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Massimo Troisi, l’antieroe napoletano

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
19 Febbraio 2019
in Lapis
Tempo di lettura: 5 minuti
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Il 19 febbraio del 1953 Pulcinella toglieva la maschera: a San Giorgio a Cremano, in provincia di Napoli, nasceva Massimo Troisi, l’antieroe napoletano. Il figlio legittimo di Eduardo e Totò – o il Woody Allen partenopeo, come alcuni lo avrebbero definito – stava per rivoluzionare il teatro e il cinema dell’intero panorama italiano e non solo, rompendo gli schemi e mettendo insieme i pezzi di quei mondi apparentemente così distinti tra loro.

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Arguto, intelligente, capace e spontaneo come pochi, avrebbe portato sul palco la sua napoletanità per renderla universale, vicina ai più, svuotandola del significato – un po’ caricaturale – che fino ad allora l’aveva accompagnata nell’immaginario comune. La sua aria scanzonata ed eternamente distratta sarebbe divenuta un marchio di fabbrica, qualcosa che lo avrebbe distinto dagli altri e reso, per questo, incredibilmente speciale.

Balbuzie, apparente timidezza, parlata strascicata, aspetto semplice e poco curato sarebbero stati i tratti distintivi di un artista immenso che attraverso la recitazione e l’innata comicità avrebbe portato sul palco e dinanzi a una telecamera i problemi reali della società italiana sopravvissuta al terremoto del 1980, ma anche le nuove ideologie. In lui, nelle insicurezze dei personaggi e delle storie dallo stesso interpretati e narrate, tanti si sarebbero riconosciuti sentendo proprie tutte le domande e le incertezze che li affliggevano e che, ahinoi, ci tormentano ancora oggi. Assolutamente innovativa sarebbe stata la sua idea di eroe, o meglio, di antieroe, sempre imperfetto e impreparato, pigro, alla ricerca di risposte e di amore. A tal proposito, sorprendente nei suoi lavori anche la figura della donna, forte, determinata, indipendente, priva di inibizione, incarnazione ideale del concetto di femminismo. I canoni della commedia italiana sarebbero stati sconvolti una volta e per tutte per dare vita alla messa in scena di una quotidianità più naturale, meno archetipica, più tendente alla realtà e al passo con i tempi, ma non per questo più banale o scontata. Anzi.

Anche la lingua avrebbe subito delle notevoli variazioni – negli sketch come nei film – con l’uso frequente del dialetto: Penso, sogno in napoletano, quando parlo italiano mi sembra di essere falso, avrebbe detto Massimo comunicando, a suo modo, l’immediatezza ricercata, più che nell’espressione, nella musicalità della parola intrinseca nel napoletano, nonché la spontaneità di una recitazione che raramente sarebbe parsa tale per lasciare spazio alla sensazione di una chiacchierata informale tra amici dinanzi a una calda tazza di caffè. Forse, non sarebbe stata un caso la sua ammirazione nei confronti di Peppino De Filippo, per lui maestro di normalità: Purtroppo non ho mai conosciuto Peppino De Filippo e lui è sicuramente di quelle persone che ti rammarichi di non aver conosciuto. (…) Lui, secondo me, è come ‘o sillabario. Quando io l’immagino, l’immagino puro, immagino cioè una comicità allo stato puro. Si può immaginare che la comicità pura sia anche di Totò, e invece no, Totò è già chella elaborata. Io credo, cioè, che della comicità portata al livello di Peppino non ne può fare a meno nessun comico. Eduardo si è affinato più nel classico, Totò nel surreale, in quello che lui è riuscito a inventarsi come personaggio, Peppino nella normalità era il massimo. (…) Lui, secondo me, è tutto quello che c’è in più prima dell’invenzione. Credo che lui abbia fatto eccezionale la normalità, sia riuscito a rendere eccezionale quello che si pensa che qualunque comico debba avere come bagaglio naturale: lui l’ha fatto assurgere a eccezionalità.

Complici il linguaggio poco forbito, il tono della voce quasi annoiato, le battute non ricercate, a nessun interlocutore o spettatore sarebbe mai parso di essere parte attiva o passiva di una ripresa cinematografica, di un’intervista, di uno spettacolo teatrale. Piuttosto, avrebbe pensato di conoscere Troisi da tanto o, semplicemente, di stare parlandoci e, in qualche modo, innamorandosene.

Ci sarebbe stata, infatti, un’incredibile poesia nella figura di quell’uomo, in quel suo sorriso un po’ triste, nello sguardo vissuto, nell’esilarante ironia, nella malinconia dei versi che avrebbe scritto. Come in quelli di O’ ssaje comme fa o’ core, destinati a Pino Daniele – al quale lo avrebbe legato una fortissima amicizia – che ne avrebbe fatto una meravigliosa canzone.

Sia la vita che la carriera di Massimo Troisi sarebbero state piuttosto brevi, ma sufficienti abbastanza da cambiare le esistenze di chi avrebbe avuto la fortuna di incontrarlo, come Gianni Minà, che il giorno dopo la sua scomparsa avrebbe scritto: Era un essere umano leggero, lieve, forse stonato in un’epoca e in una società dello spettacolo dove imporre la propria presenza, essere arroganti, è il comportamento di moda. Massimo sapeva stare al mondo rendendo gradevole la vita dei suoi amici e della gente che gli era cara senza sfiorare mai gli altri con le sue angustie. Andrea Cozzolino, suo amico di infanzia, invece, lo avrebbe descritto così: Com’era Massimo? Speciale in ogni momento, più di quanto, chi non l’ha conosciuto, possa immaginare. Forse la sua grande popolarità, immutata anche tanti anni dopo la sua scomparsa, è dovuta al fatto che quando recitava lui rimaneva sempre se stesso, o anche perché oggi, più che mai, risuona l’assenza della sua voce in tempi di vuoto assordante. Lui dominava la scena anche quando se ne stava in disparte, in silenzio, limitandosi a osservare, o a guardare di sottecchi, con quello sguardo misto tra curiosità, candore e divertimento. Con Massimo sembrava sempre di trovarsi nella scena di un suo film, e infatti, inevitabilmente, arrivava un suo commento, sempre leggero ma lapidario, o una battuta folgorante che oltre a far riflettere scatenava una risata (nostra) e un lieve sorriso (suo).

Insomma, quel Pulcinella senza maschera sarebbe stato un uomo e, al contempo, un artista eccezionale, un dono così prezioso da fare fatica a lasciare andare. Sarà per questo che quel cuore che si era sbagliato, a distanza di anni, non lo avremmo mai perdonato, per il vuoto incolmabile che ci avrebbe lasciato, per quella risata che non avrebbe più avuto lo stesso suono, per quell’amico che non avrebbe più risposto al telefono.

Tu stive ‘nzieme a me 

je te guardavo e me ricevo 

comm’ sarrà successo ca è fernuto 

ma je nun m’arrenn’

ce voglio pruva’. 

Poi se facette annanze ‘o core 

e me ricette: 

“Tu vuoje pruvà? 

E pruova, je me ne vaco!”

‘O ssaje comme fa ‘o core 

quann s’è sbagliato.

Prec.

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