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Livio Annunziata: «Il surf a Napoli non è più roba da alieni»

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
18 Marzo 2022
in Interviste
Tempo di lettura: 4 minuti
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Sono passati quattro anni da quando, per la prima volta, ci siamo occupati di nuovi sport emergenti nell’area del napoletano, in particolar modo parlando di surf, una disciplina che molti riconducono alle spiagge della California, alle baie dell’Australia o della Nuova Zelanda, e che, invece, è sempre più popolare anche presso i lidi nostrani.

Livio Annunziata, giovane istruttore partenopeo, è uno dei principali promotori delle varie iniziative che gli appassionati mettono in campo per allargare la loro platea, uno dei punti di riferimento cittadini grazie alla sua associazione Surf Your City. Lo abbiamo intervistato.

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Livio, ben ritrovato. Sempre con la tavola sotto il braccio, anche di questi tempi…

«Il nostro è uno sport che si pratica tutto l’anno, non solo d’estate quando – per ovvie ragioni – attira molte più persone. Noi istruttori approfittiamo dell’inverno per le onde che vanno a formarsi e per tenerci in allenamento».

Ripartiamo da dove ci eravamo lasciati, da Surf Your City e il progetto di portare il surf anche qui al Sud Italia. Come procede?

«Gli ultimi due anni, al contrario di come si può pensare, sono stati molto importanti per me e per il movimento. Il Covid ci ha aiutato, ha risvegliato nelle persone quella voglia di libertà e contatto con la natura che davano ormai per scontato. C’è stata una forte attenzione verso lo stare all’aria aperta, per i bambini. Con l’isolamento è esploso ciò che preventivavo, ossia l’attenzione mediatica. Finalmente, anche grazie al fatto che la nostra è diventata una disciplina olimpica, non siamo visto più come alieni. Il progetto è lo stesso di allora, solo più evoluto. Sono nate nuove amicizie, nuove collaborazioni, posso dire di far parte di una famiglia sparpagliata tra l’Italia e l’Europa, a Fuerteventura, con cui organizziamo incontri e gare. Nel frattempo sono diventato istruttore e responsabile della formazione degli istruttori per il Sud Italia, mentre a livello nazionale le federazioni, gli sponsor ora si danno da fare per organizzare gli eventi. C’è stata un’apertura notevole».

In cosa consiste, dunque, il tuo lavoro?

«Ho avviato nuove collaborazioni a livello territoriale, una su tutte con il club TWS di sci nautico di Varcaturo. Pratichiamo con tutto ciò che è acquatico, con le barche, lo sci nautico, il wakeboard, il wakesurf nel mio caso, che sarebbe il surf sulla scia del motoscafo. La bellezza di queste discipline è che sono per tutti e in qualsiasi momento, non c’è età, non c’è sesso, non c’è peso, può partecipare chiunque. Chi non sa fare nulla pensa di esser tagliato fuori, anzi, sottovaluta il vantaggio di non doversi rifare a schemi mentali da destrutturare per imparare, poi, i movimenti di una nuova disciplina. I tuoi muscoli e il tuo cervello partono da un foglio bianco, e si adattano molto più facilmente di quanto puoi credere. Partecipano persone dai 5 ai 60 anni, e abbiamo messo già in campo iniziative bellissime con ragazzini autistici, non vedenti, attività che non abbiamo fatto passare sulla stampa per un discorso etico, ma sta diventando la normalità e di questo sono orgoglioso».

L’onda di legno, invece? Che fine ha fatto?

«Purtroppo quel progetto è morto. Noi e il proprietario avevamo progetti diversi, non ci siamo trovati. Abbiamo regalato quell’onda all’istituto Cuoco, a Salvator Rosa, e ne hanno fatto una piccola attività scolastica, usata per gioco».

Dunque, chiuso quel capitolo, quali sono i progetti che si svolgono in città?

«Abbiamo provato più volte a sensibilizzare l’amministrazione napoletana alla realizzazione di uno skate park con progetti di rivalutazione urbanistica, per il rilancio di alcune zone o piazze abbandonate. Anche se con dispiacere, con l’amministrazione de Magistris non siamo riusciti. C’è un’area perfetta in cui ci alleniamo, che è la cisterna dell’acqua piovana al bosco di Capodimonte, un bene antico ma lasciato a se stesso che noi abbiamo pulito, fornito di bidoni, in cui abbiamo disincentivato frequentazioni non proprio sane. Abbiamo adottato quello spazio ed è diventato il punto di ritrovo di noi appassionati, anche perché risulta funzionale già senza grosse strutture da skate e riproduce perfettamente quella che è un’onda. Purtroppo, però, è gestito dai Beni Culturali e, quindi, non si può fare nulla di più, nonostante almeno ottanta iscritti all’associazione di cui una trentina che frequentano assiduamente».

Con la nuova amministrazione avete già provato a dialogare?

«Nell’amministrazione attuale non vedo tanta giovinezza, diciamo, anche nello spirito. Ci atteggiamo spesso a città europea e, invece, non siamo nemmeno indietro, siamo fuori scia. Non si capisce che mettendo su una cosa del genere, non solo si crea un parco per la città, ma si rivaluta un posto abbandonato, dagli edifici alle piazze. Ci dicono che siamo pochi, senza valutare che se c’è un incentivo ne arrivano almeno il doppio. Il Comune ci aveva provato con il progetto di rifacimento di Piazza Garibaldi, e noi appassionati sembravamo i vecchietti che controllavano l’avanzare dei lavori, non ci sembrava vero! Poi, però, non lo hanno neppure annunciato nel manifesto di lancio: era scandaloso, un fungo circondato da sampietrini, con passamano altezza denti, in mezzo all’incrocio principale della piazza che se una tavola scappa via, finisce in strada, quindi senza cognizione».

Tornando al mare. Che rapporto hai con le onde?

«Con il mare ho trovato una valida alternativa, attraverso il club di sci nautico TWS Napoli di Tobia Cutolo, un club storico. Si tratta di un partner affidabile con cui stiamo cercando di dare una continuità a questo sport e sono certo che, con l’attenzione che stiamo riscuotendo oggi, riusciremo a crescere in tempi brevi».

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