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Manfredi e il PD: il “Pacco per Napoli”

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
22 Novembre 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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La scorsa settimana, Napoli vibrava di dibattiti elettrizzanti, di argomenti di discussione perfetti a rendere l’idea del fermento che sta attraversando il capoluogo campano: le luminarie di Natale e il titolo di Le Figaro. Così, le prime (e uniche) misure messe in campo per il rilancio della città – il quantomeno immorale aumento di stipendio del Sindaco e dei suoi Assessori, unito all’assunzione di un city manager da oltre 200mila euro annui – sono state assorbite come un sacrificio dovuto, un martirio a cui il presepe abituato alle malizie dei suoi pastori sembra già essersi nuovamente riconsegnato.

Sono trascorse appena sette settimane dalle elezioni amministrative, e ogni residuo della rivoluzione popolare che aveva accompagnato la proposta arancione, alternativa allo stato di cose perenne, è già stato spazzato via dal disamore e dalla sfiducia nelle istituzioni a cui Napoli sembra essere destinata per definizione. In questo contesto di resa, riacceso dalla pandemia e alimentato dalle prime misure messe in campo da Governo e Comune, l’articolo di Le Figaro – che dipingeva la città come terzo mondo – non suona più come l’ennesima offesa gratuita della stampa votata allo sputtanapoli, ma un modo per riabituare tutti al buio che attende la città del Vesuvio, un triste presagio.

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Il carisma non è una di quelle caratteristiche di cui il mercato della politica riesce a dotare i propri prodotti, così il neo Sindaco Gaetano Manfredi si è già reso conto di doversi difendere dal ruolo – per lui congegnato – di agnello sacrificale, portato dal proprio partito sull’altare del vero leader della politica cittadina e regionale: Vincenzo De Luca. Dopo aver incolpato di tutti i mali della città l’ex Primo Cittadino, Luigi de Magistris, l’ingegnere di casa a Palazzo San Giacomo sembra già alla ricerca di nuovi specchi a cui aggrapparsi per giustificare l’esborso straordinario per sé e il direttore generale assunto grazie alla modifica ad hoc del regolamento del Comune di Napoli sull’Ordinamento degli Uffici e dei Servizi, una misura inspiegabile (oltre che di dubbia utilità) che fa a botte con le dichiarazioni di appena quindici giorni fa, quando minacciava di lasciare senza l’attuazione del Patto per Napoli, promesso in cambio della sua candidatura.

I soldi mancano per la città ma non per i governanti, ha tuonato su Facebook l’ex Sindaco de Magistris, un’osservazione da cui è difficile dissociarsi, una realtà che rischia di scollare i napoletani dalla presa di coscienza di cui si erano resi protagonisti, che seda gli animi e appesantisce il sentire verso il futuro della città. E non è difficile pensare che, sì, vogliono proprio questo, che alimentare il disamore verso le sorti delle proprie strade sia il modo migliore di tenere a bada un popolo che ha, invece, dimostrato di saper mettere in dubbio gli equilibri su cui fonda il sistema politica.

D’altronde, non sono segrete a nessuno le condizioni in cui versano le casse di Palazzo San Giacomo, prosciugate da anni di noncuranza da parte di Regione e Governo verso le sorti del capoluogo campano, volutamente isolato dal resto d’Italia e affogato in debiti ingiusti, così da favorire il malcontento e il ritorno dei potenti sullo scranno che conta. Il Patto per Napoli con cui l’ex Rettore Manfredi era stato rassicurato dal suo partito, il PD, sta già prendendo la forma del Pacco, una manovra ben congegnata per riconsegnare la città alla depressione a cui il Sud non deve poter sfuggire, una realtà in cui gli affari tornano ad appannaggio di pochi, dei soliti.

Nemmeno la montagna di soldi del PNRR basta a restituire fiducia, semmai funge da carota come nel classico traino dell’asino, l’animale da condurre nel luogo indicato dal padrone saldamente in sella, illudendo la bestia che, prima o poi, quella ricompensa sarà raggiungibile. La sola complessità della giunta multicolore agli ordini di Manfredi non è – certo – garanzia di politiche cittadine, di manovre volte a incentivare una crescita del lavoro, a favorire start-up e iniziative popolari che compongano il tessuto e l’offerta dell’intera città, semmai di un’attenta spartizione delle responsabilità.

Il Sindaco di Napoli ha dunque l’obbligo di segnare il distacco da queste dinamiche, di dimostrare la sua leva professionale e morale, di non vestire i panni del cavallo invasore che lascerà strada ai predatori in città. L’ex Ministro dell’Università deve farsi garante della sua gente anche contro il suo stesso partito, contro il suo stesso padre putativo a Palazzo Santa Lucia.

Napoli e i napoletani, d’altronde, hanno dato prova delle loro volontà, come nel caso dei servizi pubblici che l’attuale Amministrazione pare abbia già individuato e messo alla mercé di investitori privati. Lo scorso fine settimana, a tal proposito, un’importante manifestazione ha chiarito la posizione della città in merito all’ABC (Acqua Bene Comune), una battaglia che solo la città del Vesuvio ha saputo vincere come da richiesta referendaria, al contrario di qualsiasi altro grande centro italiano. Mantenere il servizio dell’acqua come affare pubblico sarebbe un atto politico identificativo, una dichiarazione d’intenti.

Lo scorso anno, il 2020, è stato il più grande moltiplicatore delle differenze sociali dai tempi del dopoguerra, il boia del pubblico a vantaggio del privato. La politica cittadina, che rimpinza i propri compensi e guarda alle privatizzazioni come unica soluzione, si traveste da virus, dimostra che i partiti e le loro logiche perverse sono l’unica vera pandemia a cui sfuggire, a cui trovare un vaccino.

Abbandonare la logica del partito preso e raccogliere il testimone di quanto di buono è stato prodotto sarebbe sinonimo di dignità, di affezione verso le sorti di una Napoli osteggiata da chi avrebbe dovuto esserne garante. Il Sindaco e chiunque sta già associando ogni impossibilità ai dieci anni amministrativi appena trascorsi altro non fa che dare del colpevole alle vittime, i cittadini napoletani, rafforzando l’idea che – tutto sommato – lo stato di cose è un male necessario. Così – e solo così – il titolo de Le Figaro ha senso di essere letto: un drammatico oracolo, un’epifania distopica a cui la città deve sfuggire a ogni costo.

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