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Mark Fisher: “Realismo capitalista”

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
9 Novembre 2021
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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Il titolo del primo capitolo del libro Realismo capitalista del filosofo inglese Mark Fisher (NERO Editions, 2018) recita: È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Questo assunto costituisce, al tempo stesso, uno sguardo lucido sullo stato delle cose economico, politico e sociale che attualmente domina il pianeta, e un possibile punto di ripartenza per una critica radicale alla dottrina secondo la quale non c’è alternativa, proposta e imposta da Margaret Tathcher dagli anni Ottanta in poi e indicata dall’autore come perfetto slogan del realismo capitalista, che si trasformò in una spietata profezia che si autoavvera.

Il saggio dello scrittore e filosofo morto suicida all’inizio del 2017 esce per la prima volta in Italia, tradotto da Valerio Mattioli, a quasi dieci anni dalla sua diffusione e dall’eco polemica che ebbe la breve ma densa sintesi del senso di esaurimento, di sterilità culturale e politica che ha occupato quasi per intero lo spazio fisico e mentale degli ultimi decenni di storia.

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mark-fisherLo studioso e giornalista che per anni è stato anche protagonista di K-Punk, tra i più seguiti blog di cultural theory inglese, parte dalle analisi già contenute nel Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels per arrivare ai successivi contributi di altri studiosi e, in particolare, di autori come Gilles Deleuze e Fèlix Guattari fino a Michel Foucault e alla riflessione di Fredric Jameson, secondo il quale il postmodernismo è la logica culturale del tardo-capitalismo. Fisher preferisce parlare di realismo, invece, perché se è vero che la critica al modernismo negli ultimi decenni del secolo scorso aveva messo in discussione l’idea che le forme della modernità avessero un potenziale rivoluzionario, dal momento che poi venivano assorbite, commercializzate e in pratica incorporate dal sistema capitalista, è ancora più evidente che ai nostri giorni assistiamo alla loro precorporazione, vale a dire la programmazione e la modellazione preventiva, da parte della cultura capitalista, dei desideri, delle aspirazioni, delle speranze espresse nella vita sociale.

Ricorrendo ad esempi tratti dalla cultura pop, dalla musica alla letteratura fino al cinema, il quadro descritto da Fisher si riferisce anche alla involuzione di quella sinistra tradizionale che ha accettato la logica del sistema al quale pure in teoria si contrappone, ma soltanto in termini di elaborazione estetica di un ideale di vita o come intellettualistica espressione della propria consapevolezza, di quella coscienza infelice che finisce per ribadire la resa a un sistema e al suo insostituibile dominio che, come commenta il filosofo Slavoj Žižek, ci restituisce un ritratto spietato della nostra miseria ideologica.

Citando il filosofo francese Alain Badiou, infine, con il termine modernizzazione viene data una definizione rigida e servile del possibile che viene condannato come irrealistico, affidandosi a un principio di realtà che è mediato dall’ideologia del sistema dominante e, come ci dice il filosofo e psicoanalista Jacques Lacan, ciò che noi chiamiamo realtà si costituisce attraverso la repressione di quanto è davvero reale nella vita quotidiana della comunità.

A tal proposito, il manifesto politico ed estetico di Mark Fisher ci fornisce un’analisi delle relazioni individuali e collettive percepite ormai come naturali, ma che sono prodotte e rese funzionali e non modificabili dal sistema nel quale siamo immersi. Quello scolastico, per esempio, sempre più modellato come un’azienda, oppure la burocrazia e la piaga della malattia mentale che mostrano, invece, come il capitalismo sia un sistema innatamente disfunzionale. Infine, la catastrofe ecologica, da tempo in atto e della quale il fenomeno denominato cambiamento climatico risulta essere soltanto la parte più fisica e visibile. Più in generale e in profondità, contraddittoria è la condizione della famiglia ai tempi del capitalismo postfordista, necessaria per la riproduzione della forza lavoro, ma dalla stabilità interna corrosa dalle tensioni imposte alle vite personali e alle relazioni umane dai tempi e dalle modalità di un sistema dove vita e lavoro diventano inseparabili e in preda alla precarietà spacciata per libertà.

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