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Il Fatto

Morire di fango, morire di Italia: Ischia, un’altra vergogna

Si dice sempre, nelle ore in cui si consuma la tragedia, che è il momento del silenzio. Eppure, mentre a Ischia ancora si contano i morti, sono in tanti a parlare. Tutti soltanto per fare rumore. Il brusio, presto trasformatosi in voci alte a sovrapporsi, è iniziato nella mattina di sabato, quando il Vicepresidente del Consiglio e Ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha annunciato un numero di vittime subito smentito dal Ministero dell’Interno e dalla Prefettura. In mezzo, i soccorritori, la preoccupazione di chi attendeva notizie dei propri cari, le solite frasi di circostanza di una classe politica che priva il Paese dei fondi necessari a tenerlo in piedi e poi versa ridicole lacrime di coccodrillo. In mezzo, il solito sciacallaggio mediatico e istituzionale.

Inizia, di solito, con un po’ di ritardo. Stavolta, invece, la macchina è partita prima ancora che si potesse capire l’entità dei danni. Che fosse grave era chiaro a tutti; che fosse così grave, invece, non se lo augurava nessuno. Non se lo auguravano gli ischitani, che a pochi anni dal terremoto tornano a piangere i morti, e non se lo augurava la politica, che fa la corsa a deresponsabilizzarsi. Forse, non se lo augurava nemmeno tutta l’acqua che nella notte tra venerdì e sabato scorsi è caduta dal cielo più copiosa del solito. Troppa per un terreno già fragile, poca per annegare il senso di colpa di chi oggi blatera per coprire le proprie nefandezze. Ma è difficile, a Ischia, dire chi l’abbia fatta più grossa. Se il condono del governo gialloverde, i tagli al dissesto idrogeologico del PD di Renzi e Gentiloni o la connivenza dei costruttori locali che hanno edificato su un territorio inabitabile.

Rischio vulcanico, rischio sismico, rischio idrogeologico, abusivismo edilizio. Persino Eduardo, dopo una lite furiosa in Natale in casa Cupiello, paragonava i cocci nel suo appartamento a Casamicciola, terra di alluvioni, frane e terremoti. Il più violento, forse, risale al 1883, quando a morire furono in più di duemila. Poi nel 2006, nel 2009 e nel 2015, altri morti da frana, morti da maltempo, morti da incuria. Come nel 1910, quando diverse alluvioni causarono crolli e dissesti portando alla scomparsa di undici persone. Come nel 1987, quando una roccia si abbatté su un ristorante. Come nel 2009, quando fango e detriti travolsero e uccisero una ragazzina di quattordici anni. Come questo novembre, che la vittima più giovane aveva appena ventuno giorni. Tre settimane e, ancora, nessuna idea di mondo.

È il 2017, però, a far tremare ancora i polsi. Una magnitudo che dovrebbe appena spaventare (4.0), ma che a Ischia significa dolore e distruzione. All’epoca, dopo quattro giorni di errori e smentite da parte dell’Istituto Nazionale di Geologia e Vulcanologia, il professore emerito di Geofisica della Terra dell’Università Federico II, Giuseppe Luongo, disse che il terremoto era avvenuto «esattamente dove doveva accadere e dove sono sempre accaduti storicamente». Persino la tragedia di sabato è arrivata lì, esattamente dove si sapeva che potesse arrivare.

Anch’essa, infatti, si è consumata nello stesso Comune di Casamicciola, là dove 3506 pratiche di condono sono state presentate dagli abitanti in occasione delle tre leggi nazionali di sanatoria. Le altre, dall’isola, sono arrivate soprattutto da Forio (8530) e Lacco Ameno (1910), per un totale di 27mila richieste. 27mila illeciti da legalizzare. 27mila costruzioni di cui nessuno si è accorto: prima, durante, dopo. Dopo le tragedie, prima della deturpazione.

Legambiente denuncia che sono 600 le case abusive colpite da ordine definitivo di abbattimento sull’isola, ma di certo sarebbero molte di più se non ci fosse stato anche il quarto condono, l’ultimo, arrivato nel 2018 per mano di Conte, Salvini e Di Maio. Un modo, si disse, per favorire la ricostruzione. Quale? Quella di allora o quella di adesso, quella che deve ancora venire? Oggi Matteo Renzi se ne serve per screditare l’operato dell’avvocato del popolo, che a sua volta rinnega. L’italiano vivo dimentica, però, il quinquennio di leggi finanziarie, tagli alla sanità, alla Protezione Civile e alla prevenzione di danni legati al dissesto idrogeologico, atti al limite del criminale a opera del Partito Democratico e di quella che, allora, era la sua maggioranza. Un segno che nessuno è esente, che nessuno è innocente, che nessuno ha impedito che questo Paese e Ischia cadessero a pezzi.

C’è un’immagine che, più di altre, sintetizza l’assurdità di quella che un tempo era l’isola verde: una villetta a due piani rimasta in piedi nel nulla. Intorno, massi e macerie, sotto il vuoto di un baratro che prima non c’era. È l’emblema di una pratica che quando succede qualcosa si vuole tipica del Sud e, invece, è soltanto l’ennesimo scempio che unisce il Paese. Anche se tendiamo a dimenticarlo, anche se gli sciacalli – quando si tratta di Meridione – sono sempre pronti a sentenziare.

Poco importa che, nel 2016, nel 70% delle costruzioni crollate dopo il sisma che aveva interessato Accumoli e Amatrice si accertò la mano delle mafie. Poco importa che, a oggi, non si ricordano processi contro le vittime, altrimenti ammazzate due volte, ma una sacrosanta ricerca dei responsabili e tanta incondizionata solidarietà. Questo discorso con Ischia e Casamicciola non sembra potersi ripetere. Se è Sud è mafia. Se è mafia, è Sud. Eppure, Ischia è la replica di un dramma già visto lungo tutto lo Stivale. Casamicciola è soltanto uno dei Comuni a rischio idrogeologico che in questo Paese toccano quota 90%.

Pali della luce, case, auto, intere strade. Grigio e marrone, terra e cemento, l’isola verde è scomparsa sotto chili di fango e vite spezzate. Ma pochi giorni prima, era successo nel Cilento, ad Agropoli, dove il fiume Testene era esondato ricoprendo le strade di acqua e detriti, allagando abitazioni e negozi, soltanto per caso non ci era scappato il morto. Centoventisei millimetri di pioggia in sei ore, invece, per Ischia sono stati troppi. Non succedeva da vent’anni e, considerata la frequenza con cui in queste settimane abbondanti temporali si stanno abbattendo sulle nostre città, succederà ancora. E presto. Più presto di quanto non possano fare i due milioni attualmente stanziati dal governo per aiutare l’isola.

Terremoti, alluvioni, incendi, valanghe, crolli, lo Stivale non è mai domo. Con cadenza costante, vede i titoloni susseguirsi sui giornali, le trasmissioni dedicate, i post strappalacrime e le foto delle vittime. Persone normali ammazzate da un Paese che normale non è. Un Paese dove persino gli effetti dei fenomeni naturali si scoprono, il più delle volte, riconducibili alla mano dell’uomo. Politica e affari, le impronte son le stesse, insensibili ai temi della sicurezza e della prevenzione, ma innamorati del proprio tornaconto. Omissioni, incuria, ruberie di ogni tipo, la storia si ripete: ognuna delle catastrofi che le cronache ci raccontano di anno in anno si rivela sempre conseguenza di gravi irresponsabilità, di quell’associazione a delinquere che Stato e privati hanno messo su per spalleggiarsi e sopravvivere, coprendosi vicendevolmente.

Per questo, quando ci dicono che è il momento del silenzio le scatole ci girano parecchio. Perché quando si è dinanzi a degli omicidi, come nel caso di Ischia, non si può proprio tacere. Certo, è la giustizia che deve fare il suo corso; certo, non saremo noi a sostituirci a essa; certo, non è sui social che si scopre la verità. Ma alzare la voce, fare delle domande, pretendere delle risposte che nella terra dell’omertà non sono mai arrivate è tutto quanto ci resta.

Non c’è niente che non crolli in Italia. I sogni, le giovani speranze, gli ideali, le case, i ponti, persino le montagne. Crollano i palazzi, camerette ridotte in macerie e orsacchiotti che nessuno abbraccia più. Crollano i balconi nei giorni di festa. Crollano i ponti, e con essi anche le scuse. Eppure è a queste che ci aggrappiamo. Crollano gli alberghi, le autostrade, seppelliscono sogni e dignità. Ideali. La fiducia dei giovani e i ricordi degli anziani. Le macerie, in Italia, non sono mai troppe. Se ne aggiungono di nuove, provano piacere, ridono di gusto al telefono mentre tutto intorno trema. Insabbiano l’umanità che si lascia tenere calda dai soldi. Fanno le smorfie, si travestono, indossano candide camicie bianche. In Italia crolla ogni cosa, ma loro, le macerie, restano là, a coprire tutto. A coprire la vergogna. Che la verità è già bella e seppellita.

Ischia e Casamicciola non sono inaspettate. Sono, però, il simbolo di un’Italia fragile, che si piega ad anni di incuria e speculazione edilizia, di terre violate e cambiamento climatico. Un’Italia che parla di Ponte sullo Stretto mentre l’unica grande opera necessaria è la cura del suo – malato – territorio. Ischia e Casamicciola non sono una disgrazia. Così, anche se nelle ore in cui si consuma la tragedia, si dice sempre che è il momento del silenzio, mentre guardiamo le immagini che arrivano dall’isola, l’età di chi ha perso la vita, non possiamo accettare di dover tacere.

Vorremmo lo facessero gli altri, i responsabili, tutti. Nessuno escluso. Noi, invece, non possiamo, non possiamo cedere alla solita “narrazione del poi”, quella che rimanda a domani un discorso che, a corone di fiori deposte, non si intavola mai. Non possiamo perché abbiamo rispetto: dei dispersi, delle vittime, delle tante famiglie rimaste al buio e senza acqua, dei troppi che hanno avuto paura. Di un’isola che si ritrova, ancora, a piangere, spezzata dall’ennesima tragedia. Non è il momento del silenzio, è il momento della verità.

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