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Reddito di cittadinanza: perché sì e, soprattutto, perché no

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
21 Gennaio 2019
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Presentato come la manovra del secolo, la più grande rivoluzione in tema di economia della storia italiana, il reddito di cittadinanza è stato annunciato la scorsa settimana dal Consiglio del Ministri attraverso una conferenza stampa congiunta che ha visto protagonisti il Premier Conte e i Vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che però ha ben pensato di dissociarsi dal provvedimento e farsi immortalare, nella foto di rito, soltanto con il cartello Quota 100, cavallo di battaglia della propaganda leghista, forse conscio dell’impraticabilità dell’operazione dei pentastellati.

È, appunto, sulla misura voluta dal MoVimento 5 Stelle che questo articolo intende soffermarsi, analizzandone la bontà dell’intenzione e i tanti, troppi aspetti di incoerenza rispetto all’idea che una tale manovra dovrebbe prevedere. Che uno Stato sostenga i propri cittadini attraverso una forma di reddito di inclusione, allo scopo di favorire l’inserimento nel mondo del lavoro, è – secondo noi – una misura dignitosa e coerente con la definizione che del nostro Paese si tende a utilizzare più spesso: civile. Il punto, infatti, non è se il reddito sia o meno una mossa valida da parte del governo giallo-verde, i legittimi dubbi, piuttosto, vengono portati a galla dai criteri utilizzati per l’attribuzione e, soprattutto, il metodo attraverso cui controllare a chi verrà riconosciuto e in che modo rispetterà, effettivamente, i criteri d’attribuzione.

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La relazione tra la cittadinanza e la garanzia di una base economica atta a soddisfare i bisogni primari di un individuo appare, nella sua definizione, come una forma di protezione sociale, una peso posto su di una bilancia spesso troppo protesa da un unico lato – quello dei pochi ricchi a discapito dei troppi bisognosi – utile a ridurre il gap tra chi molto possiede e chi fatica, invece, a garantirsi un pasto e un tetto sopra la testa. Ciò che appare leggendo il disegno di legge previsto per il reddito, al contrario, è una misura in controtendenza con i dettami della nostra Costituzione che vuole il diritto al lavoro come garanzia per ogni cittadino della Repubblica, anziché un contributo statale che, così, si configura come un sussidio di disoccupazione e – conoscendo il modus operandi di tanti industriali – un triste incentivo al lavoro in nero.

Difficile non credere che in tanti ci proveranno, che nuovi nuclei familiari si formeranno al solo scopo di rientrare tra gli aventi diritto alla manovra assistenzialistica, che tanti, troppi impresari sfrutteranno l’erogazione del reddito per offrire salari più bassi ai propri dipendenti – ovviamente non normalizzati da regolare contratto – così da garantire al lavoratore una doppia entrata e a se stesso di eludere il versamento delle tasse previste. Quanti padri di famiglia rinunceranno ai propri diritti in materia di occupazione pur di attingere a entrambe le fonti di guadagno, seppur ugualmente inadeguate e immorali?

Il reddito di cittadinanza, così concepito, inoltre, incoraggia la falsa equazione che diseguaglianze economiche e sociali siano qualcosa di naturale. Il povero cittadino avente diritto al conguaglio accetterà automaticamente che qualcuno potrà guadagnare cifre spropositate affinché lo Stato possa prendersi cura della propria condizione di disagiato. Allo stesso modo, nel soggetto si instaurerà una pericolosa cultura del risarcimento e tale discorso può ben essere esteso in tutti quei territori che della misura dei grillini hanno fatto il motivo della loro scalata al Parlamento.

Lo sfruttamento subito nel corso degli anni dalle regioni del Sud Italia, infatti, pare così mitigato dall’erogazione di quattro spiccioli che ripagano i lucani, i calabresi, i siciliani della mancanza di infrastrutture di cui, invece, necessiterebbero anche oltre un sussidio che – a dirla tutta – per i parametri imposti dalla legge sarà raggiungibile da una fetta non così vasta come ipotizzata in prima battuta dal MoVimento. Il fatto che troppe aree del Meridione non siano raggiungibili se non tramite l’utilizzo di treni fatiscenti, viaggi interminabili, che le strutture ospedaliere manchino di macchinari all’avanguardia e personale adeguato, non può e non deve essere rimpiazzato da uno specchietto per le allodole ben congegnato allo scopo di strappare voti a popolazioni disilluse da anni di mala politica e menefreghismo.

Come al solito – e ovviamente ci auguriamo di sbagliarci – gli abili artisti dei magheggi non avranno problemi a garantirsi un’entrata mensile, seppure minima. Famiglie che, attraverso la dignità che ogni giorno le sveglia, stringono sulla spesa, affrontano un mutuo soffocante, e ancora provvedono al sostentamento di figli avviliti da un futuro che non è mai arrivato, continueranno nella loro sopravvivenza silenziosa. Senza chiedere nulla, senza baciamani da voltastomaco.

Di Maio – Ministro del Lavoro – sostiene che il provvedimento porterà le aziende a offrire nuovo impiego. Assunta come dogma la dichiarazione del Vicepremier grillino, perché, a fronte di tanta, improvvisa, disponibilità, non si è pensato di intervenire esclusivamente su quella e rilanciare il Paese come vuole Costituzione, dall’occupazione? Perché non si è pensato di aggredire quelle statistiche di disoccupazione giovanile che portano tanti, troppi ragazzi a scegliere le ali di un aereo come unica speranza?

Il tempo è galantuomo e dirà se avranno ragione loro o – ahinoi – i tecnici vinceranno anche questa battaglia e a pagare sarà, ancora una volta, il popolo beffato. Un popolo che, al momento, accetta ogni cosa come caduta dal cielo, a occhi bendati. La disperazione è tanta ed è a questa che i signori che oggi occupano le poltrone devono la propria affermazione. In un verso, o nell’altro, la speranza è che non ci si svegli quando sarà ormai troppo tardi.

Prec.

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