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“Senza” di Caminiti: affrontare la perdita in una conversazione d’amore

Marina Finaldi di Marina Finaldi
21 Giugno 2021
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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Senza di Lanfranco Caminiti (minimum fax) è, sin dal titolo, essenziale. Nella parola presagiamo la mancanza, l’incompletezza, i mille vuoti riempiti solo dal dolore della perdita. Paola, moglie e ossigeno di Lanfranco, muore dopo una lunga battaglia contro un aggressivissimo tumore al colon. Le prime battute del romanzo avvengono nella camera da letto dei coniugi: Paola giace inerme, le nipoti la vestono per la cerimonia funebre. Il lungo monologo che segue, rischiarato dalle istantanee di una vita vissuta pienamente perché pienamente condivisa nell’amore, è arricchito dalle riflessioni del narratore sulla resistenza minerale (aggettivo attribuito sovente alla donna amata) dei legami, inframmezzato dalle impietose incursioni delle incombenze pratiche e burocratiche da sbrigare quando una persona cara lascia questo mondo.

Lori dice che il vedovo è una condizione incompiuta, un momento di vuoto, di assenza, qualcosa che non è ammessa. Qualcosa che negli altri crea dolore, rimozione, fastidio quasi. L’elaborazione del lutto, che in Senza è elaborazione da intendersi come analisi attenta rivolta dal protagonista verso se stesso e ciò che succede fuori di lui, passa inevitabilmente per una presa di coscienza del passaggio di ruolo, a sua volta accompagnato da stravolgimenti negli equilibri dei rapporti con gli altri.

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Il rimedio del nostro tempo contro la morte è quello di fingere che non esista. La rimozione è sistematica e avviene ben prima del momento fatidico, già nella malattia. Nel dolore altrui avvertiamo, mescolata alla pietà, un’incontenibile voglia di sottrarci all’esperienza. La morte, contemplata solo come eventualità astratta, ha invece una dimensione corporea che va e viene affrontata quotidianamente da chi non può più fingere che non esista. Il narratore assiste la moglie in tutti i momenti della sua malattia logorante. Lo fa con un amore paziente, mai commiserante. Paola è cambiata nel corpo, ma di quel corpo lui serba ogni mutamento: la soda bellezza dei vent’anni, la cicatrice del taglio cesareo indossata con orgoglio, la magrezza delle membra e i capelli sale e pepe della malattia sono testimonianza della loro vita vissuta insieme. Tutta la loro vita: nel bene e nel male.

Per certi versi, potrebbe sembrare un romanzo sulla morte, una commemorazione, eppure non è propriamente così. Nel libro, Paola è viva, solida, combattiva, immortale. Caminiti non è certo il primo a riflettere sul potere della parola di fermare il tempo, piegarlo, sfuggire alla fine tra le sue pieghe. Il narratore, dichiaratosi alfiere e cavaliere senza macchia della sua compagna, eroina infaticabile in vita, trafigge le pagine con la penna e vi trae inchiostro denso e scuro come sangue da una ferita profonda e dolorosa.

Le parole sgorgano in una conversazione, un rituale mitico, di cura, che tiene in vita, assieme al ricordo di Paola, anche Lanfranco. Marito e moglie sono avidi lettori. Accade, dunque, che al centro di questa conversazione, di questa lunga dichiarazione d’amore, ci siano altri protagonisti: romanzi, poesie. Soprattutto Horcynus Orca di Sergio D’Arrigo, al quale lo scrittore dedica uno dei passaggi più belli del libro. Nel riflettere sul continuo appellarsi di Caitanello alla moglie morta, Caminiti si interroga, infatti, circa la particolarissima e privatissima abitudine degli amanti a inventare per sé una lingua propria. Nomi nuovi, destinati l’uno all’altra, quasi che il rapporto d’amore sancisca una rinascita vera e propria, un microcosmo a due fondato su una semantica incomprensibile per chiunque altro.

Ogni storia d’amore si sedimenta attraverso un rapporto linguistico, costruisce e istituzionalizza una lingua. Questa invenzione della lingua, così come rende vivi, è atto di rinnovata esistenza nell’altro, anche dopo l’inevitabile destino che attende il corpo. Forse è proprio per questo che il silenzioso abisso lasciato da Paola nel suo lento morire connota le parole di Lanfranco di inconsolabile dolore. Biglietti lasciati da lei nei libri diventano reliquie, la pila di volumi sul comodino resta intatta, lo spazio della casa è saturo del profumo dei suoi vestiti. Lei, però, non c’è.

Chiunque abbia perso qualcuno che ha amato converrà che, forse ancor più delle lancette dell’orologio che continuano a girare, del mondo che ha l’ostinazione di continuare a muoversi in avanti, a infliggere il colpo più crudele sono gli oggetti. Negli oggetti sta sospesa la promessa di un utilizzo che non potrà più avvenire, la conferma dell’esistenza in vita, il fatto irritante del loro persistere inutile. Mentre continua la conversazione con sua moglie, per sua moglie, ci accorgiamo che, almeno in parte, questa è una conversazione senza: monca delle risposte di lei. Di un dialogo, però, pur sempre si tratta: al lettore spetta il compito di colmare gli spazi, di portare con sé un pezzo di questa storia d’amore e contribuire al suo perpetrarsi.

Prec.

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