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Processo a Salvini, no dei 5 Stelle: così muore la democrazia

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
19 Febbraio 2019
in Il Fatto
Tempo di lettura: 3 minuti
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Può una piattaforma virtuale che annovera poco più di 100mila iscritti essere tribunale di decisioni di carattere politico nazionale come l’autorizzazione a procedere per un processo chiesto ai danni di un Ministro della Repubblica? La risposta è semplice, e la risposta è no. Non è questione di punti di vista, di opinioni – cosa che questo giornale non si è mai tirato indietro dall’esprimere, seppur impopolari –, ma di sovvertire lo scopo per cui la Carta Costituzionale è stata redatta ormai oltre settanta anni fa.

Gli iscritti al MoVimento 5 Stelle, i soli iscritti al partito fondato da un comico ma drammatico nell’attuazione delle sue azioni, decideranno per l’intero popolo dello Stivale. 50mila persone muoveranno ancora i fili dei loro rappresentanti in Senato, fregandosene del resto della popolazione, di tutti gli abitanti che, in quanto eletti, sono invece chiamati a rappresentare. Perché chi siede a Montecitorio, come a Palazzo Madama, non fa le veci di chi ha apposto la X sul proprio simbolo, ma di un’intera nazione. Sarebbe bene ricordarlo. Invece, ancora una volta, non sarà così. E nel modo peggiore.

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Matteo Salvini è salvo, onestà. Matteo Salvini è salvo grazie al 59% di quei 50mila che, nel pomeriggio di ieri, si sono collegati al sito del MoVimento e hanno deciso che l’autorizzazione a procedere al processo a carico del Ministro dell’Interno per il reato di sequestro di persona ai danni dei migranti accolti dalla nave Diciotti della Marina Militare italiana non è da concedersi. Il punto è: perché? E con che competenze? Per quale motivo, se il Vicepremier leghista ha agito nell’interesse dello Stato italiano, come affermato da lui stesso e come chiesto nel quesito posto al popolo del web pentastellato, non può e non deve spiegare il motivo del proprio agire di fronte a un giudice e uscirne, dunque, innocente?

Hanno affrontato, i grillini, la loro scalata alle poltrone del Parlamento a suon di vaffa, al grido di onestà, sbandierando le loro intenzioni di voler tagliare i privilegi di quella casta che oggi, invece – a maggior ragione dopo questo provvedimento –, dimostrano di rappresentare nella peggiore versione in cui sa esibirsi. Di Maio e seguaci hanno, così, soffocato l’ultimo fiato di dignità su cui un movimento populista e aizzatore di folle cieche di rabbia diceva di basarsi, ossia che la giustizia fosse uguale per tutti, che chiunque potesse essere processato come un qualunque cittadino. Così non sarà. «Sono orgoglioso», ha subito affidato ai social il leader campano del MoVimento. Contento lui… contento chi li ha votati credendo di cambiare la natura marcia di questo Paese. Ben svegliati, non è mai troppo tardi!

Cosa avrebbe scatenato, nei dettami della dialettica grillina, se tale provvedimento fosse stato avallato dagli iscritti al tanto odiato PD? Tutti conosciamo la risposta, ma nessuno di quelli che ha eletto questi improbabili ripristinatori di democrazia sarebbe pronto ad ammetterlo, vorrebbe dire accettare di essere stati raggirati ancora una volta e aver dato persino il consenso al plagio di se stessi.

Tocca, adesso, ai Senatori salvare la faccia e le sorti future del MoVimento (non lo faranno!) tocca, quantomeno, a quegli esponenti che anche ieri si sono espressi per restare fedeli alla natura del gruppo in cui confluiscono. Virginia Raggi, Chiara Appendino, Roberto Fico, cosa faranno? La risposta più ovvia sarebbe rassegnare le dimissioni dal partito pentastellato, proseguire nella loro esperienza ma non più sotto la bandiera di un soggetto politico che ha sbugiardato tutte le regole su cui si era fondato, che ha dimostrato di essere peggiore degli originali che prometteva di combattere, che ha tradito la fiducia di chi in loro aveva riposto la speranza di istituzioni finalmente diverse. Certo, il voto informatico di ieri non conta ancora nulla, l’ultima parola sul processo a carico di Salvini spetta a Palazzo Madama ma, state pur certi, tutto filerà secondo i piani del Capitano, pronto a ultimare il suo progetto.

Così facendo, il MoVimento potrebbe aver premuto il pulsante che porterà alla propria deflagrazione, con l’alleato di governo, abilissimo stratega, che li ha dunque usati, consumati e ora è in procinto di gettarli al primo ciglio di strada, e quella sponda potrebbero essere le prossime Elezioni Europee, quando l’elettorato disilluso, adesso anche giustamente incazzato, gli farà mancare il proprio appoggio incondizionato.

Prec.

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