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Isa Grassano: «Vi racconto “Un giorno sì un altro no”»

Noemi De Luca di Noemi De Luca
24 Febbraio 2024
in Interviste
Tempo di lettura: 5 minuti
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«Bilancia: Avrete giorni felici». È così che si apre Un giorno sì un altro no, il primo e brillante romanzo di Isa Grassano, edito da Giraldi Editore. Nella mia vita, ho elaborato una legge matematica: se riunisci più di cinque persone attorno a un tavolo, a un certo punto si finirà a parlare di oroscopo. Non importa se sia un tavolo di delegati amministrativi, artisti digitali o giornalisti: prima o poi, qualcuno si metterà a fare le carte astrali dei presenti, intenti a capire se il segno peggiore sia pesci o gemelli.

Ma perché? Perché abbiamo bisogno di conoscerci. Da soli e a vicenda. Le stelle diventano un pretesto leggero per curiosare nelle personalità altrui, e con Marte e Saturno contro cominciamo a capirci. E le stelle non sono altro che il pretesto narrativo di questo romanzo, a primo impatto una romcom scanzonata alla Love Actually, ma che va molto più a fondo. Sotto le influenze degli astri si dipanano le vite dei personaggi, messi a nudo nelle loro fragilità e insicurezze. Il lutto, la depressione, niente passa sotto silenzio, e la penna ironica della Grassano (giornalista, blogger e autrice di guide) colpisce il centro ogni volta. L’abbiamo intervistata.

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Vorrei partire dalla Sua carriera giornalistica perché credo che sia un background importante per una scrittrice.

«Ho iniziato praticamente a 14 anni, volevo fare la giornalista fin da piccolina, quindi ho cominciato presto a scrivere per l’Avvenire, perché ero in collegio dalle suore, in Basilicata. È stato un percorso lungo, una bella gavetta, però adesso collaboro con le testate principali: i Viaggi e il Venerdì de la Repubblica, Lei Style, Donna Moderna e molti altri. Oltre all’attività di giornalista, ho pubblicato diverse guide turistiche per Newton Compton tra cui 101 cose divertenti, insolite e curiose da fare gratis in Italia almeno una volta nella vita. Questo è il mio primo romanzo, Un giorno sì un altro no, dove però si mantiene comunque un po’ quella che è la mia impronta giornalistica, che non può prescindere».

Certo, il giornalismo aiuta a conoscere le persone, a capirle e poi a saperle descrivere in un romanzo.

«Esatto. Quando scrivi un articolo, quando incontri una persona e l’approfondisci, hai un modo di andare oltre quella che è la semplice apparenza. Nella descrizione dei personaggi, me lo hanno fatto notare, si ritrovano questi dettagli, queste particolarità che danno molto di giornalistico, ma allo stesso tempo arricchiscono il libro di emozioni».

Com’è stato per Lei questo passaggio alla narrativa? È una dimensione differente, nonostante possa essere complementare.

«È vero, è sicuramente una dimensione differente, ma ho cercato di mantenere sempre uno stile mio. Io sono molto confusionaria, anche quando scrivo gli articoli: magari faccio prima il finale, poi l’attacco, e così è stata la costruzione del libro. Però c’è una differenza: quando scrivi un articolo, hai sempre problemi di spazio, invece quando scrivi un romanzo puoi dilungarti e, finalmente, ho potuto soffermarmi sulle descrizioni accurate dei luoghi. La storia si snoda a Roma, così bella da sembrare sempre nuova, però ci sono degli excursus in Basilicata col Volo dell’Angelo, poi c’è la Puglia e persino New York: la protagonista fa un viaggio lì. Per ogni destinazione ci sono delle curiosità e dei momenti in cui si parla di come fare un viaggio nel viaggio. E poi ci sono anche aspetti di attualità: in fondo il libro parla di disagio sociale, del disagio psicologico e dei disturbi dell’umore. Ho cercato di inserire, seppure con una chiave leggera e ironica, dei temi riflessivi».

A me piace sempre questa combinazione: spesso dietro a elementi più leggeri si cela tantissimo “non detto”.

«In altre recensioni, infatti, il libro è stato definito calviniano: una leggerezza riflessiva e profonda. Si parla anche della morte, che spesso è un tabù: la protagonista scrive necrologi ed è anche un modo di esorcizzare la paura che abbiamo dietro alla morte».

Vero: spesso nelle grandi città è come se la morte sparisse, come se venisse nascosta, a meno che non sia particolarmente macabra e allora lì vogliamo tutti i dettagli.

«Si è perso il rapporto col distacco: tutti purtroppo abbiamo, chi più chi meno, persone che ci sono mancate. E a volte si fa fatica a superare questo trauma. Alla protagonista è venuta a mancare la mamma, muore il padre, però anche qui ho cercato, con chiave ironica, di raccontare che le persone restano lo stesso. Si parla poi di oroscopo: è il pretesto narrativo più leggero, che collega un po’ tutto. Alla fine, quando ci si incontra la prima volta tra le domande iniziali c’è: che segno sei? Questo elemento è servito a calmierare quelli più riflessivi e importanti».

Che poi anche l’oroscopo è un tema leggero, ma allo stesso tempo non lo è. È un qualcosa al quale ci affidiamo quando siamo insicuri.

«Infatti il libro ha due fasi: nella prima, molto più leggera, tipo Bridget Jones, la protagonista si affida agli oroscopi. Li legge continuamente, come una Bibbia. Nella seconda, molto più introspettiva, smette di farlo. Capisce che la sua fortuna deve costruirsela da sola. La protagonista cresce: inizialmente è alla ricerca di sicurezza, ma nel momento in cui la acquisisce riesce a farne a meno».

Il tema del disagio psicologico è molto caro a noi di Mar dei Sargassi: siamo stanchi di una società in cui parlare di questi temi è tabù, e la fragilità viene nascosta.

«Nella conclusione del romanzo c’è il parere di una specialista, una psicologa, la dottoressa Milena Mucci. Mi ha seguita molto nella costruzione del libro e mi ha dato anche i numeri: quanti sono i milioni di italiani che soffrono di depressione, e quanto non se ne parli a sufficienza. A volte, dire di essere depresso o di avere disturbi dell’umore ti penalizza: la gente non capisce fino in fondo quale può essere il disagio. Ho voluto inserire anche questo tema perché diventa un modo per parlarne maggiormente. Tantissime persone che l’hanno letto mi hanno detto di essersi riconosciute in questo “esserci e non esserci”, in questa presenza e assenza. Lì per lì, spesso siamo portati a pensare che una persona sia pazza o cattiva, e invece dietro c’è qualcosa di più profondo. È scientificamente provato che questi disturbi ti portano ad allontanarti dalle cose belle, e vedi solo attorno a te il buio. Ho cercato personaggi famosi che soffrono di queste disregolazioni, li ho inseriti, la protagonista li cerca su Google per riuscire a capire: è un po’ quello che facciamo tutti quando scopriamo una malattia, cerchiamo dei riferimenti esterni».

È interessante questo rapporto coi “famosi”: molte persone hanno capito e scoperto di avere dei disturbi perché li hanno visti rappresentati in queste figure e ci si sono identificate.

«Infatti io cito Catherine-Zeta Jones e altre figure che soffrono di depressione anche per dare una sorta di “consolazione”: tutti possiamo avere un periodo buio nella nostra vita, non siamo soli. L’importante è cercare di curarsi, di affiancare una terapia medica all’amore, che in qualche modo ci salva sempre».

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