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“La ferita” di Lucio Leone: immergersi negli abissi di sé

Noemi De Luca di Noemi De Luca
24 Febbraio 2024
in Billy
Tempo di lettura: 3 minuti
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La ferita di Lucio Leone (Polidoro Editore) è un romanzo che taglia in due il lettore e ci entra dentro. Bisogna assorbirne le pagine lentamente, da soli, e far nascere spontanee delle domande. Mi fa paura la morte? Perché ogni persona che conosco sembra in un equilibrio così fragile? E il mio, di equilibrio? Ci sono delle ferite nascoste che ho dimenticato e che si sono incancrenite a causa dell’incuria? Che sono cresciute lente, lasciando delle voragini oscure di cui non sono pienamente cosciente?

È questo che fa il protagonista della storia. Entra dentro le persone alla ricerca di ferite incancrenite. Letteralmente. Quando c’è un suicidio, è lui che chiamano. Un vecchio telefono squilla, e lui afferra la sua borsa logora di pelle con gli strumenti da lavoro. Si precipita all’indirizzo indicato e osserva il corpo della persona che proverà a salvare. Può trovarla riversa a terra che stringe un flacone di veleno o col cervello spappolato da un colpo d’arma da fuoco, non importa. Il metodo è sempre lo stesso: con un coltello aprirà il feretro dallo sterno alla pancia e ci entrerà dentro. Così, di piedi. E si troverà catapultato nella psiche del suicida.

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È lì che comincia il puzzle da risolvere: il subconscio del morto può essere un baratro innevato, pieno di uccelli rapaci che ci si buttano in picchiata; può essere una città grigia e anonima o una libreria. Ma rappresenterà sempre il dolore che alberga in quelle menti. Un dolore di cui venire a capo, di cui trovare la chiave. Quali saranno gli indizi? Una porticina nascosta? Un palazzo diverso dagli altri? Il protagonista li troverà. E, inesorabile, cercherà il modo per impedire l’atto suicida. È così che va avanti la sua esistenza: guardando la morte negli occhi.

Fino a quando si può fare un lavoro del genere senza esserne affetto? Fino a quando si può rimanere lucidi? E se si cominciano a sentire le sirene dell’abisso che ci chiama quando ci si sporge un po’ troppo dal balcone? E se non si riesce più a sopportare l’ulteriore sguardo perso di un ragazzino pronto a morire? E se si comincia a riconoscere quello sguardo nel proprio? La chiave più importante che il protagonista dovrà trovare è quella della sua psiche, quella del suo dolore. È quello il vero nodo da sbrogliare.

Questo non è un romanzo prevedibile. E quando pensi di aver capito, non hai ancora capito nulla. È una storia che corre sull’orlo del miraggio e dell’illusione, dove il confine tra sogno e realtà non solo diventa sbiadito, ma è proprio al contrario, e ingarbuglia ancora di più il passato, il presente e il futuro. Eppure, è un romanzo semplice. Sembra quasi una favola per bambini, quella di una città che combatte contro un male silenzioso. Se non fosse che la poesia si mescola ai grumi di sangue e ossa che sporcano la neve, sotto le finestre spalancate.

Epidemia di depressione, colpita il 67% della popolazione. Catena di suicidi, ieri 32 morti. Bollettino giornaliero. Nuovi malati 37.616, morti 47.

Perché credi che abbia deciso di uccidere la sua creazione?

È una storia che gioca coi simboli e le paure comuni all’umanità intera, sepolti nell’inconscio di ognuno di noi. Basta seguire l’intuito, non la razionalità, e tutto diventa chiaro. Ed è una storia importante. Viviamo in un’epoca di forzata felicità in cui chi soffre è costretto a un costante tentativo di dissimulazione, in cui o si balla a ritmo di una musica upbeat o si è fuori dai giochi. Sia mai guardare alle proprie ferite. Sia mai far vedere al mondo esterno che, in noi, c’è tristezza o dolore. E questo crea un senso di vuoto che prima o poi ci chiama a sé.

Questo romanzo offre una piccola bolla sospesa e raccolta, in cui sedersi e pensare. In cui ci si può guardare dentro senza paura di ciò che ci si può trovare. Senza paura delle ferite da curare. Ed è questa la magia della scrittura. Una sorta di telepatia, come scrive il protagonista. Un modo di condividere i propri pensieri, di renderli chiari e cristallini, eterni. La scrittura ha reso gli uomini liberi e padroni delle proprie paure. Ed è ciò che ci può forse salvare dalla solitudine e dalla prigionia del silenzio.

Prec.

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