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#quellavoltache: per una donna non è mai solo una

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
11 Giugno 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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#quellavoltache scrivere un articolo mi è parso faticoso, quasi doloroso, è sicuramente questa. Negli ultimi giorni, da quando in tutto il mondo si fa un gran parlare del caso Weinstein – dal nome del produttore cinematografico statunitense noto a Hollywood e non solo per le sue avance, le minacce e le molestie sessuali nei confronti delle più celebri dive del grande schermo –, è partita sul web una campagna di sensibilizzazione e denuncia dall’hashtag #quellavoltache (#metoo nella variante anglofona), attraverso cui molte donne stanno trovando il coraggio di raccontare, in pochi caratteri, le esperienze personali che le hanno viste al centro di attenzioni non richieste, violenze fisiche e verbali, ricatti e umiliazioni. Dal luogo di lavoro all’autobus, dall’università al supermercato, persino in casa propria o di amici, quando erano appena bambine o giovani ragazze, nessun posto e nessun’età sono stati per loro un porto sicuro. Purtroppo, non lo sono quasi mai, sebbene si faccia fatica ad ammetterlo.

Ci hanno cresciuto, noi nate femminucce, inculcandoci l’idea che essere donne fosse una grande fortuna. Ci hanno taciuto, però, che la società in cui avremmo sviluppato la nostra personalità fosse ancora tanto, troppo maschia, persino misogina, al punto da farci sentire, spesso, come difettate, sbagliate, limitate in un viso e in un corpo più o meno graziosi che, a nostra insaputa, come pubblicità occulta, mandano espliciti messaggi subliminali, inviti a fare di noi ciò che si vuole. E, allora, ecco che se qualcuno allunga una mano o fa un apprezzamento di troppo, nel 2017 ancora ci viene puntato il dito, corredato dalle stesse domande di sempre: Perché non hai denunciato alle autorità? Perché non lo hai detto a nessuno? Com’eri vestita? Non è che gli hai fatto credere qualcosa? Ahinoi, la risposta è già nei quesiti e nel tono di voce di chi li pone: Per quelli come te, verrebbe da ribattere.

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Quelli come te, infatti, quelli che si meravigliano del silenzio femminile, purtroppo, rappresentano la stragrande maggioranza di un sistema che vuole la donna – a partire dalle donne stesse – oggetto di una discriminazione costante, di una condizione di sottomissione che le impedisce di lavorare in un ambiente sanamente competitivo, di essere valutata per le sue competenze professionali, di vestirsi come le pare, di sorridere priva del timore di flirtare, di salire su un autobus affollato senza correre il rischio che qualcuno le stia vicino con fare troppo intimo. Un sistema che le impedisce di vivere.

Dalle testimonianze spontanee sul web, infatti, appare sempre più chiaro come per un membro del cosiddetto sesso debole – altra espressione ghettizzante – possa essere difficile e, addirittura, rischioso, ogni momento della giornata, anche il più insignificante, il meno sospetto. Si legge, difatti, di ragazze inseguite per strada, di mani che non sanno stare fuori dai pantaloni o lontane dalle gonne, di frasi irripetibili, di palpatine rubate, di proposte indecenti, di sconosciuti, di amici, di parenti dalle voglie irrefrenabili. Si legge, inoltre, di una paura incontrollabile, di una sensazione di sporco che non sa andare via, di un’umiliazione svilente, di un disagio profondo, di una sfiducia in se stesse e nel prossimo, di un’insicurezza che causa fratture, di un’inadeguatezza che non passa, di una solitudine che cambia, di un silenzio tagliente, di un salvifico abbraccio mancato.

Se al confronto con la propria immagine riflessa nello specchio, poi, si aggiunge quello con gli altri, la situazione precipita ancora più rovinosamente. I dati parlano chiaro. Stando a un sondaggio di Ipsos Reid, infatti, solo il 18% delle donne che hanno subito un’aggressione di natura sessuale si è rivolto alla polizia, con l’80% di esse che si è sentito, poi, abbandonato o devastato, causando un effetto che i ricercatori definiscono secondo stupro o vittimizzazione secondaria. Per l’Istat, quello che porta alla violenza è un fenomeno ampio, diffuso e polimorfo, accompagnato e spesso anticipato da vessazioni psicologiche e da uno stato di soggezione che riguarda molti più individui di quanto si pensi: solo nel nostro Paese oltre 4.5 milioni di donne hanno subito, infatti, atti sessuali degradanti e umilianti, rapporti non desiderati, abusi e molestie fisiche gravi. I casi che arrivano in tribunale, invece, e, soprattutto condanne che non sembrino rimbrotti banali, sono decisamente molti meno. Il perché è di facile intuizione. Quando una comunità intera ti condanna e le forze dell’ordine ti deridono e intimoriscono, quando i giornali pubblicano i dettagli più crudi, più intimi, più volgari di quei momenti che vorresti non aver mai vissuto, il silenzio sembra l’unica via d’uscita. E, invece, non lo è, è una prigione da cui non si evade. Forse è per questo che adesso, in molte, si stanno affidando a un hashtag, per buttare giù, una volta per tutte, quel cancelletto, per aprire la gabbia della vergogna e tornare libere.

A Hollywood, pare, sapevano tutti delle pratiche di Harvey Weinsten, eppure, per decenni, nessuno ha pensato di dover parlare, né le vittime né gli omertosi complici che oggi mostrano indignazione. Di uomini come lui, di chi abusa del proprio potere e, anche, di chi si volta dall’altra parte, però, ne è pieno il mondo. Così come è pieno di chi troverà una scusante per loro e un’accusa per le donne che hanno subito violenza. Queste ultime, nella maggior parte dei casi, non hanno alcuna notorietà con cui difendersi.

Iniziare a costruire una società fatta da e per tutti e tutte è una priorità a cui non ci si può più sottrarre. È un diritto che ci spetta, quello alla libertà, alla possibilità di essere donna senza farsene una colpa, quello alla vita.

Ognuna di noi, in fondo, quando la sera spegne la luce, nella comodità del proprio letto, ha un nuovo episodio da dimenticare, una sensazione che non la lascia stare, uno sguardo invadente da cui non è riuscita a sottrarsi. Ognuna di noi ha #quellavoltache che per una donna non è mai solo una.

 

 

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