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Alaska e Siberia in fiamme: caldo record nell’Artico

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
9 Novembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 3 minuti
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Il caldo record del mese di giugno, mai registrato nello stesso periodo a livello mondiale, ha avuto conseguenze di una gravità non prevista nelle aree oltre il circolo polare artico: molti incendi si sono sviluppati dal nord dell’Alaska fino in Siberia e perfino in alcune zone della Groenlandia. Il CAMS (Copernicus Atmosphere Monitoring Service), l’organizzazione che opera per il Centro Europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, ne ha contati almeno un centinaio.

Lo scenario in Siberia è apocalittico: vaste zone a fuoco, tanti animali morti, molti altri in fuga e aria irrespirabile che invade i centri abitati più vicini ai luoghi del disastro. Gli incendi hanno distrutto 4 milioni di ettari di foresta e i roghi, alimentati dalle continue alte temperature e dai venti, avanzano verso altre aree abitate. Nella regione di Krasnoyarsk, secondo la sezione russa dell’ONG ambientalista Greenpeace, le fiamme avrebbero immesso nell’atmosfera più di 160 milioni di tonnellate di anidride carbonica pari alla quantità emessa da oltre 35 milioni di automobili in un anno. Il quadro della situazione, inoltre, è aggravato dal fatto che la maggior parte dei roghi avviene nelle cosiddette zone di controllo, dove non devono essere spenti, secondo le normative vigenti in Russia.

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La WMO (World Meteorological Organization), intanto, ha informato che il mese di luglio appena passato è stato il più caldo mai registrato, con quasi +1.2°C a livello globale rispetto all’epoca preindustriale e ha definito il fenomeno dei roghi come straordinario e senza precedenti, considerando le sue coordinate spazio-temporali, durata ed estensione territoriale, che preoccupano per la gravità attuale e le imprevedibili conseguenze future. Nonostante la possibilità di incendi dolosi e di quelli causati da fulmini, è soprattutto l’innalzamento delle temperature delle regioni al di sopra del circolo polare artico ad aver provocato un fenomeno tanto vasto – ci dicono gli osservatori che stanno monitorando gli eventi e le loro specificità locali – e mai registrato da quando sono cominciati, nel 2003, i rilevamenti satellitari che forniscono immagini ad alta risoluzione.

Il caldo anomalo, inoltre, asciuga i terreni acquosi come i depositi naturali di torba, che diventano infiammabili. Le emissioni di CO2, di conseguenza, continuano e uno tra gli effetti collaterali del disastro ecologico è la produzione di black carbon, le particelle scure che possono arrivare fino in Alaska e ridurre il fenomeno dell’albedo, che rende riflettente la superficie dei ghiacci. Questi ultimi potranno assorbire più calore e far aumentare il global warming, il riscaldamento globale responsabile degli effetti più vistosi dei cambiamenti climatici in atto da tempo.

Molte sono state le critiche che gli osservatori internazionali sull’ambiente hanno fatto al sistema di monitoraggio e di intervento dello Stato russo e quando il Presidente Putin, a fine luglio e dopo che erano state raccolte centinaia di migliaia di firme per la dichiarazione dello stato d’emergenza, ha ordinato l’impiego dell’esercito per tentare di spegnere gli incendi o almeno contenere l’espandersi del fronte di fuoco, l’azione è apparsa drammaticamente tardiva e forse inutile.

Gli ambientalisti e i climatologi ci hanno già avvertito che la zona artica si sta surriscaldando a una velocità doppia rispetto al resto del pianeta. In particolare, nelle zone colpite dal fenomeno, le temperature registrate sono aumentate tra gli 8 e i 10 gradi rispetto a quelle medie misurate negli ultimi due decenni del Novecento e nel primo del XXI secolo. Questo cambiamento climatico è anomalo perfino rispetto a quello già previsto dagli scienziati che studiano l’ambiente globale e che hanno lanciato l’allarme, da tempo, sui rischi legati all’aumento delle temperature nelle aree subpolari. In uno studio elaborato nel 2011 da Nature, ad esempio, si considerano le possibili conseguenze dello scongelamento del permafrost, la superficie del terreno sempre ghiacciato: enormi quantità di carbonio e di metano potrebbero essere rilasciate nell’atmosfera. E nel caso di futuri incendi non è difficile immaginare le catastrofiche conseguenze per gli ambienti naturali interessati, per la salute degli esseri viventi e per il più vasto ecosistema planetario.

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