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Blu Bovary: storia di un colore (parte 2)

Francesca Testa di Francesca Testa
30 Giugno 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 3 minuti
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Il desiderio di blu ha già una storia nel mondo della letteratura, ma Goethe, autore de I dolori del giovane Werther, è il primo a evidenziare le ombre azzurre proiettate dagli oggetti quando la fonte che li illumina è gialla. I pittori ottocenteschi utilizzeranno questa novità come escamotage figurativo, invece per lo scrittore tale opposizione è una questione metafisica: La luce del giallo e l’ombra dell’azzurro sono i poli di una serie di opposti da cui scaturisce tutto l’esistente. Il maschile, il dispari, il caldo da una parte. Il femminile, il pari, il freddo dall’altra, scrive Riccardo Falcinelli nel suo Cromorama.

Del resto, il poeta tedesco ha un rapporto particolare con il mondo del colore, argomento sul quale ha scritto persino dei libri, La teoria dei colori e La storia dei colori. Questi due testi sono reputati da lui stesso i più importanti della sua carriera e La teoria dei colori è il fondamento di tutta la futura letteratura scientifica: rispetto a quanto è stato redatto fino a questo momento sul colore, la scienza si rivela adesso tangibile e appassionante. Goethe, a differenza di Newton – che si concentra sull’essenza della luce –, approfondisce l’aspetto fenomenico, ovvero il modo in cui vediamo il colore nella vita di tutti i giorni.

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La giacca blu indossata da Werther è quindi una questione identitaria che dichiara il modo in cui il protagonista della storia afferma il suo stare al mondo. Falcinelli scrive: Come a dire: sissignori, un animo nobile può anche morire per amore. Il libro di Goethe ha un incredibile successo e l’aver accostato il blu e il giallo, che per i canoni dell’epoca non sono simbolo di eleganza, fa scoppiare una moda, una sorta di “divisa sentimentale”. Il modo in cui si veste Werther diventa un segno di gusto e, in tutta Europa, i giovani cominciano a indossare una giacca blu con il panciotto giallo, ormai costante iconografica del personaggio anche fuori dal libro. Pian piano, nei dipinti, nelle illustrazioni e nei costumi teatrali, questo abbinamento inizia a essere sempre più presente. Un esempio è la versione operistica dell’opera scritta da Massenet nel 1892. In Cina, invece, la figura dell’infelice protagonista viene laccata persino su bicchieri e porcellane.

Nel Settecento, il blu diventa pregiato e spirituale, ha una storia illustre e viene eletto nei cenacoli più colti a emblema di distinzione nella vita e nell’arte. Altri chiari esempi sono nell’Enrico di Ofterdingen di Novalis, nel quale si raccontano le avventure di un Minnesänger, cantore medievale di cose amorose il quale, accompagnato dalla passerella Cyana, va alla ricerca di un fiore blu, simbolo della capacità intuitiva di comprendere la realtà e delle altezze metafisiche cui tengono gli animi nobili, scrive ancora Falcinelli. D’altra parte, il ciano, l’inchiostro da stampa, è appunto il blu e Novalis chiama il fiore Blaue Blume, che è identificato da alcuni con il nontiscordardimé. La ricerca del fiore è legata a teorie botaniche che associano ai colori il potere di emanare energie curative, come la moda del tempo, ma contestualmente è una metafora dello spasimare lirico per l’infinito, il sublime, quello struggimento che un termine in lingua tedesca – intraducibile in altre lingue – è chiamato Sehnsucht: sentimento delle cose distanti, la nostalgia di qualcosa che ci è fisicamente lontano. Il fiore diventa quindi poesia stessa, intesa come condizione esistenziale. Nell’Ottocento, dunque, il blu è un modo per sentire la vita.

 

©L’immagine è di proprietà di Fleurs du mal Magazine

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