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Pier Paolo Pasolini e il mistero della sua morte

Francesca Testa di Francesca Testa
5 Marzo 2018
in Lapis
Tempo di lettura: 6 minuti
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Vi è uno strano mistero dietro la morte di Pier Paolo Pasolini, pieno di contraddizioni e lati oscuri, un omicidio ancora da capire. Il mistero di un uomo estremamente profondo, che toccò l’anima di un’intera nazione.

Pier Paolo Pasolini, infatti, fu uno degli intellettuali più acuti, discussi e vivaci del nostro Paese, sicuramente uno dei più grandi e originali, dei più contraddittori.

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Il rebus della sua scomparsa ebbe inizio con un inseguimento il 2 novembre 1975. Sul lungomare di Ostia i carabinieri di pattuglia avvistarono un’Alfa Romeo 2000 GT sfrecciare contromano, a tutta velocità, e si lanciarono all’inseguimento, stringendo la vettura contro il marciapiede e costringendo il conducente a rallentare.

Dall’automobile scese un ragazzo spaventato che, subito messosi in fuga, fu arrestato poco dopo. Il ragazzo era Pino Pelosi, 17 anni e la testa insanguinata in seguito a un urto contro il volante. Aveva precedenti per furti e stava scappando perché era alla guida di una macchina non sua: l’automobile, infatti, apparteneva a Pier Paolo Pasolini.

Pelosi fu trasferito nel carcere minorile di Casal del Marmo e qui, quasi noncurante della sua condizione, insisté con gli agenti affinché tornassero alla macchina per cercare un anello d’oro con una pietra rossa con su scritto United States Army. Nulla, però, fu trovato. L’automobile fu trasferita nella rimessa dei carabinieri e al suo interno, sul sedile posteriore, furono rinvenuti un vecchio maglione verde, logoro, altri indumenti e il plantare di una scarpa destra.

Tutto sembrava combaciare: l’Alfa era nel deposito, il ladro dietro le sbarre e i suoi genitori avvisati, il caso poteva essere chiuso. Pino Pelosi, però, confessò al suo compagno di cella che aveva ucciso Pier Paolo Pasolini. Il corpo del poeta fu, difatti, ritrovato presso l’Idroscalo, una zona popolare vicino Ostia, in una stradina sterrata che collega la città a Fiumicino, in mezzo a un campetto di calcio. Vicino e sotto al suo cadavere furono trovate delle ciocche di capelli, dei pezzi di legno marci imbrattati di sangue e l’anello rosso. Fu rinvenuta anche una camicia di lana, altrettanto insanguinata, e delle tracce di pneumatici che dal campetto arrivavano fino al corpo dell’uomo.

Pasolini era stato massacrato. Il corpo, completamente ricoperto di sangue, mostrava profonde escoriazioni al volto, alla testa, alle spalle, e numerose ecchimosi. Aveva, inoltre, dieci costole spezzate e il naso schiacciato sulla sinistra.

I carabinieri riconobbero immediatamente l’uomo, tutta l’Italia lo conosceva, ma fu comunque necessario il riconoscimento ufficiale e Ninetto Davoli, caro amico dello scrittore, non ebbe alcun dubbio: quel corpo era proprio di Pasolini.

La notizia colpì l’intera nazione e ai suoi funerali si presentò un’imponente folla di intellettuali, di attori, di registi, di scrittori, ma anche molta gente comune. Pier Paolo Pasolini, infatti, era stato uno degli intellettuali più attivi del panorama di quegli anni. Di sinistra, omosessuale – e non aveva mai nascosto di esserlo – ovunque si fosse recato, aveva lasciato un segno incisivo, senza mai passare inosservato. Il suo odio verso lo stato in cui aveva vissuto, intendendolo sia come “stato di cose” sia come “stato politico”, era ben chiaro.

Lo scrittore aveva raccontato, attraverso poesie e romanzi, un mondo che cambiava. Particolarmente attento a quella realtà nascosta ed emarginata del sottoproletariato, aveva amato soprattutto le persone prive di cultura, ritenendo che questa, con il tempo, avrebbe portato via la grazia che un analfabeta racchiude in sé.

Pasolini era stato anche giornalista, aveva scritto editoriali su testate come il Corriere della Sera – gli scritti corsari – nei quali aveva osservato i costumi e i cambiamenti della società esprimendo il suo libero pensiero, con una sincerità spiazzante e spesso considerata scandalosa. Era stato un intellettuale scomodo che, proprio in quelle prime colonne del noto quotidiano, aveva fustigato la società borghese.

Eppure, era stato massacrato in uno squallido spiazzo dell’Idroscalo. Pelosi stesso ammise di averlo ucciso. Raccontò che Pasolini quella sera si era avvicinato a lui e ai suoi amici chiedendogli di fare un giro in macchina. Il giro portò i due fino a Ostia, in un posto piuttosto isolato. Il ragazzo affermò che si erano appartati con l’auto nel campetto, ma il rapporto sessuale era stato interrotto perché Pino aveva deciso di lasciare la vettura e scappare. Pasolini lo aveva inseguito, poi era scoppiata una lite in cui Pelosi aveva perso il controllo, fino a colpire il regista varie volte con una tavoletta di legno, facendolo cadere a terra. Il ragazzo, dunque, era fuggito via con l’automobile che, sobbalzando, aveva investito lo scrittore.

Verso le 2.30 l’inseguimento da parte dei carabinieri aveva avuto inizio. I cinque interrogatori fatti al giovane, però, non fecero emergere informazioni nuove: Pasolini era stato ucciso da un ragazzo che aveva adescato per un rapporto sessuale a pagamento.

Una brutta storia da dimenticare che aveva scatenato derisioni dai membri della destra, trasformandosi in un motivo di imbarazzo per quelli di sinistra. Il partito comunista prese presto le distanze. Pasolini era stato oggetto di una persecuzione continua, ma la forza da lui dimostrata ancora più incredibile. Tipico intellettuale di quegli anni, totalmente isolato, niente era riuscito a scalfire la sua presenza nella società italiana. Tuttavia, amato e stimato da persone che avevano letto e sentito le sue parole, proprio ad alcune di queste il mistero della sua scomparsa non convinse. Per qualcuno, infatti, il giallo della sua morte non era del tutto risolto.

Oriana Fallaci espresse molti dubbi sulle indagini, elencando insieme ad altri giornalisti dell’Europeo, i molteplici errori dell’inchiesta. Innanzitutto, dal corpo dello scrittore molti curiosi non erano stati allontanati; la polizia, poi, aveva lasciato giocare alcuni ragazzini nel campetto di calcio, considerato una zona non interessata dai rilievi, infine, non erano stati segnalati correttamente i punti di ritrovamento dei reperti, come l’anello di Pelosi riconsegnato soltanto in seguito da un maresciallo.

L’Alfa Romeo, dalla domenica, fu mostrata alla scientifica soltanto il giovedì e non arrivò alcun medico legale a esaminare il corpo di Pasolini, la cui morte fu inizialmente attribuita a dissanguamento. Forse sembrava tutto troppo chiaro per approfondire le indagini. Saltarono fuori altri testimoni. Uno diceva di aver visto Pasolini e Pelosi entrare in una baracca assieme a due motociclisti che poi avrebbero colpito il regista con una catena. Un altro, un ragazzo, dichiarò invece che il poeta era caduto in una trappola organizzata per rapinarlo. Avrebbero voluto prendergli il portafogli ma, poi, per colpa della sua reazione, erano stati costretti a ucciderlo. I testimoni, però, una volta interrogati, ritrattarono tutto per paura.

Qualcosa non tornava. Pasolini era morto perché l’Alfa Romeo gli era passata sopra, schiacciando la cassa toracica e facendogli scoppiare il cuore; prima, però, era stato massacrato con dei corpi contundenti molto pesanti, mai rinvenuti. La storia di Pelosi non sembrava reggere: l’anello che portava alla mano era molto stretto, difficile da perdere, mentre il bastone e la tavoletta utilizzati per colpire erano fradici e, quindi, non adatti a lasciare segni così evidenti. Pelosi non era ferito, l’escoriazione alla testa era stata provocata dal volante. Sul suo corpo non vi era sangue, sarebbe arduo pensare che non avesse avuto alcun contatto o colluttazione con il poeta. Il maglione verde ritrovato nell’auto, infine, non apparteneva a nessuno dei due, così come il plantare.

Per gli avvocati tutto questo significò soltanto una cosa: Pelosi non aveva agito da solo, forse conosceva le persone che erano state presenti quella sera o forse non aveva avuto alcun rapporto con loro e non aveva partecipato all’omicidio. Queste persone, magari, erano arrivate dopo per poi trascinare fuori Pasolini, aggredirlo e scappare. A quel punto, lo scrittore, dopo essersi accasciato, era stato investito da Pelosi che stava fuggendo con l’auto.

Si trattò di un delitto politico? Per poter comprendere al meglio la “politicità” dell’evento bisognerebbe tornare con la mente all’Italia e alla Roma degli anni Settanta, dove ogni giorno qualcuno perdeva la vita. Nei giorni che avevano preceduto quel 2 novembre, infatti, erano morti già due giovani. Il clima era duro, numerosi e feroci  gli scontri politici: Pasolini aveva rappresentato un bersaglio naturale.

I processi che ci furono in seguito non cambiarono la situazione e il caso fu chiuso definitivamente nel 1979, quando la Cassazione confermò la condanna per omicidio di Pino Pelosi senza concorso di ignoti.

Alcune ipotesi restano aperte ancora oggi. Probabilmente Pasolini fu ucciso da un ragazzo di borgata durante un rapporto clandestino, oppure da altri che volevano dare una lezione a persone come lui, un omosessuale di sinistra. Persone spinte da quella nuova violenza di gioventù che lo stesso Pasolini aveva descritto minuziosamente, una violenza maturata sul cinismo delle classi egemoni, analizzato in modo lungimirante nelle teorizzazioni dello scrittore.

Pier Paolo Pasolini fu, senza dubbio, un uomo contraddittorio, discusso, amato, odiato, capace di raccontare le oscenità senza essere osceno, un uomo in grado di colpire come se si trattasse di un profondo atto d’amore. Lo strano mistero dietro al suo delitto continua a non trovare risposta. Eppure, una sola cosa può essere detta con certezza, riprendendo le parole di Alberto Moravia ai suoi funerali: Abbiamo perso prima di tutto un poeta.

Prec.

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