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Apologia del culo: il nostro corpo non è più nostro

Settembre 2021: viene inaugurata una statua dedicata alla celeberrima Spigolatrice di Sapri, protagonista della poesia di Mercatini, a opera di Emanuele Stifano. Le polemiche si accendono quasi subito perché la Spigolatrice è rappresentata in una posa leziosa e ammiccante, e il vestito indossato aderisce al corpo mettendo in primo piano il seno e, soprattutto, il culo.

Ottobre 2021: Marco Montemagno pubblica un video Instagram in cui, al grido di amiche mie, credete allo zio vecchio, invita le ragazze a non far girare il culetto su TikTok perché quello è un modo di dimostrare una grande inferiorità, perché una non è in grado di fare nient’altro.

Novembre 2021: Andrea Serrani, 45enne marchigiano, dà una vistosa manata sul culo alla cronista Greta Beccaglia in diretta tv, mentre lei è fuori dallo stadio di Empoli, dove si è appena conclusa la partita contro la Fiorentina, per intervistare i tifosi.

24 gennaio 2022: Diana Di Meo, 22enne arbitra di calcio, denuncia la diffusione sui social di alcuni suoi video intimi. Durante una puntata di 105 Kaos, programma radiofonico condotto da Francesco Facchinetti, si parla della vicenda. Tra le (discutibili) argomentazioni che si usano per dibattere (oltre a è un po’ complice dell’accaduto perché ha accettato di farsi riprendere e poi ha anche inviato i video all’ex fidanzato) c’è persino l’avere un profilo Instagram aggressivo e accattivante. Tradotto, Diana Di Meo posta foto sui social in cui è in bikini o le si vede il culo.

25 ottobre 2022: Eva Menta e Alex Mucci, influencer e content creator su Instagram e Only Fans, scattano delle foto agli Uffizi, davanti alla Venere di Botticelli, mentre indossano dei top trasparenti e dei leggins aderenti. Alessandro Draghi, capogruppo di Fratelli d’Italia a Firenze, vede le foto e il polverone si alza. «Mi pare strano che i custodi non se ne siano accorti, e che a distanza di diverse ore al direttore Schmidt non siano arrivate le indegne immagini delle due sexy influencer», tuona Draghi. Gli Uffizi a quel punto si attivano e chiedono a Instagram la rimozione delle immagini non autorizzate. Dopo ore di attacchi pesanti e addirittura minacce, Menta e Mucci decidono di archiviare il post.

Non riuscite a trovare il collegamento tra tutte queste situazioni? Facciamo un passo indietro e analizziamo meglio, partendo proprio dall’affaire nudi agli Uffizi.

La protesta si è scatenata, come dicevo, non durante la visita al museo, ma soltanto quando l’allerta è stata lanciata da Draghi: «La Venere del Botticelli non può essere usata da costoro per uno spot indecente, quelle foto sbeffeggiano il patrimonio artistico italiano; per stare in abiti succinti ci sono tante discoteche, evitiamo di farlo nel museo più importante di Firenze».

Ora, mi viene da chiedere: in che modo la foto di una persona che indossa dei vestiti aderenti può offendere un intero patrimonio artistico? È vero che il regolamento degli Uffizi (che è stato tirato in ballo sempre dopo l’esplosione del putiferio, non al momento dell’ingresso delle ragazze al museo) richiede di evitare un abbigliamento che possa essere lesivo della dignità dei luoghi, ma il punto è proprio questo: dove risiederebbe la dignità del luogo da preservare così strenuamente e in che modo un culo in un leggins aderente la offenderebbe? Il museo non è un luogo di fede, è un luogo pubblico che contiene opere destinate a una fruizione pubblica (per cui paghiamo anche delle tasse). Menta e Mucci stavano fruendo del patrimonio che appartiene loro, esattamente come tutti noi quando entriamo in un museo. Dov’è il tasto dolente allora? Menta e Mucci, con i loro abiti, non stavano “onorando” adeguatamente le opere esposte? Un culo vero (coperto) oltraggia a tal punto un culo dipinto (scoperto)? Se al posto di un Botticelli ci fosse stata una foto di Francesca Woodman o di Edward Weston, avrebbe ancora offeso l’arte?

Come per la questione delle proteste ambientaliste nei musei, ci troviamo di nuovo di fronte a un’istituzione che si ritiene custode di una presunta cultura “alta”, pura, che non si fa problemi a usare Chiara Ferragni per farsi pubblicità o a organizzare sfilate esclusive (e private: la sfilata del 2012 di Stefano Ricci agli Uffizi contava 250 invitati top secret), ma che al momento opportuno ci tiene a ribadire che è sacra e intoccabile.

Le foto appaiono in contrasto con i nudi presenti nei musei perché questi sono visti come “artistici”, privi di connotati sensuali, ammantati di “decorum” (nell’estetica rinascimentale, il decorum è un concetto che stabilisce la corrispondenza della forma dell’opera d’arte al contenuto rappresentato e alla funzione). I nudi rappresentati, quindi, non sono erotici perché la nudità è funzionale al soggetto: ci troviamo davanti a decine di dee, ninfe, sante e figure bibliche in pose più o meno esplicite, ma le intenzioni di chi le ha realizzate sono formalmente inattaccabili. In realtà, nel Cinquecento prima della Controriforma (e, passato un breve periodo, anche dopo) la frontiera tra nudo pudico e nudo erotico non dipende che dalla sua interpretazione iconografica (Sarah Matthews-Grieco), e il vagheggiamento sacro o mitologico, il suddetto decorum, è lo scudo dietro il quale coltivare il piacere dell’occhio (non a caso il nudo maschile è praticamente sempre commemorativo o eroico, mentre quello femminile spessissimo è anche sensuale).

Il decorum invece, che faccia da scudo o meno, manca clamorosamente nella Spigolatrice: anche volendosi sforzare, non si riesce a trovare un perché alla scelta di rappresentare, nel 2021, una contadina ottocentesca in maniera allusiva. L’autore si è difeso affermando di aver voluto rappresentare in questo modo la “fierezza” del personaggio e il “risveglio di una coscienza”: si deduce che la fierezza debba passare automaticamente attraverso la piacevolezza estetica, attraverso il corpo sessualizzato (perché quel corpo è sessualizzato – e non “sessualizzabile”, come hanno scritto alcuni: tutto, nella statua, contribuisce ad accentuare le caratteristiche fisiche, che sono le uniche evidenti). Visto che si parla di una commissione pubblica, destinata a occupare spazio pubblico e a dialogare con il contesto culturale in cui si trova, il messaggio diretto alla collettività che arriva è, ancora una volta, che per rappresentare una donna indipendente si deve passare per un bel culo. Oggettivizzando il corpo, il nudo viene usato in modo strumentale, con il consenso dei committenti e sotto l’egida della libertà creativa. In fondo, che c’è di male in un culo esposto?

E che male c’è in un culo toccato senza consenso? Greta Beccaglia, mentre rispondeva a Serrani non puoi fare questo, si è sentita dire pacatamente dal conduttore in studio di non prendersela. Serrani si è scusato aggiungendo che era triste per il risultato della partita, lei è stata accusata di essere esagerata per essersi sentita umiliata, qualcun altro ha pensato di farle notare che le vere molestie sono altre, o che denunciare “solo” per una pacca sul sedere era eccessivo. Non avendo attentato alla rispettabilità di nessun luogo, è stata supportata, ma fino a un certo punto: in fondo, boys will be boys, si dice. Ma tutto si rovescia, nuovamente, quando il nudo non è quello di una statua.

In quel momento si riattiva il corto circuito e succede che una ragazza venga colpevolizzata perché sul suo profilo personale ha delle foto in cui si mostra (secondo i censori) un po’ troppo. Il corpo della donna (sempre sessualizzato pubblicamente perché visto come strumento di tentazione) va coperto, non ne puoi disporre a tuo piacimento. Non puoi scoronare il potere dello sguardo maschile riappropriandoti della tua nudità, perché se ti esponi verrai automaticamente sessualizzata, considerata in un certo modo, e da lì all’un po’ se l’è cercata è un attimo. Il gioco è confondere il mezzo con l’agente: si fa diventare il nudo il problema, quando invece è nell’occhio di chi guarda.

E se non funziona questo espediente, che si fa? Facile, si depotenzia la persona che si ha di fronte con un bell’argumentum ad hominem. Non ci insegnano da sempre che le donne “valide” non hanno bisogno di spogliarsi? Quindi, se ti fai vedere nuda sai solo far girare le chiappette, non puoi avere altri argomenti, nulla di quello che dici può essere ritenuto valido, degno di attendibilità o attenzione. Si indebolisce la credibilità della persona passando per l’esibizione del corpo, la si rende impotente collegando il significato delle sue parole (o la sua stessa valenza) ai centimetri di pelle esposta.

Come per Di Meo, peggio per Menta e Mucci. Dopo aver cercato di contattare gli Uffizi per risolvere la questione, si sono trovate davanti a un muro di silenzio da parte del museo, finendo poi sommerse da un mare di critiche e insulti. E qualunque argomentazione abbiano dato in risposta, le accuse sono finite per girare tutte, invariabilmente, attorno a un solo punto: loro sarebbero due sgallettate che ostentano la loro sessualità, che fanno un lavoro indecente e i loro corpi nudi sarebbero stati inappropriati, volgari, insultanti per il luogo e per il decoro (e per la Venere, la cui nudità è immacolata). Si silenzia l’antagonista del dibattito in questo modo, svilendo il valore delle sue parole perché mostra il culo. L’arte, intangibile, inviolabile, separata dalla vita, viene preservata, non è più umiliata; Botticelli può tornare a dormire sonni tranquilli, il museo è di nuovo un sacrario. Il cerchio si chiude.

Il messaggio finale che passa è uno solo, ed è chiarissimo. Il nostro corpo è, ancora oggi, non nostro. Lo hanno dipinto, scolpito e rappresentato come più piaceva, come più serviva, vestendolo dei panni delle dee o delle sante a seconda dell’esigenza, e quando il decorum non poteva venire in soccorso si relegavano i quadri ai salottini privati. Oggi lo toccano allegramente per strada, mentre lavoriamo, sui mezzi, fuori dagli stadi in diretta tv per poi dichiarare che era tutta goliardia; i nostri video privati vengono fatti circolare su internet e poi ci puntano contro il dito perché su Instagram abbiamo liberamente deciso di esporci svestite. Non possiamo autodeterminarci: quando da oggetti diventiamo soggetti non va bene, quando siamo agenti della nostra nudità andiamo rimesse a posto. L’argumentum ad hominem calerà su di noi e ci ridurrà di nuovo al silenzio. I culi? Li accettiamo solo in un quadro di Rubens.

Contributo a cura di Benedetta Rainone

Apologia del culo: il nostro corpo non è più nostro
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