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Attualità

Perché lo ius scholae è già un fallimento

Si torna a parlare di riforma della cittadinanza, ma senza passi in avanti: questa volta a essere sul tavolo delle trattative è lo ius scholae, attraverso un disegno di legge presentato da Giuseppe Brescia del MoVimento 5 Stelle, che ha ottenuto l’approvazione della Commissione Affari Costituzionali. Se approvata alle Camere, tale proposta consentirebbe a chi è nato in Italia o vi è arrivato prima dei 12 anni di ottenere la cittadinanza se ha frequentato qui un corso di studi per almeno cinque anni.

Si tratta in sintesi di riproporre la riforma miseramente fallita nel 2015 – quando addirittura non si riuscì a portare avanti la votazione per il mancato raggiungimento del numero legale dei presenti in Aula – per la sola parte riferita a quello che allora fu definito ius culturae, stralciandone però quella ben più ambiziosa riguardante lo ius soli, che a ogni modo non era “assoluto” come in molti altri Paesi, ma comunque soggetto a numerose e stringenti condizioni. E così la soluzione è ancora una volta retrocedere nel campo dei diritti civili, alla ricerca di quell’ampio consenso che però inevitabilmente finisce per svuotare di senso qualsiasi provvedimento.

Il testo base è stato approvato dalla Commissione Affari Costituzionali con il voto favorevole di Forza Italia, e questo fa sperare in un consenso trasversale e dunque nell’opportunità di ottenere l’approvazione di Camera e Senato. Eppure, non è la prima volta che si presenta un simile scenario e che poi qualsiasi progetto fallisce miseramente, o perché gli emendamenti presentati dall’opposizione sono così tanti da vanificarlo del tutto – come del resto sta accadendo al disegno di legge sulla morte medicalmente assistita – o perché si arena alla votazione. Così come accaduto per il Ddl Zan, la presentazione di innumerevoli emendamenti – privi di alcuna sostanza si intende – è anche uno strumento di ostruzionismo che consente così di bloccare lo sviluppo del disegno di legge, imprigionandolo in revisioni e discussioni senza fine.

È di poche ore fa la notizia che la Lega ha presentato per il dl sullo ius scholae ben 484 emendamenti, che insieme ai 167 di FdI, e a pochi altri del centrosinistra e di Forza Italia, non gli renderanno la vita semplice. Oltretutto, non si può comunque escludere l’ipotesi che il centrodestra si ricompatti e il consenso faticosamente conquistato venga meno. Ma lo ius scholae non rischia di essere un fallimento solo nel caso di mancata approvazione: esso, infatti, rappresenta solo un debolissimo passo in avanti a dispetto di quella che dovrebbe essere la reale riforma del sistema di cittadinanza italiano, rimasto sostanzialmente inalterato dal 1992, e legato allo ius sanguinis.

Se non si è figli di un italiano, non si potrà essere italiani, pur essendo nati sul suolo tricolore, a meno che, pur essendo figli di stranieri, si sia risieduto fino al 18esimo anno di età ininterrottamente e legalmente in Italia. Condizioni tutt’altro che semplici da soddisfare, soprattutto perché si finisce per collegare necessariamente la cittadinanza di coloro che nascono nello Stivale alla stabilità della permanenza dei genitori, suscettibile di numerosi mutamenti, come ad esempio lo scadere del permesso di soggiorno.

Eppure anche su una ridicola concessione come lo ius scholae non si è capaci di trovare approvazione, e noi riteniamo che non si possa, ancora una volta, festeggiare una tale ridicola miglioria come se fosse un provvedimento rivoluzionario, chinando il capo di fronte a chi calpesta quotidianamente i diritti civili. Non possiamo quindi concordare con Giuseppe Brescia, che ha dichiarato di voler essere accomodante e cercare il più largo consenso possibile, incontrando tutte le parti politiche che hanno presentato emendamenti alla ricerca di un punto d’incontro. Noi non crediamo che questo possa esserci con chi con considera una priorità considerare a tutti gli effetti italiano chi nasce in Italia e che, invece, pensa che la cittadinanza sia una questione di sangue o colore della pelle.

Piuttosto, crediamo che ci sia un’unica maniera sensata di modificare il sistema della cittadinanza: uno ius soli, assoluto e incondizionato, che metta le persone davanti a numeri, percentuali e a becere valutazioni nazionaliste.

Se tale tema ritorna ciclicamente, possiamo certamente dire che l’Italia si è mostrata sempre impreparata e ha fallito nell’obiettivo – se mai qualcuno lo avesse perseguito realmente – di assicurare pari dignità sociale a tutti: stavolta sarà davvero diverso?

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