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COVID-19: quanto vale una vita?

A inizio pandemia si era diffuso un ritornello che vediamo recitare nuovamente in queste tragiche settimane di caos. Ne usciremo migliori. Tutta la speranza, la promessa racchiusa in quelle parole dall’uso del tempo futuro, prorompeva dagli arcobaleni appesi ai balconi sulle strade delle città deserte. Oggi, sono parole che incorniciano spesso i post sulla follia negazionista, sugli episodi di violenza e intimidazione ai danni del personale degli ospedali, sui commenti xenofobi e complottisti, sulla cecità della politica e sulla cattiva gestione dell’emergenza sanitaria.

Ne usciremo migliori è diventato un motto di scherno, pronunciato e digitato con una smorfia sul viso, le labbra piegate all’ingiù a formare un angolo sprezzante, disgustato, vergognoso. Incazzato per aver ceduto all’illusione, per aver avuto speranza. Non è facile individuare il momento esatto in cui la fiducia ha preso a incrinarsi, a creparsi via via più a fondo in un reticolo infinito di dubbi, a lasciarsi tarlare dalle teorie del complotto, corrodersi a ogni dichiarazione smentita, ogni parere esperto contestato, ogni provvedimento contraddittorio preso. Ciò che è certo è che oggi, alla vigilia di un nuovo possibile lockdown, di quella fiducia è rimasta solo l’ombra sbiadita su un lenzuolo ormai logoro. Sentirla tradita, però, fa ancora male. Fa male quando le proteste di una popolazione allo stremo vengono liquidate come il capriccio dei violenti, fa male quando lo smarrimento e la confusione delle persone vengono strumentalizzati per trasformarli in odio, fa male quando mancano i posti in ospedale e il discorso più sensato che la politica riesce a mettere in piedi riguarda l’irresponsabilità dei giovani e l’inutilità dei vecchi.

Domenica, il Presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, scriveva in un tweet: Per quanto ci addolori ogni singola vittima della COVID-19, dobbiamo tenere conto di questo dato: solo ieri tra i 25 decessi della Liguria, 22 erano pazienti molto anziani. Persone per lo più in pensione, non indispensabili allo sforzo produttivo del paese che vanno però tutelate. Com’è tipico di questa classe politica narcisista e avida di consensi, al sopraggiungere dei  primi commenti indignati, il messaggio è stato prontamente ampliato e modificato in una foggia meno disumana. Il Governatore ne ha attribuito la responsabilità alla scarsa capacità di sintesi di un anonimo addetto alla comunicazione.

Il tweet ha innescato una lunghissima serie di testimonianze sull’importanza dei nostri anziani, quasi una risposta immunitaria. Nonni e nonne che hanno tirato su con le proprie mani e con il proprio lavoro intere generazioni. Nonni e nonne sulle cui spalle curve ancora regge gran parte del welfare del nostro paese. L’anno scorso, un’indagine di SPI-CGIL aveva rivelato che, nonostante una riduzione sempre più consistente del loro potere d’acquisto, sei milioni di italiani in pensione sostengono le loro famiglie precarie, per un totale di dieci miliardi di euro l’anno. Nel suo messaggio di scuse, il Presidente della Regione Liguria ha chiarito che il suo intento era quello di porre l’accento sulla salvaguardia dei fragili: gli anziani, essendo in massima parte pensionati, possono e devono essere tutelati dalla contrazione della malattia senza dover necessariamente fermare la macchina economica italiana. Ecco riassunta, in meno di ventiquattro ore, tutta la parabola comunicativa alla quale siamo esposti dall’inizio della pandemia.

In verità, già nel primo tweet di Toti, non c’era nulla che potesse essere frainteso o malinteso. Nulla che non avessimo mai sentito dire, forse con un cinismo appena più mascherato di praticità. Non è la prima volta che il discorso sulle misure per il contrasto del coronavirus si trasforma in una disquisizione sul valore della vita umana, indissolubilmente legato, a quanto pare, all’indispensabilità produttiva dell’individuo. Agli albori della pandemia, quando la COVID non aveva ancora monopolizzato i media e le informazioni che circolavano al riguardo erano frammentarie e imprecise, si tendeva a minimizzare l’impatto del virus sul sistema paese alludendo al fatto che la malattia attaccasse con maggiore aggressività gli anziani cardiopatici e con patologie pregresse. Per tutti gli altri, il rischio era talmente minimo da rappresentare qualcosa di appena diverso da una banale influenza. Non era, dunque, il caso di incappare in isterismi di massa: l’economia del paese, il cuore produttivo d’Italia, sarebbe stato salvo. Esperti, opinionisti, politici, giornalisti lo hanno ripetuto per settimane, a mo’ di rassicurazione.

L’implicito di questo ragionamento non era meno agghiacciante, allora: chi non produce, chi è uscito dal circuito del lavoro – e, aggiungeremmo noi, chi in questo circuito fatica a rientrare – non solo non è indispensabile, ma è superfluo. Questa teoria, a parole ormai strenuamente confutata, ha trovato ampia conferma nei fatti: fuori dalle misure di quarantena, la tutela della vita degli anziani pensionati e dei soggetti fragili perché affetti da patologie pregresse o invalidanti ha finito per scontrarsi con la realtà di quei serragli di morte che sono diventate le RSA, con la progressiva difficoltà delle strutture ospedaliere e ambulatoriali di garantire assistenza e cura alle fasce di popolazione più a rischio, con la congestione del sistema di tracciamento e dei tamponi. Il nostro sistema di sanità pubblica, martoriato per anni, non regge e questo è il più evidente sintomo del fatto che è già da parecchio che la tutela dei fragili non è più al centro delle politiche del paese.

È già da parecchio che il valore della vita umana viene misurato in base a parametri di produttività e facoltà economica. Mentre sugli schermi dei nostri televisori si consumava lo spettacolo delle bare trasportate via sui mezzi dell’esercito, ascoltavamo sgomenti le dichiarazioni dei medici che confessavano di trovarsi concretamente nella situazione di dover scegliere chi salvare. La logica del nostro sistema economico si è trasformato in quei giorni tragici in economia della vita e della morte. Eppure niente del nostro attuale sistema è stato veramente ridiscusso negli otto lunghissimi mesi trascorsi dall’inizio di questo incubo. La discussione sugli ospedali, sull’affaticamento di medici e infermieri – definiti eroi dagli stessi che perpetrano il precariato e che durante la pandemia hanno riportato in auge i contratti co co pro per l’assunzione temporanea di personale sanitario –, sullo stato del sistema sanitario in Italia, non supera mai il confine del ragionamento circa le misure di contenimento che, pure, in estate sono state imprudentemente allentate in nome di ben altre priorità. La quarantena è stata affiancata dagli accorati appelli a tutelarsi e a tutelare gli altri, trasferendo di fatto sulla popolazione gran parte della responsabilità del contagio. Gli anziani, da soggetti superflui, si sono trasformati nella ragione per cui lottare, sui giovani e il loro stile di vita è stato puntato il faro del biasimo e della cattiva riuscita del contenimento del virus.

A quegli stessi giovani è stato tolto tutto: il privilegio di essere considerati cittadini di pari diritto con i loro padri, i luoghi riservati allo studio, all’incontro, all’arricchimento culturale, il diritto alla stabilità lavorativa. I giovani, dipinti come una massa di bamboccioni ubriachi, sono figli di una generazione precaria a cui spetta il compito arduo e impietoso di mantenere in piedi il tessuto sfilacciato di sanità e pubblica istruzione. Figli dell’instabilità di un paese che si regge in bilico sulle pensioni di quegli stessi individui che reputa inessenziali. Il discorso della responsabilità del contagio, posto in questi termini, non ha fatto che acuire la percezione del disagio generazionale, acuire l’insofferenza e il senso d’incomprensione.

Questi ultimi sono stati recentemente ripresi dalle correnti di estrema destra che negano l’esistenza o la nocività della COVID-19. Surfiste dell’esasperazione e della disperazione, le correnti dietro le teorie del complotto della dittatura sanitaria hanno riesumato il vecchio adagio che il virus colpisce solo gli anziani per connotare il ricorso al lockdown di una deriva autoritaria auspicata dalle lobby di politici e scienziati. Il valore della vita umana è, anche per costoro, solamente strumento nelle proprie attività di disturbo. Forse, l’unica via di scampo per uscirne migliori è guardare più da vicino tutte le valutazioni di indispensabilità, le discussioni sul valore e sul diritto alla sopravvivenza e, finalmente, scorgere al di là di esse l’immobilismo di un sistema che non attribuisce valore alla vita di nessuno, né giovane né vecchio, e della classe politica impreparata che si è trovata a gestirne la crisi strutturale.

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