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Il Fatto

Casini e cambi di casacca: la politica a proprio servizio

Una voce a difesa della Carta Costituzionale: questa la motivazione che il sempre più confuso Segretario del Partito Democratico ha dato al coro di proteste dei circoli bolognesi del PD alla candidatura blindata di Pierferdinando Casini, vista come nuovo affronto dopo quello di Matteo Renzi che lo impose in un collegio sicuro nel 2018.

Non c’è che dire, un altro capolavoro del nipote del potente zio Gianni, una mano tesa ancora una volta a colui che è in Parlamento da quarant’anni con all’attivo ben dieci legislature e già stampella dei governi Berlusconi, Monti e Renzi. Soltanto una tra le candidature più contestate oltre a quelle che nulla hanno a che fare con i territori, come avviene per altro in tante forze politiche, dove non conta più il candidato espressione di una comunità ma il candidato catapultato da realtà del tutto estranee.

Una voce in difesa, più che della Carta Costituzionale, del trasformismo che in questa campagna elettorale ha scritto pagine della vergogna che passeranno alla storia come quelle del peggiore disprezzo delle buone regole della democrazia, dei principi di coerenza e rispetto dei cittadini, a cui hanno contribuito vecchie cariatidi e nuovi volti della politica sempre più mediocre e priva di contenuti. Un trasformismo, quello parlamentare, che lo stesso Segretario del PD ha criticato duramente nel corso di un recente intervento televisivo, un cambio di casacca quantificato in circa trecento in questa legislatura ma che evidentemente non va stigmatizzato per tutti, non di sicuro per quella voce a difesa della Costituzione.

Ancora più tempestivo e di natura opportunistica per non subire l’esclusione dal Parlamento, quello del Ministro degli Esteri ancora in carica, affrettatosi a stringere accordi con un sempreverde Tabacci e un resuscitato vecchio simbolo del partito socialdemocratico ormai estinto da tempo. Cosa più importante, l’accordo con quel PD male dell’Italia, il partito di Bibbiano e dell’escludo categoricamente qualsiasi alleanza che gli assicurerà – salvo sorprese – almeno un seggio.

Un’azione lampo per sfuggire a quel punto inderogabile e principio cardine del no al terzo mandato che – va riconosciuto al fondatore del MoVimento – ha consentito un minimo recupero di credibilità all’ex Primo Ministro Giuseppe Conte, che sembra abbastanza favorito nella corsa elettorale, nonostante la condivisa linea dura salviniana anti-sbarchi e i decreti sicurezza. La ben nota scarsa memoria degli italiani gli consentirà con molta probabilità di arrestare quell’emorragia di perdita di consensi che ha accompagnato l’ex capo politico dei pentastellati.

Al centro continua l’agitazione del sempre più arrogante Carlo Calenda che assicura gli avversari di rappresentare il terzo polo, un’auto-investitura del tutto gratuita e fuori da ogni logica e di un Matteo Renzi euforico: «Io e Carlo faremo il botto» e sappiamo bene come si sono conclusi i botti promessi dal filo-arabo.

La destra, di fronte a un quadro politico frammentato e dalle dubbie alleanze, a giorni alterni fa il suo gioco gettando sul tavolo quelle carte tanto care all’elettorato qualunquista e nostalgico: lotta al reddito di cittadinanza, guerra ai poveri, ai tanti che non hanno un lavoro e cercano di sbarcare il lunario con quanto non basta neanche per pagare l’affitto di casa. Nei primi cinque mesi di quest’anno hanno beneficiato della misura circa un milione e cinquecentomila nuclei familiari con un’erogazione media di 553 euro che ha messo letteralmente in ginocchio il mercato dei nuovi schiavi, quella parte di piccoli e medi imprenditori che pagano a nero una cifra pari o inferiore. Quella parte di imprenditoria che costituisce, appunto, una buona fetta di elettori del partito dato per favorito.

Ancora una competizione elettorale che ai programmi, ai buoni progetti per il presente e per il futuro, preferisce non sanare le eventuali anomalie ma distruggere del tutto quanto di giusto è stato fatto. Un’eventualità, quella dell’abrogazione, che comporterà di certo momenti di tensione e possibili problemi per l’ordine pubblico, lotte di sopravvivenza che ci auguriamo non si verifichino e le cui responsabilità saranno bene individuate in quella politica irresponsabile e provocatoria.

Non è certamente da meno quella che comunemente viene ancora definita sinistra rappresentata dai vari Fratoianni e il sempre meno verde Bonelli, che in nome di seggi da assicurarsi fa patti con il diavolo unendosi al partito dei termovalorizzatori, del nucleare e delle forniture militari. Strategie elettorali da ridiscutere nelle settimane successive al 25 settembre, coalizioni che non saranno più in piedi per procedere ciascuno autonomamente secondo convenienza.

Incertezze e dubbi su un voto che appassiona sempre meno la gran parte di quei giovani poco interessati a seguire la politica, disinformati e scettici, che andranno a ingrossare le file dell’astensionismo o la massa fluttuante che con disinvoltura, negli anni recenti, si è spostata da Berlusconi ai pentastellati, per poi dividersi tra i partiti della coalizione elettorale di destra passando per Lega, Forza Italia e questa volta con molta probabilità a Fratelli d’Italia.

Un quadro deprimente che dovrebbe far riflettere, abbandonando qualunquismo e menefreghismo, quanti nel dubbio continuano a perseguire quella teoria montanelliana del turarsi il naso o, peggio, del cosiddetto voto utile che mai come oggi è praticamente inesistente in una politica dagli apparentamenti di convenienza, dal vuoto ideologico assoluto, da una rappresentanza – salvo casi sporadici – di un pessimo livello qualitativo che non fa presagire nulla di positivo per il presente e il futuro del Paese.

Sia impegno di tutti essere rigorosi nell’individuazione di quelle forze e dei rispettivi candidati dei quali sarà bene mettere a nudo esperienze, fedeltà alla Costituzione, servizio ai cittadini, che abbiano dimostrato correttezza e rispetto di quanto loro affidato nelle istituzioni. Uno sguardo attento e responsabile per non ritrovarci con le stesse cariatidi o giovani esponenti inutili e dannosi che avrebbero fatto bene a seguire l’esempio di Pierluigi Bersani facendosi da parte. Se non lo hanno fatto loro, mettiamoli noi da parte e diamo spazio a quanti ancora credono nella politica come servizio alla comunità e non a se stessi.

Casini e cambi di casacca: la politica a proprio servizio
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