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Sylvia Rivera: simbolo di Stonewall e madrina dei Pride

Alessandra Trifari di Alessandra Trifari
19 Giugno 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 5 minuti
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In onore del Pride Month, il mese dell’orgoglio LGBTQ+, ci sembra doveroso rendere omaggio ad alcune tra le personalità più influenti della comunità che hanno in qualche modo fatto la storia consacrando la propria vita alle lotte per l’ottenimento di diritti, considerazione e libertà contro soprusi e discriminazioni perpetrati nel corso del tempo da una società intrisa di un eterocentrismo che ancora oggi fatichiamo a debellare. Sebbene il lavoro sia ancora lungo e faticoso, non si può comunque negare il prezioso contributo di rivoluzioni e rivoluzionari, gente comune, fomentata da rabbia e un forte desiderio di autodeterminazione. Personalità come Harvey Milk (Woodmere, 1930 – San Francisco, 1978), primo politico statunitense – ottenne la carica di consigliere comunale di San Francisco – a essere dichiaratamente omosessuale, o Sylvia Rivera (New York, 1951 – New York, 2002) donna transgender protagonista di questo nostro articolo.

Di origini portoricane e venezuelane, Sylvia Rivera è considerata un’icona mondiale nella lotta per i diritti della comunità queer e transessuale, contro i numerosi atti di violenza gratuita da parte della polizia. È diventata il simbolo dei celebri Moti di Stonewall, gli scontri avvenuti tra esponenti della comunità LGBTQ+ e gli agenti newyorkesi nel 1969, all’interno del noto bar gay Stonewall Inn. Fu da questo episodio che nacquero le numerose marce commemorative, oggi più comunemente note come Pride. E cosa c’entra Sylvia in tutta questa storia? Beh, lei era lì. E decise che bisognava mettere fine ai soprusi.

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Orfana e palleggiata tra più custodie, picchiata, persino abusata. Sylvia era sempre stata conscia e fiera della sua identità, sebbene la vita in strada, per una bambina di undici anni, non fosse affatto facile. Si unì alla comunità trans di New York, rispondendo a tono e non lasciandosi intimidire di fronte a figure autoritarie. Quando conobbe Marsha P. Johnson, entrambe organizzarono la Street Transvestite Action Revolutionaries (STAR), arrivando a prostituirsi per poter finanziare la STAR House, una casa per le donne transgender che vivevano in strada – il tutto esposto nell’interessante documentario Pay It No Mind.

Contrariamente a quanto si possa pensare, Sylvia non voleva essere una donna, opponendosi alla narrativa comune che dà per scontato il desiderare operazioni chirurgiche o terapie ormonali. Non amava identificarsi nello specifico, volevo soltanto essere me, diceva.

Il 28 giugno 1969 Sylvia era allo Stonewall Inn, locale gay in Christopher Street nel Greenwich Village, a New York, quando la polizia fece l’ennesimo blitz. Accadeva di frequente che le forze dell’ordine, con la scusa di controlli generali, picchiassero o arrestassero chiunque si baciasse o indossasse abiti non consoni al genere di appartenenza. Pare che Sylvia sia stata una delle prime persone a reagire di fronte a tali vessazioni, lanciando una bottiglia contro la polizia – i dettagli dell’episodio risultano ancora oggi leggermente contraddittori – dando così inizio alla rivolta.

In un’intervista per il World Pride 2000 a Roma – che trovate anche su Youtube – Sylvia raccontò con trasporto le vicende di quella notte. Preferiamo, quindi, lasciar parlare lei:

La notte di Stonewall, la polizia non era pronta a confrontarsi con le azioni che intraprendemmo. Fino a quel momento, pensavano di fare un controllo di routine a un cosiddetto “bar deviato”, controlli a cui la comunità gay era abituata, perché la mafia americana che gestiva a quel tempo i gay bar pagava la polizia una volta alla settimana più di 1000 dollari, in base a quanto guadagnava il bar. Ciò che accadde fu che eravamo stanchi e stufi, e io e le altre persone pensammo che era giunto il momento di fare qualcosa per liberarci.

Come al solito, quando la polizia entrava nei gay bar, le luci lampeggiavano, così da avvertirci. Se ballavamo dovevamo separarci e fingere di stare seduti ad ascoltare musica. […] Loro entrarono e ci dissero di separarci in tre gruppi diversi: i gay da una parte, le lesbiche dall’altra, le trans da un’altra ancora. Dovevamo mostrargli i documenti per dimostrare che eravamo maggiorenni e potevamo frequentare il bar. Le donne lesbiche mascoline, che a quel tempo venivano chiamate “drag-kings”, furono informate che dovevano indossare almeno tre indumenti femminili, quella era la legge fino al 1974. Anche la comunità transgender era sotto la stessa legge ma eravamo trattate dalla polizia come la spazzatura della comunità omosessuale. Ci maltrattavano dicendoci: “Non sai se vuoi essere un frocio, se sei una donna, se sei davvero un uomo”, e se li contrastavi ti arrestavano o picchiavano. Per cui avevamo imparato, negli anni, che era meglio tenere la bocca chiusa. Ma quella notte ne avevamo avuto abbastanza.

Durante la procedura, alcune drag-queen furono arrestate. La normale routine era che il bar chiudeva, sparivano tutti per 20 minuti e poi tornavano perché la mafia apriva i lucchetti entrando con soldi e alcolici e la festa continuava. Ma quella notte, invece di sparire, siamo andati di fronte allo Stonewall e abbiamo iniziato a lanciare monetine alla polizia, chiamandoli maiali e altri insulti e loro non erano abituati a queste reazioni […]. Sapevano che la comunità gay aveva paura di essere esclusa. In un attimo la voce è circolata negli altri bar del quartiere e molti uscirono per aiutarci. Quando la folla passò da 200 a più di mille persone, iniziammo a lanciare bottiglie, rovesciare macchine, qualche drag-queen riuscì a sradicare dei parchimetri e sono volate delle molotov. Erano scontri come quelli che siamo abituati a vedere in TV. La rivolta si è così intensificata che la polizia si è dovuta barricare in un bar assieme a un giornalista del Village Voice, il quale ha poi riferito che l’ispettore capo ha dato l’ordine di tirare fuori le pistole e di uscire fuori sparando.

[…] La cosa più bella di quella sera fu vedere la rabbia di quelle persone picchiate, che avevano sangue dappertutto e che non scappavano. Non ci importava di morire, volevamo lottare per ciò in cui credevamo, era la nostra vita! […] Il giorno dopo, vedere la bellezza della mia gente libera ha significato tantissimo per me.

Nonostante la fama, Sylvia dovette fare i conti con anni difficili e una forte dipendenza da droghe e alcol, alleviata solo grazie alla relazione amorosa con Julia Murray, anch’ella transessuale. Tentò più volte il suicidio, delusa dalle continue discriminazioni anche all’interno della stessa comunità LGBTQ+, che talvolta vedeva le persone queer e transessuali come una minoranza nella minoranza. Nel 2002, all’età di cinquant’anni, morì per un tumore al fegato.

Grazie a Sylvia e ai Moti di Stonewall, ebbe inizio il movimento di liberazione LGBTQ+ che prosegue ancora oggi. Il suo ricordo viene celebrato ogni anno, nel mese di giugno, con i numerosi Pride organizzati nelle varie città. Un momento di unione, gioia, orgoglio e solidarietà ma anche un momento per ricordare la storia. Per conoscere e ricordare chi ci ha concesso un po’ di libertà.

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Alessandra Trifari

Classe 1991. Dottoressa in storia dell'arte e disegnatrice. Scrive da sempre e la sua mente viaggia tra arte, cinema, musica e parità di genere. Dei due sentieri, sceglierà sempre il meno battuto.

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