primo decreto quaranta giorni di governo
Il Fatto

Quaranta giorni di governo Meloni e tanti danni

Poco più di quaranta giorni e il solito grido unanime è divenuto ormai lo slogan più utilizzato per dare fiducia all’esecutivo e lasciargli il tempo di lavorare. Eppure, talvolta converrebbe augurarsi il contrario perché in così poco il governo in carica ha già chiarito a quanti, distraendosi, hanno preferito ancora inseguire la Presidente del Consiglio sulla strada dei comunicati e delle puntualizzazioni su il o la Presidente (noi ci atteniamo al corretto uso della lingua italiana), contenuti e principi sottolineandoli con decisione.

Dopo il discutibile decreto anti-rave, a cui il Ministro della Giustizia sta cercando di mettere qualche toppa, è cominciata puntuale la guerra ai poveri con la decisione di abolire il reddito di cittadinanza, una mossa tesa più a colpire la forza politica che comprensibilmente ne aveva fatto una bandiera. A supporto, la solita stampa buona per ogni occasione quotidianamente pubblica i casi di non corretta attribuzione del reddito ai non aventi diritto, appoggiando l’iniziativa di abolizione del provvedimento come a dire che visto che esistono dei falsi invalidi, aboliamo le pensioni di invalidità.

Ma i quaranta giorni della Presidente hanno prodotto anche dell’altro, come, ad esempio, il taglio alle rivalutazioni delle pensioni che i sindacati stimano in tre anni e circa diciassette miliardi dei quarantasette previsti dall’indicizzazione ripristinata dal governo Draghi. E le pensioni minime da aumentare a mille euro come da promessa dell’ex Cavaliere la cui forza politica risulta far parte di questo esecutivo – ma la cui rivalutazione sarà di circa venti euro – che fine hanno fatto?

Le organizzazioni sindacali sembra abbiano capito, seppur con notevole ritardo, che la strategia diplomatica adottata da Landini nei confronti del governo Draghi non porta da nessuna parte e la manifestazione indetta per metà mese a sostegno delle ragioni dei pensionati ne è la prova più evidente. Anche se difficilmente porterà a una modifica di quanto già deciso, l’iniziativa dei sindacati appare come una dimostrazione di solidarietà verso la categoria per giustificare l’ormai inconcludenza e inconsistenza delle proprie azioni e del proprio ruolo.

Ad andare controcorrente non hanno perso tempo i quattrocento deputati che otterranno un bonus di oltre cinquemila euro per l’acquisto di materiale tecnologico per una spesa totale di due milioni di euro. Altri fondi in armi ed equipaggiamenti militari saranno garantiti all’Ucraina anche per tutto il 2023 come da decisione del Consiglio dei Ministri, dopo il via libera della Camera e la grande soddisfazione del Ministro della Difesa e imprenditore di forniture belliche Guido Crosetto. Ulteriori finanziamenti saranno poi stanziati per far fronte al disastro di Casamicciola, dove la classe politica è intenta a rimarcare il solo tema dell’abusivismo per coprire responsabilità, omissioni e connivenze di amministratori locali e non solo, in un’isola incomprensibilmente dei sei Comuni con spreco di risorse per tenere a galla centri di potere e vivai per carriere politiche.

Questo il quadro dei primi quaranta giorni di governo durante i quali, nel sonno delle opposizioni, uno scatenato Calenda non ha perso tempo a cominciare le manovre di avvicinamento alla maggioranza, che già sembra abbiano sortito qualcosa a favore del suo socio fiorentino, ottenendo dal Ministro Nordio un’ispezione alla Procura di Firenze che avrebbe inviato al Copasir atti dell’inchiesta Open riguardante, tra gli altri, il leader di Italia Viva. Un assist al governo è stata la disponibilità a correggere la Legge di Bilancio da parte del Terzo Polo, una manovra in stile renziano dai risvolti futuri più che prevedibili: va aiutata, è nuova nel ruolo, ripetono da quelle parti, come se la partecipazione e la responsabilità negli esecutivi degli ultimi vent’anni non contassero nulla.

Anche l’astensione da parte del Terzo Polo sul salario minimo è un ulteriore segnale a un governo che sul tema si è espresso negativamente, lasciando ben intendere cosa sia per lo stesso lavoro e la tutela della giusta retribuzione.

A questo punto è lecito chiedersi se chi ha responsabilità nelle massime istituzioni si renda davvero conto di quali siano i rischi possibili per la tenuta della sicurezza e dell’ordine pubblico, delle tensioni che prossimamente potrebbero mettere a rischio il Paese in mancanza di un aiuto certo che attualmente garantisce almeno la sopravvivenza minima a numerose famiglie sprovviste di qualsiasi reddito. Una scelta, quella del governo, senza concrete alternative cui si affianca l’impoverimento progressivo dei pensionati in un momento particolare di aumento spropositato e ingiustificato dei beni di prima necessità e delle forniture di energia dai costi insostenibili.

È presto, dunque, per dare un giudizio negativo sull’operato di un esecutivo in carica da soli quaranta giorni capace, però, di fissare alcuni punti coerentemente al proprio programma elettorale? La risposta non può che essere più che negativa, non solo non è presto ma potrebbe essere ormai tardi per un’azione che le opposizioni con una voce unica avrebbero il dovere di mettere in campo in difesa dei lavoratori, dei pensionati, dei disoccupati e dei senza reddito.

A gran voce anche uno stop a questa guerra assurda che appare infinita se sostenuta e incentivata da armi sempre più sofisticate nella mancanza assoluta di un minimo di proposta di un tavolo di pace. Un’iniziativa forte capace di coinvolgere anche altri Paesi della comunità europea. E, invece, da questo governo, come dal precedente, nessuna volontà politica reale pur di continuare a ingrassare i professionisti del mercato e delle lobby delle armi. Anche dalle opposizioni qualche partito partecipa all’allegra brigata.

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