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Olimpiadi 2026: per un Paese “normale” sarebbe una grande notizia

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
26 Giugno 2019
in Il Fatto
Tempo di lettura: 5 minuti
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Sono da poco passate le ore 18:00 quando il CIO annuncia al mondo che la sede dei Giochi Olimpici invernali del 2026 tornerà a essere l’Italia, appena tredici anni dopo l’edizione delle Olimpiadi avuta luogo a Torino. La notizia – come giusto – rimbalza immediatamente sulle prime pagine di tutti i giornali nazionali e sulle bacheche dei social network della politica. Il primo a salutare la nomina del duo cittadino lombardo-veneto è il Premier Giuseppe Conte, seguito in pochi minuti dai suoi vice Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Esulta la delegazione tricolore presente alla manifestazione, Giovanni Malagò (Presidente del CONI) rinsalda la propria leadership attraverso quella che è, di fatto, la più grande vittoria della sua gestione, Sala (Sindaco di Milano, PD) e Zaia (Governatore del Veneto, Lega) si abbracciano nell’idea della dolce melodia dei registratori di cassa che rimpinzeranno, da lì a breve, le già ricche casse dei comuni e delle regioni che governano e rappresentano, affidando allo sport il coming out della coppia di fatto separatista formata dalle formazioni politiche di cui sono il volto. 

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Non fosse il Paese che già troppe volte ha dimostrato di saper essere, alla notizia farebbe festa l’Italia intera, invece, anche uno straordinario evento come l’assegnazione della manifestazione sportiva per eccellenza – quella dei cinque cerchi – diventa motivo di evocazione di fantasmi che hanno sempre gli stessi spaventosi nomi: corruzione, mafia, tangenti, questa volta nella brutta compagnia delle politiche separatiste che già vogliono il Nord sempre più autonomo a discapito dell’intero tacco di questo scassato Stivale, il Mezzogiorno.

In tal senso, il decreto Sblocca Cantieri, approvato appena qualche settimana fa dal Consiglio dei Ministri, sa di brutto presagio alla vigilia dei grandi appalti che nei prossimi sette anni faranno gola a qualunque azienda di costruzioni italiana e non, con la mafia concorrente sempre in prima linea nella spartizione di denaro pubblico. E di soldi, per le Olimpiadi invernali Mi-Co, ne gireranno un bel po’: il CIO stanzierà, infatti, per la costruzione e il rimodernamento degli impianti sportivi l’incredibile cifra di un miliardo e mezzo di euro (poco meno), con le Regioni interessate a ospitare le gare che contribuiranno con un’ulteriore spesa per ora quantificata in 341 milioni. 

Il rischio di infiltrazioni criminali è – come sempre – molto alto, vigilare sul corretto svolgimento dei processi d’assegnazione quasi impossibile e la storia recente delle grandi opere nel Settentrione d’Italia ne è la triste conferma. Per cominciare basta riavvolgere il nastro proprio fino al 2006, alla Torino olimpica che negli anni successivi ai giochi si iscrisse alle cronache del Paese come la città più indebitata della nazione, con un buco finanziario miliardario che soltanto i continui decreti statali e le tasse dei cittadini piemontesi hanno contribuito – e mai del tutto – a sanare.

Il villaggio olimpico, creato ad arte per accogliere gli atleti provenienti dai cinque angoli del globo terreste, è a oggi un centro che ospita i rifugiati provenienti dal Mediterraneo, un angolo del capoluogo sabaudo dove proliferano incuria, degrado e affari malavitosi, e non certo per la natura dei suoi nuovi occupanti. Come accade in tutte le grandi città del mondo, per i ghetti lasciati ai margini del centro storico e affollati – grazie alle assegnazioni delle amministrazioni locali – dalle fasce più deboli e povere della popolazione, il decadimento è una conseguenza purtroppo non controllabile. Il tutto a dieci minuti dai luoghi del turismo torinese, a pochi passi dagli impianti tirati su proprio in occasione della rassegna olimpica.

E a proposito di impianti, alcuni di quelli costruiti appositamente per Torino sono stati chiusi negli anni a venire a causa degli elevatissimi costi di gestione che nessun ente pubblico o privato è mai riuscito ad accollarsi. Riciclaggio di denaro, lavoro a nero, fatture gonfiate sono i titoli di giornale che spesso hanno accompagnato le cronache delle vicende legate alle Olimpiadi Invernali 2006, un terreno fertile per la ‘ndrangheta che con il Nord Italia ha imparato come fare affari con il cemento anziché con il sangue. 

Simile destino è quello che ha coinvolto le regioni interessate alla prossima manifestazione sportiva associata storicamente ad Atene e agli dei, con il Mose di Venezia e l’Expo di Milano travolti dallo scandalo delle tangenti. Agli affari legati alla laguna corrisposero lunghi processi e relativi arresti per finanziamento illecito, mentre il capoluogo lombardo, simbolo della multiculturalità e dell’accoglienza con l’Expo in zona Rho nel 2015, macchiò la propria reputazione di città europea con le notizie d’infiltrazione di Cosa Nostra in fatto di associazione a delinquere, turbativa d’asta e truffa, con decine di arresti autorizzati dalla magistratura milanese nell’indagine di anticorruzione.

Il processo già ben avviato di trasformazione di Milano in città-stato, però, sembra cancellare dalla mente di tutti – politici e responsabili dell’opinione pubblica – quanto l’evoluzione del polo finanziario italiano sia spesso coincisa con il malaffare. Anche a questo scopo servirà, dunque, il  denaro stanziato per le Olimpiadi di Milano-Cortina, unitamente alle tasse che si vedranno accollare i cittadini italiani (tutti, perché i portafogli non hanno territorialità), ossia a ricucire i buchi finanziari lasciati dalla realizzazione delle grandi opere al Nord. Nonostante lo straordinario curriculum dell’imprenditoria settentrionale italiana, però, per un tragico paradosso, è proprio in quei territori soltanto che gli investimenti continueranno a proliferare.

Con l’avvento delle Olimpiadi la politica giustificherà ancor più fermamente la necessità delle autonomie, con PD, Lega e 5 Stelle che potrebbero trovare finalmente la sintesi delle loro divergenze nella corsa alla separazione della Padania dal Mezzogiorno. Con la scusa di doversi far trovare pronti all’appuntamento con i milioni di turisti che affolleranno la Madunina o brinderanno a ritmo di Spritz all’ombra dell’Arena, rilanceranno i cantieri delle grandi opere, ancora una volta a discapito di un Sud e dei suoi rappresentanti che si accontentano del titolo a Palermo prima, a Matera poi, di Capitale della Cultura, salvo poi che a Palermo e Matera giunge appena un misero allacciamento ferroviario e l’alta velocità è associabile solo al desiderio dei giovani di scappare via. Con lo stesso criterio potrebbero presto trovare soddisfazione le autorizzazioni che ancora mancano a completare la TAV, con buona pace della popolazione della Val di Susa e degli esponenti dei 5 Stelle che avranno, così, un nuovo dito dietro il quale nascondersi dalle accuse di chi gli imputerà, ancora una volta, di tradirsi e tradire.

Tre miliardi di euro: è questa la mastodontica cifra che le prossime Olimpiadi Invernali italiane porteranno alle nostre città. Tre miliardi di motivi, dunque, per festeggiare, per unirci e riscoprirci orgogliosi, tre miliardi di motivi per presentarci nel vestito migliore al turismo che invaderà lo Stivale. Eppure… i fantasmi che da sempre strozzano questo Paese sordo e masochista impediscono a tutti noi di gioire assieme a Sala e Zaia, a vedere in quell’abbraccio un motivo che accantona le differenze per l’interesse comune anziché la condanna per i molti che pagheranno gli interessi dei soliti pochi in colletto bianco e residenza lombardo-veneta.

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