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Russia, tra guerra e sanzioni. Come sarebbe una nuova stagione sovietica?

Cos’era la Russia prima della caduta del Muro? Com’era la vita nella URSS? È possibile che quanto accade oggi in Ucraina possa ripercuotersi su Mosca al punto da spostare le lancette dell’orologio indietro di oltre trent’anni? Forse. Quel che è certo è che proprio la Russia si augura non sia così.

Il sogno proibito di Putin – mai velato, a dir la verità – di ricomporre la grande nazione rossa sotto la bandiera del Cremlino è un’ipotesi militare che il Presidente accarezza da tempo, una suggestione di tipo politico che potrebbe compiersi (com’è nei suoi desideri) soltanto con il più drammatico degli epiloghi della vicenda in corso di svolgimento a Kyiv, ossia lo scoppio della terza guerra mondiale, il deflagrare di un atroce conflitto nucleare e la vittoria di Mosca.

Quello a cui noi facciamo riferimento, però, non è lo scenario accarezzato dal dittatore ex KGB, ma la ben più probabile recessione della nazione a situazioni politiche ed economiche proprie della URSS. Le sanzioni a cui Mosca è oramai sottoposta dall’Unione Europea e, presto, anche dagli Stati Uniti d’America, stanno dando vita a scene che nell’est del continente non si vedevano da tantissimo tempo e che rappresentano, per la popolazione, un drammatico giro di boomerang che ora volge la propria forza verso chi lo ha lanciato.

Prima di immaginare una nuova/vecchia URSS, va sottolineato come anche all’interno della Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche le differenze sociali fossero estreme, che si vivesse nelle grandi città, nelle periferie, oppure in quella che da Mosca era considerata il fiore all’occhiello della politica socialista, la DDR. Nella Germania, infatti, e in particolar modo in Berlino Est, la Russia vedeva la massima espressione della propria grandezza, soprattutto per quanto riguardava il progresso tecnologico e l’uguaglianza sociale. La quasi totale assenza di disoccupazione, l’istruzione e la sanità pubblica, le grandi fabbriche riuscivano – in qualche caso – a far dimenticare la pressione del regime che teneva, comunque, tutti legati al pensiero unico: la STASI.

L’esclusone di Mosca dal sistema bancario SWIFT e la conseguente inibizione di ogni sistema di pagamento elettronico sta già riproponendo l’affollamento delle persone ai tornelli della metropolitana. Lunghe code si formano alle biglietterie, e anche i distributori automatici (che non accettavano più denaro contante) sono fuori uso. Va ancora peggio a chi, di prima mattina, era abituato a una lauta colazione, oggi già vittima dei rincari su grano e fiocchi d’avena, oltre che sul caffè, che con il procedere della crisi rischia di veder impennare il proprio valore al triplo attuale.

A proposito dell’elettronica – campo su cui USA e Russia non hanno mai smesso di darsi battaglia – l’annuncio da parte delle grandi aziende occidentali di interrompere la vendita dei propri prodotti potrebbe portare tantissimi dispositivi Microsoft o Apple a non funzionare più correttamente, con i pezzi di ricambio che rischiano di diventare introvabili.  Allo stesso modo, la televisione nazionale – con casi drammatici di informazione veicolata – ha soppiantato le varie piattaforme digitali quali Netflix o Amazon Prime. Goodbye Lenin non è più il frutto dell’inventiva di un gruppo di nostalgici.

A tal proposito, non se la passano meglio le nuove generazioni. I social media sono già stati banditi dal governo di Mosca, e i giovani russi risultano, dunque, tagliati fuori dalle comunicazioni col mondo, con drammatiche conseguenze anche nella formazione universitaria, nel progresso scientifico o persino nel semplice scambio di informazioni e relazioni internazionali di quella generazione Erasmus a cui erano stati promessi ponti al posto dei muri, zero confini e un mondo di pace e comunione.

I russi sono uno dei popoli del mondo più dipendenti dal commercio online, in una nuova URSS corrono il rischio di mettersi in fila ai negozi per ogni singolo bene di consumo. Come riportano diversi articoli online, sulle vetrine del grande negozio della Nike dietro la Piazza Rossa è apparsa una scritta che rischia di segnare il passaggio tra ieri e oggi: Fino a esaurimento scorte.

Il sentimento che caratterizzava l’ex URSS era il desiderio. Le nazioni dell’Est hanno passato decenni a guardare agli Stati Uniti, alla Swinging London dei Beatles, all’Italia della Dolce Vita con il sogno di vestire presto quei comodi jeans, le minigonne di Carnaby Street, le camicette della moda milanese. Il look occidentale ha rappresentato una spinta potentissima verso la caduta del Muro e la riconversione dei Paesi dell’Est. Non sta a noi giudicare se l’omologazione dei giorni nostri sia più o meno felice della scarsa scelta di abiti e accessori di cui potevano disporre a Mosca o a San Pietroburgo, ma la libertà di poter scegliere il proprio stile è un qualcosa a cui sembra impossibile pensare di rinunciare, soprattutto per i più piccoli.

Gli effetti sui prezzi che si stanno ripercuotendo anche nelle nostre città in queste ore – con i rincari su pasta, farina e benzina a toccare cifre stellari – risultano ancor più rigidi in Russia, fatta eccezione per il gas. L’impossibilità di volare per gli aerei russi, infine, rischia di rendere impossibile alla popolazione qualsiasi viaggio di lavoro o piacere, con gravissime ripercussioni sul commercio da e per l’Europa, di cui le aziende locali (e non solo loro, basti pensare a quanti prodotti italiani, dalla pasta al vino, vengono acquistati  dai consumatori russi) si nutrono.

È dei giorni appena trascorsi, infine, la notizia che Putin avrebbe dato mandato alla Banca Centrale di vendere parte delle riserve auree del Paese per finanziare l’azione di guerra, mossa solitamente adoperata quando il default è vicino e l’effetto valanga che rischia di propagarsi travolgerà il mondo del lavoro (con ingenti licenziamenti). L’inflazione è alle porte.

Si presenta così una nuova/vecchia URSS, un ritorno al passato fatto tutt’altro che di fasti gloriosi o di grandi nazioni: è questo il domani a cui Putin sta costringendo – per il momento – la propria gente, un futuro di crisi e fame, di isolamento e desiderio, uno scivolone lungo la linea del tempo che non vede l’alba. La repressione del pensiero libero, dell’informazione e dei giornalisti, è il preludio della morte di qualunque civiltà. O della rivoluzione. Anche se oggi, così come allora, sembra un’ipotesi piuttosto improbabile.

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