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Patrimoniale, “no” dei 5 Stelle che tornano alleati della Lega

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
3 Dicembre 2020
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Avrebbe dovuto rappresentare uno spartiacque tra la vecchia politica e la nuova, quella che si prometteva di istituire. A undici anni dalla fondazione, però, il MoVimento 5 Stelle è l’esatto opposto di quanto promesso nelle piazze d’Italia: l’apriscatole («Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno» – Beppe Grillo, 2013) altro non si è dimostrato che una nuova varietà di conserva ittica sott’olio, pure di bassa qualità. Ancora una volta, i grillini hanno scelto il posto di fianco a Forza Italia, alla Lega, a Fratelli d’Italia, e hanno detto no all’ipotesi di una legge patrimoniale per il 2021.

La già discutibile – e non esaustiva – proposta dei deputati Nicola Fratoianni (della componente di Sinistra Italiana all’interno di LeU) e Matteo Orfini (PD) di istituire una tassa patrimoniale al posto di IMU e imposta di bollo su conti correnti e deposito titoli, per una tassazione progressiva dello 0.2% per i patrimoni tra i 500mila euro e 1 milione, dell’1% sui patrimoni tra i 5 e i 50 milioni, del 2% oltre i 50 milioni, non è stata appoggiata dai pentastellati, affossandone, così, ogni ipotesi di attuazione.

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L’emendamento alla legge di bilancio che chiedeva anche l’introduzione di una dichiarazione sui patrimoni esteri suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, secondo una simulazione formulata dai colleghi de Il Fatto Quotidiano, avrebbe fruttato allo Stato circa 10 miliardi di euro, soldi utili a un risparmio significativo per tutti quanti coloro non sarebbero rientrati nelle fasce indicate dalla manovra finanziaria, dunque in possesso di ricchezze inferiori alla cifra di 500mila euro.

L’obiettivo – per i due parlamentari e, in verità, per una netta minoranza dell’intera aula di Montecitorio – era quello di limitare il peso delle imposte sul ceto medio, anche considerando che oltre il 50% del reddito italiano non è prodotto dal lavoro dipendente ma dall’imprenditoria, con la pressione fiscale che, però, si esercita puntuale soltanto sui primi. E non è un mistero che gli investitori, in Italia, siano il principale bersaglio della lotta all’evasione. Intervenendo con la progressività della tassazione – in particolar modo in un momento di grande crisi economica e sociale, figlie dell’emergenza coronavirus – lo Stato avrebbe semplicemente introdotto uno strumento di giustizia sociale, oltre che di salvaguardia dell’intero apparato istituzionale, con i servizi da assicurare alla popolazione che avrebbe beneficiato della ridistribuzione.

Il provvedimento – va detto, previsto soltanto per il 2021 nel caso dei patrimoni superiori alla cifra da capogiro di 1 miliardo di euro, con una tassazione al 3% – è stato prontamente osteggiato dalla stragrande maggioranza delle forze politiche, con il Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, probabilmente poco attento proprio a ciò che accade sul territorio di sua competenza, dal momento che già altri Paesi gravemente provati dal COVID, come il Belgio e la Spagna (dunque, non proprio l’esempio del socialismo più estremo), hanno fatto ricorso alla tassazione patrimoniale per tentare di porre un freno alla forbice sociale tra ricchi e poveri che, sempre più, va allargandosi.

L’ex Vicepremier ha rispolverato la casacca che indossava quando sedeva ai tavoli di Salvini e compagni e ha posato in favore di fotocamera con sguardo alto, tronfio, in avanti, annunciando che nessuna patrimoniale sarà mai possibile con il suo consenso. Un bel salto – non c’è che dire! – per il rivoluzionario esultante al balcone di Palazzo Chigi al motto di «abbiamo abolito la povertà», che ai poveri, ora, rivolge un’occhiata quasi di sdegno.

E poco importa se i dati ISTAT, anche quest’anno, attestano che i nuclei familiari che vivono al di sotto della soglia di povertà in Italia sono 5 milioni e mezzo, dunque con uno spaventoso incremento di 1.9 milioni rispetto al dato di appena dodici mesi fa. Circa 5 milioni e mezzo di famiglie che non riescono a soddisfare i bisogni primari di cui hanno necessità, come fare la spesa regolarmente o anche accedere alle visite mediche. Una rilevazione, quella dell’Istituto Nazionale di Statistica, che evidenzia quanto, ancor prima dell’emergenza coronavirus, la patrimoniale sarebbe stata una strada da percorrere per limare le diseguaglianze sociali e, dunque, quanto la sua approvazione sarebbe ora di vitale importanza.

E mentre nel luglio della scorsa estate la rivista Forbes pubblicava una lettera firmata da ben 83 milionari che chiedevano ai governi di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi e Nuova Zelanda di effettuare una ridistribuzione a favore delle fasce di popolazione più bisognosa, chiedendo di tassare i propri patrimoni, in Italia, le singole voci come quelle di Alessandro Gassman sono state soffocate persino dalla stampa, facendo passare le forti dichiarazioni dell’attore in sordina, come un brusio di fondo da rimuovere al mixer: «Io non sono un super ricco, ma guadagno bene, sono una persona che da 37 anni lavora e guadagna bene. In questo disastro, penso che un contributo dei super ricchi, e di chi non ha problemi economici, sarebbe importante e doveroso, per chi è in sofferenza economica».

Tasse di questo tipo furono introdotte soltanto in seguito alle due guerre mondiali, come a sottolineare l’importanza del momento storico, la fragilità di un intero sistema Stato di fronte a problemi non solo non facilmente risolvibili, ma altrimenti a danno esclusivamente del ceto medio, quindi di quelle persone che meno possono farvi fronte. Se è vero che siamo nel bel mezzo di un nuovo conflitto, pur senza bombe a piovere dal cielo e con un nemico invisibile, non può che essere questo il momento di dimostrarci solidali e alleati con chi più ne ha bisogno. Ma i 5 Stelle, assieme a tutto il resto, hanno sconfessato anche questo loro ultimo dogma.

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