

mariapia e peppe flora e memmino

elvira e dante oscar e lunziatina

compàbruno lorenzo fausto ersilia

don egidio il maresciallocasali

dario caciotto artemisia

lotario eraldo culobianco

scarpona saccoccino ferranti

oreste flaviano pizzolato

il signorino e lazzaruccio

lafrancia giacantiglio maccarono

mezzafemmana zioresto balencono

rachelmo gliuvesco ciocciò

mimmaccuono zampalégge pomenti

trippadagnàllo come dicevano i benpensanti

marino ardente carnadeglio

pallitto zuzzio e canceglio

capocciono capostosto cuccandera

l’ingegner battisti agrimensore

il generaleschietroma e palabrito

deapolis quafisi furnasono

camorgio cacciuno e taccono

bunnardo pollero rafacano

cacciapaglia taccareglio carbono

ndindo faticono barbagiuvagno

Esso fa gioire i linguisti, gli antropologi e, per gli aspetti cognitivi, gli psicologi oltre che gli etimologisti. Ma anche i poeti, che vedono articolare verbalizzazione e immaginazione con la creatività della lingua greca antica, piena di composti. Non siamo a conoscenza di studi su appellativi del genere usati nei Comuni italiani e certamente il lavoro di Zuccaro può iniziare un inventario consentendo di intercettare le costanti  da  “tipi teatrali”.

Il colore viola, che dà l’incipit al testo, è generato da una mescolanza dei sacri rosso e blu, è quello della metamorfosi, del mistero e della magia; introduce il clima del testo, rinvia alla memoria dei poeti e sistema letterario (Biagio Conte) per cui vengono ricordati, leggendo Supino, versi di Alfonso Gatto, Vincenzo Cardarelli, Rilke, Masters, Scotellaro e molti altri.

Ovviamente le numerose persone presenti alla cerimonia hanno fatto ressa per vedere se sul testo a muro ci fosse il nome della propria famiglia. Non ci sono tutti, ma Zuccaro, che si è basato su autorevoli scritti di storici locali, ha lasciato aperta la lista, con la possibilità di ampliarla e, per chi vuole, di inserire con il carboncino, sul muro, il proprio contronome.

La struttura del testo parte dall’illo tempore e a mano a mano registra i nuovi arrivati (fra i quali lo scrivente), gli extracomunitari, tutti quelli ai quali il poeta desidera dare diritto di cittadinanza o che sono in attesa di un contronome. Come in un quadro da Giardino delle delizie, i convocati eseguono un girotondo, così come tondo è il testo: In un paese viola dei lepini…qualche volta d’estate/ la notte era bagnata di lucciole/ trapulata du luccicandrelle/ ci abitavo anch’io.

Era bagnata; ci abitavo: si tratta di un ricordo, forse di un sogno di mezza estate, una rêverie, la stessa che ha avuto chi scrive leggendo Supino: sono nato nella Calabria Saudita, a Catanzaro. Quando avevo otto anni la mia famiglia si trasferì nella provincia di Napoli. Sul registro di classe ero “Grasso Domenico” ma per i compagni di classe ero “Katanza” e, ancora oggi, se voglio catturare lucertole (lćrtl) con un cappio fatto con lungo filo d’erba o sorprendere versi alle spalle o giocare con le figurine Panini riportanti, nel mio immaginario, i volti di poeti o inventori o artisti, dico “Katanza”  ed entro in un’altra dimensione.

Ho, ovviamente, a Supino, durante la cerimonia, detto a me stesso “Katanza” e mi sono visto al tavolo di un bar, con finocchi, castagne, ravanelli, una birra e il toscano acceso, mentre giocavo a tressette con “Euclide, grande suonatore di trombone”, e “Nghippa”, il balbuziente al quale fu affidata la manutenzione dell’orologio del campanile e non si sa se l’infarto lo ebbe vedendo l’orologio fermo o se l’orologio si fermò dopo l’infarto. Intanto, Nghippa dichiara una napoletana a coppe e io sono piombo a questo palo. Siamo in tre, dunque giochiamo a “tressette coi morti”.

Anche la mia città è densa di marchi per identificare migliaia di persone con identico nome e cognome perché i “ceppi” genetici sono pochi: Gennaro Esposito, Salvatore Scognamiglio, Pasquale Picone, tutti presenti ne Le sette opere di misericordia corporale del Caravaggio, a pochi metri dal Duomo e dal sangue di Gennaro. A Napoli, avere lo stesso nome e cognome significa indossare un’unica maschera: un Pulcinella pivettante come prima del linguaggio, caracollante sotto i gigli di Nola.

Tra me e le personae del catalogo di Zuccaro c’è molta intesa. Quando i giovani di Supino (il futuro) hanno tolto il drappo alla grande epigrafe ho istintivamente alzato il braccio come a salutare vecchi amici persi di vista.

“Supino”, una fisarmonica di nomi
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