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Nazim Hikmet: il poeta turco

Cecilia Cunsolo di Cecilia Cunsolo
9 Novembre 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 5 minuti
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Sono tra gli uomini

amo gli uomini

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amo l’azione

amo il pensiero

amo la mia lotta

sei un essere umano

nella mia lotta

ti amo.

Con questa breve poesia, composta da versi semplici e spezzati che riescono a creare la giusta armonia, vogliamo introdurre un grande poeta che continua a essere ancora oggi apprezzato sia per quanto riguarda il suo spirito politico sia per la sua poesia d’amore, in grado di avvolgere l’animo umano e di trasportarlo in un ballo incessante, il susseguirsi in una danza, a volte incalzante, a volte pura e delicata, di sentimenti e passioni che si tuffano nero su bianco con la maestosità e l’ingegno di cui solo Nazim Hikmet è capace, permettendo al lettore di guardarsi dentro grazie al fluire delle parole.

Drammaturgo e scrittore turco naturalizzato polacco, definito comunista romantico o rivoluzionario romantico, Nazim Hikmet è considerato uno dei più grandi poeti dell’epoca moderna. Particolarmente attivo dal punto di vista politico, potrebbe essere definito come un intellettuale militante, ossia colui che prende parte attiva ai problemi della società, nutrendo la speranza di portare a una rivoluzione attraverso la propria scrittura o anche, nel suo caso, di addolcire il clima aspro dei suoi giorni tramite la verseggiatura. Durante la guerra d’indipendenza turca del 1919, lavora come insegnante a Bolu, aderendo al partito nazionalista che lascia poco dopo. Come molti scrittori e intellettuali, è costretto a espatriare per motivi politici, nonché per la sua pubblica denuncia del genocidio armeno.

Attratto dagli ideali socialisti, studia sociologia presso l’università di Mosca, dove comincia a sperimentare generi del tutto diversi da quelli a cui ha sempre aderito. Iniziandosi ai testi di Karl Marx e alla rivoluzione sovietica, assume dunque una concezione di pensiero altra divenendo comunista e antimilitarista. In seguito, conosce Lenin per il quale nutre una profonda ammirazione – da qui la dedica di Comunista! Voglio dirti due parole –, una stima che lo porta nel 1924 a essere una delle guardie d’onore accanto alla bara del rivoluzionario. Fra gli altri personaggi influenti dell’epoca ricordiamo Esenin e Majakovskji, che rappresentano per lui una base e un punto di appoggio ispirante il suo modo di scrivere e di guardare il mondo.

Ma Hikmet, così come molti altri autori, è da sempre precoce nelle sue passioni, scoprendo sin dalla più tenera età la propria abilità nella scrittura. Da bambino, seguendo la famiglia d’origine, è un credente mussulmano e trae capacità creativa dai suoi insegnanti e da altri poeti turchi come Tevfik Fikret o Mehmet Emini. La propensione per la forma del racconto e successivamente della poesia, però, si evince già intorno ai quattordici anni: le sue prime liriche hanno come tema l’incendio della casa di fronte alla sua e il gatto della sorella, a cui poi segue una moltitudine di altri testi che vede la sua prima pubblicazione a soli diciassette anni su una rivista.

Apprezzato da molti e ignorato da tanti, il poeta comunica nei suoi versi un nucleo di emotività e di pensiero che permette al lettore di immergersi in una quotidianità altra riuscendo, poi, a fondere tutti gli aspetti della propria vita. Ricordato prevalentemente per le sue poesie d’amore, attraverso la forza dei versi Hikmet sembra combattere, protendendosi verso una sorta di rivoluzione che lo vede partecipe in tutto ciò che accade nel mondo. La sua lirica sentimentale è infatti intrisa di quotidianità, di immagini che giungono immediate alla nostra mente e che ci stringono come un cappio alla gola, facendoci riflettere su amori e sofferenze passate, su storie di vecchi amanti che vengono lasciate inesplorate all’interno della memoria e che, quasi per scherzo, riemergono attraverso un verso o una semplice parola che l’autore sceglie per ogni singola poesia.

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà

sei la mia carne che brucia

come nuda carne nelle notti d’estate

sei la mia patria,

tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi

tu alta e vittoriosa

sei la mia nostalgia

di saperti inaccessibile

nel momento stesso

in cui ti afferro.

Soffermandoci sugli ultimi tre versi – di saperti inaccessibile nel momento stesso in cui ti afferro – notiamo come il poeta trasmetta chiaramente il suo stato d’animo, una nostalgia sprezzante che sembra collocare il lettore in un clima umido e acceso in cui le passioni vengono viste quasi danzare cercando di afferrarsi fra loro con una forza prorompente, la forza della malinconia che attrae e avvolge, facendo rivivere o riesplorare luoghi nascosti della coscienza: questo è, infatti, ciò che cerca di fare Nazim Hikmet attraverso un tema comune come quello della nostalgia, trattato, ormai, da molti autori. Il poeta ridefinisce ed evidenzia il concetto in tutte le sue più inconsistenti fattezze rappresentando in esse un’opera d’arte. Ecco che allora la sua maestria si manifesta nel modo in cui egli riesce ad allineare un flusso di emozioni e sentimenti discontinui attraverso pochi versi, messi insieme uno dopo l’altro quasi a voler stimolare e armonizzare l’anima di chi legge.

Il poeta, inoltre, si mostra abile nell’unire due culture e due modi di vivere distinti: da una parte notiamo la sua tendenza alla scrittura lirica, mentre dal lato opposto si proietta verso una dimensione epica che riflette la personalità di Nazim Hikmet come quella di ogni uomo. È la sua forma data da una dolcezza orientale e da una moderna asprezza dai ritmi occidentali – estremamente diversa da quella italiana, ma anche molto simile in certe sensazioni che non possono non essere condivise – che catapultano il lettore in un limbo: scegliere se lasciarsi trasportare dalle sue parole, che lo conducono verso la dimensione delle passioni e il ricordo profondo e nostalgico, quasi come cullato da una ninna nanna, o mostrarsi distante a tale maestosità ponendosi nella condizione di chi legge senza coinvolgimento, un’impresa alquanto ardua.

Nazim Hikmet prende la sua poesia sul serio, non soltanto come un passatempo o un lusus letterario, ma come un modo per raccontare, esprimere e comprendere se stesso. Un’immagine di poesia certe volte vana e astratta che si ricava in un profondo desiderio di evasione del cuore avvicinandosi a una concezione di amore e di vita universale che consente a noi altri di annegarci dentro.

Ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia

è la mia nostalgia

cresciuta sul ramo inaccessibile

è la mia sete

tirata su dal pozzo dei miei sogni

è il disegno tracciato sul raggio di sole

ciò che ho scritto di noi è tutta verità

è la tua grazia

cesta colma di frutti rovesciata sull’erba

è la tua assenza

quando divento l’ultima luce all’ultimo angolo della via

è la mia gelosia

quando corro di notte fra i treni con gli occhi bendati

è la mia felicità

fiume soleggiato che irrompe sulle dighe

ciò che ho scritto di noi è tutta una bugia

ciò che ho scritto di noi è tutta verità.

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