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Origine popolaresca del superuomo secondo Gramsci

Esistono delle credenze, delle filosofie, delle realtà che, seppur sconosciute, diventano oggetto di conversazione e di convinzione di tutti. Autori, ad esempio, i cui libri sono letti da pochissimi ma che sono però in ogni casa. Una volta, invitato a una cena dell’alta aristocrazia intellettuale milanese, notai che tutti parlavano di uno scrittore: ebbi modo di scoprire che nessuno aveva letto oltre la pagina 5 del suo librone. Eppure, proprio grazie a questi salotti, diventò un cult. Poi spesso succede che dal libro si facciano film di successo, scelte artistiche sempre condizionate dai medesimi salotti massonico/editoriali, ed è così che un autore diventa universale.

Ogni volta che ci si imbatte in qualche ammiratore del Nietzsche, è opportuno domandarsi e ricercare se le sue concezioni “superumane”, contro la morale convenzionale, ecc. ecc., siano di pretta origine nicciana, siano cioè il prodotto di una elaborazione di pensiero da porsi nella sfera della “alta cultura”, oppure abbiano origini molto più modeste, siano, per esempio, connesse alla letteratura d’appendice.

Quanto, in questo senso, il mito del superuomo ha influenzato il pensiero contemporaneo, sebbene pochi di noi conoscano direttamente il mito creato da Nietzsche?

Nel carattere popolaresco del “superuomo” sono contenuti molti elementi teatrali, esteriori, da “primadonna” più che da superuomo; molto formalismo “soggettivo e oggettivo”, ambizioni fanciullesche di essere il “primo della classe”, ma specialmente di essere ritenuto e proclamato tale.

Una specie di Superman, un eroe per piccoli borghesi frustrati o contaminati da ideali fasulli pseudo-romantici. Del resto, Gramsci sosteneva che la piccola borghesia e i piccoli intellettuali sono influenzati da immagini romanzesche che, come una specie di via d’uscita dalla loro intrinseca mediocrità, li riscatta dalla strettezza della loro vita reale immediata. Il motto: è meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora da solo sintetizza questi diffusi stati d’animo. Il giorno da leone, appunto, diventa l’astratto sogno di essere superuomo, ma non nella vita reale, quanto nella versione romanzata e nevrotica che singolarmente ci raccontiamo prima di andare a nanna. Analisi particolarmente grande in chi è proprio e irrimediabilmente pecora.

Per il “superuomo” del Nietzsche, oltre all’influsso romantico francese (e in generale del culto di Napoleone) sono da vedere le tendenze razziste che hanno culminato nel Gobineau e quindi nel Chamberlain e nel pangermanismo (Treitscke, la teoria della potenza ecc.).

Insomma, non vi è in Gramsci una grande simpatia per il superuomo di Nietzsche. Quello che però colpisce è la lettura politica, laddove il mito nicciano, in qualunque modo declinato, diventa ai suoi occhi simbolo di decadenza. Sia nella versione popolaresca, dove il supereroe assume i lineamenti simili a quelli di un protagonista di una telenovela, sia in quelli colti, dove getta le basi di un pensiero iper individualista che, direttamente o indirettamente, si pone al di sopra dell’etica e degli altri. Del resto, la formula al di là del Bene o del Male assume i contorni di un fumetto quando è declinata in modo astratto e del crimine quando, invece, viene elaborata in chiave concreta. Anche analizzandola nella sua versione romantica, nel campo del sentimentalismo, questa volontà di potenza può essere un tantino pericolosa nel caso di un amore non corrisposto.

Naturalmente le diverse letture del mito nicciano avvenute dal secondo dopoguerra in poi hanno certamente la loro ragion d’essere e non è questa la sede per rilevare eventuali tracce del superuomo nelle derive fasciste della contemporaneità o in quelle del passato. Quella che sorprende è la lucidità di Gramsci che, proprio mentre veste i panni di una specie di superuomo del movimento comunista mondiale, del martire, smonta con poesia ogni ipotesi di “piedistallo” per se stesso e per i leader del futuro. Un senso di sobrietà e di appartenenza che, in qualche modo, non si pone mai al di sopra di niente, ma in linea retta, in comunicazione etica, quindi di esempio per gli altri.

Il suo sistema nervoso, messo a dura prova dalla prigionia, già vacilla. Capita, con lo sfogliare degli ultimi suoi Quaderni, di imbattersi in periodi contorti o in interi paragrafi uguali ad altri scritti in precedenza. Altissimo il rispetto del curatore, nell’edizione in mio possesso Valentino Gerratana, di non evidenziarle. Era la sua personalissima ed estrema Resistenza al fascismo, vissuta nel buio di una cella, in cui invece di sentirsi eletto o santo, in cui invece di inventarsi un’idea di potenza vendicativa e selvaggia, gettava le fondamenta indistruttibili di un pensiero basato sulla fragilità del singolo e sulla forza suprema dell’unità e dell’uguaglianza.

Contributo a cura di Luca Musella

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