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Il Fatto

Riapertura scuole: basta promesse, servono i fatti

Anno nuovo, problemi vecchi. Mancano poco più di due mesi al suono della campanella del terzo anno scolastico in epoca Covid, eppure il dibattito intorno alla riapertura delle scuole non riesce a placarsi, anzi si fa sempre più acceso.

Tra chi propone di posticipare il rientro in aula a ottobre per promuovere il turismo anche nelle prime settimane di settembre e chi, come Vincenzo De Luca, minaccia di tenere i cancelli serrati se non sarà assicurata la giusta copertura vaccinale, i prossimi giorni rischiano di essere cruciali per riflettere sulla scuola che sarà, soprattutto per fare un primo, vero bilancio del lavoro del generale Francesco Paolo Figliuolo e del Ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi, a oggi ancora offuscati dall’eredità del discutibile duo Arcuri-Azzolina.

Le inefficienze dei mesi precedenti, infatti, sono state solite giustificarsi con gli errori – tanti – dei fedelissimi di Giuseppe Conte: il primo chiamato ad affrontare l’imprevedibilità di una pandemia inaspettata, la seconda a risolvere i problemi atavici di un sistema scolastico che fa acqua da tutte le parti. Entrambi – lo abbiamo sottolineato spesso – rivelatisi incapaci e persino dannosi per il Paese, autori di scelte dispendiose quanto inutili, finite – almeno quelle di Arcuri – al centro di numerose inchieste ancora da approfondire.

Era appena luglio scorso quando ci interrogavamo sull’anno scolastico che sarebbe stato. L’emergenza sanitaria aveva palesato quanto le carenze del sistema d’istruzione nostrano si fossero accumulate fino a rendere gli istituti inospitali e il personale insufficiente. Erano i giorni in cui ci si chiedeva se e quando insegnanti e alunni sarebbero rientrati in piena sicurezza come sbandierato da ogni pulpito. A viale Trastevere sedeva ancora Lucia Azzolina, da Palazzo Chigi Giuseppe Conte si rivolgeva alla nazione rassicurandola sulla possibilità di un’estate all’insegna di una certa normalità. Il mantra, in vista di settembre, era uno e uno soltanto: non ci saranno criticità. E mentre presidi e associazioni di categoria già avvisavano del contrario, nessuno sembrava disposto a prestare loro attenzione. Oggi, che un anno è trascorso e la variante Delta inizia a preoccupare, le incognite si confermano le stesse. Una su tutte: la didattica a distanza sostituirà ancora le lezioni frontali? La risposta, per molti degli addetti ai lavori, si prospetta tristemente positiva.

La variante, infatti, sta crescendo rapida in tutta Europa, addirittura l’agenzia ECDC stima che nel giro di qualche settimana sarà prevalente nel continente e in Italia, lì dove il Ministero della Salute sottolinea quanto siano importanti il contact tracing – finora praticamente inesistente – e il rispetto delle regole che hanno consentito di togliere le mascherine il 28 giugno. La mutazione del virus ha una maggiore trasmissibilità e sembra eludere parzialmente la risposta immunitaria: nelle ultime settimane, i contagi relativi alla variante hanno visto un aumento del 16.8% rispetto al 4.2% del mese di maggio, i focolai si sono registrati un po’ ovunque.

Il quadro – avvertono gli esperti – si evolve rapido e conferma quanto ancora siano necessarie le misure di sicurezza, nonostante il passaggio in zona bianca  e la sensazione di una vita normale mentre si festeggia la nazionale in piazza, quando di colpo le libertà non sono limitate e il distanziamento necessario. Altrettanto fondamentale, però, è procedere con le immunizzazioni, a oggi piuttosto critiche: «La variante solleva preoccupazione perché è più contagiosa e può provocare patologie significative nei soggetti non vaccinati o in chi ha una sola dose di vaccino», ha dichiarato il Presidente del Consiglio Superiore di Sanità e coordinatore del Comitato Tecnico Scientifico Franco Locatelli. «I vaccini stanno funzionando, ma dobbiamo essere certi che si faccia la seconda dose», ha proseguito la direttrice esecutiva dell’EMA Emer Cook.

Al 7 luglio, in Italia, sono stati effettuati circa 55 milioni di somministrazioni con più di 21 milioni di over 12 che hanno ricevuto entrambe le dosi. La percentuale di ciclo vaccinale completo, dunque, si aggira intorno al 40.3% della popolazione. Una stima che va assolutamente migliorata in vista di settembre, quando toccherà alle scuole riprendere le attività. A tal proposito, il generale Figliuolo è tornato a scrivere alle Regioni, allertandole sulla necessità di perseguire la massima copertura vaccinale dei docenti e dipendenti ATA a cui vanno riservate, laddove necessarie, corsie preferenziali, in particolare in quelle aree in cui oltre il 25% del personale scolastico risulta scoperto, come in Campania, Sicilia, Liguria, Sardegna e Umbria.

L’obiettivo, ha scritto Figliuolo, è individuare e recuperare tutti coloro che ancora non sono stati immunizzati al fine di arrivare a settembre con qualche rassicurazione in più. Il timore principale resta quello della falsa partenza, così come avvenuto nel 2020 quando i farmaci non erano ancora in circolazione: «Stiamo lavorando per escludere la dad l’anno prossimo. Ci stiamo lavorando tutti, non solo io. Lavoriamo per una scuola in presenza che dia molta attenzione alla società, c’è il bisogno dei bambini di tornare a trovarsi. Una scuola che però deve essere anche molta attenta a quel recupero di tutte le conoscenze che ovviamente in un anno così difficile sono state più carenti», ha dichiarato Patrizio Bianchi.

Eppure, chi ha una buona memoria sa che queste non sono frasi nuove. Non sono nuove adesso e non lo erano a luglio scorso, poi dopo Natale, quando le lezioni avrebbero dovuto svolgersi tra i banchi e in piena sicurezza. Non lo erano quando Azzolina si ostinava a ripetere che saremmo stati pronti a settembre e che oltre a migliorare gli spazi, il Ministero era al lavoro per far sì che le lezioni potessero essere ospitate altrove. Oggi sappiamo che quegli obiettivi non sono stati centrati. Anzi. La dad che tutti scongiuravano – e che lo stesso Ministro definiva complementare soltanto per gli over 14 – ha sostituito la presenza in aula in uno squilibrato bilanciamento tra attività sincrone e asincrone che ha significato difficoltà di apprendimento per molti.

Già a maggio 2020, Save the Children denunciava il fondersi della povertà economica alla povertà educativa, ossia l’impossibilità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni. 1 bambino su 5 riscontrava problemi nel fare i compiti, quasi 1 su 10 non seguiva le lezioni da remoto o lo faceva meno di una volta a settimana. E non è un caso, forse, che per il prossimo anno – in particolare in Campania (17897 alunni in meno) e Sicilia (quasi 14mila studenti in meno) – si registri un netto calo delle iscrizioni e, quindi, del numero di classi che si andranno a formare.

Se si esclude, poi, ciò che la didattica a distanza ha significato anche in termini di socialità, tanto per i più piccini quanto per i più grandi, non si può ignorare quanto abbia pesato sul corpo insegnante, con la mole di lavoro che è aumentata in modo rilevante, in particolare per le donne (+67%). E, nelle poche settimane in presenza, non è andata meglio nemmeno dal punto di vista sanitario: bypassato il monitoraggio, fallito ogni qualsivoglia tentativo di screening, ignorata la richiesta di un necessario potenziamento dei trasporti, insegnanti e alunni sono stati lasciati alla mercé del caso e alla paura dell’incertezza, tra tamponi negati, quarantene a singhiozzo, regole confuse e una campagna vaccinale annunciata come prioritaria, ma ancora in divenire.

Al netto della variante Delta e di un’immunizzazione che – si spera – verrà conclusa al più presto, possiamo davvero dire che la scuola riprenderà e bene? Possiamo davvero assumerci questa responsabilità? Certo, dinanzi a una pandemia è difficile fare previsioni sicure, ma è dovere intervenire laddove possibile per garantire la tutela dei diritti di ogni singolo cittadino: dalla salute al lavoro, dalla libertà allo studio.

Quali migliorie sono state apportate in questi mesi? Gli istituti sono rimasti fatiscenti, il sistema dei trasporti vetusto, il personale al momento carente, le classi pollaio riconfermate. Possiamo avere fiducia nei prossimi due mesi? Se non vogliamo ripiombare nell’incubo, se non vogliamo che gli sforzi di docenti, ragazzi e famiglie siano stati vani, se vogliamo investire sul presente per un futuro migliore, allora dobbiamo pretendere che si intervenga oggi, non domani, non a settembre, non dopo Natale. Oggi che, forse, qualcosa si può ancora fare.

Un altro anno sta per iniziare, l’ennesimo di un sistema che non funziona. Non funzionava prima, che pandemia era solo una voce sul vocabolario, non funziona oggi, che dovremmo ricominciare. Non funzionava con Lucia Azzolina e, probabilmente – ma qui confidiamo in una smentita –, non funzionerà con Patrizio Bianchi. Non funzionerà finché la scuola sarà percepita come parcheggio anziché come comunità formativa; finché non smetteranno i tagli e i finanziamenti ai privati; finché gli insegnanti saranno visti come fannulloni anziché educatori. Finché l’Italia non capirà che senza scuola non c’è democrazia.

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