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Il Fatto

Manfredi a Napoli: il patto tra PD e 5 Stelle si è già sciolto?

Eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo… Recita così la celebre canzone di Gino Paoli che proprio quest’anno celebra i suoi trent’anni e che, evidentemente, la politica partenopea ha inteso omaggiare non in un bar di Genova, ma in un locale di Posillipo. Le cronache di questi giorni riferiscono, infatti, che il quartiere è stato la sede di un incontro tra esponenti del Partito Democratico e del MoVimento 5 Stelle per sancire l’accordo in vista delle prossime amministrative, decidendo la candidatura a Sindaco dell’ex Ministro Manfredi, o più probabile, il suo siluramento.

I parlamentari pentastellati presenti risulta abbiano fatto il nome di Roberto Fico, un’ipotesi comprensibilmente improbabile in quanto al gradimento da parte della terza carica dello Stato. Più credibile un interesse dei grillini a tenerlo lontano da Roma alla scadenza del mandato. Ad ogni modo, come in ogni patto da bar che si rispetti, l’accordo sembra già essere saltato o, quantomeno, in piena crisi.

Sono bastate poche ore, infatti, per una dichiarazione articolata dell’ex Ministro che ha posto come condizione per la sua candidatura una legge salva-Napoli per risanare l’endemica disastrosa situazione debitoria del Comune, aggravata dal taglio massiccio delle risorse da parte dello Stato per circa un miliardo di euro negli ultimi dieci anni e, come se non bastasse, dalla pandemia.

Certo, sarebbe comodo trovare ’o còcco ammunnato e buono (l’uovo sodo già sgusciato, vantaggi senza fatica). E sarebbe stato utile anche al Sindaco Luigi de Magistris nel 2011 per spazzare via non solo le montagne di monnezza accatastate per le strade lambendo i primi piani dei fabbricati – oltre che in bella vista sulle copertine dei maggiori periodici esteri – ma, soprattutto, i debiti pregressi, compresi quelli riferiti ai commissariamenti straordinari per l’emergenza rifiuti e i relativi undici commissari in poco meno di vent’anni.

Troppo facile accettare una candidatura con tutte le garanzie dopo che i partiti del patto del caffè non solo non hanno mosso un dito per eliminare i debiti ingiusti, ma addirittura si sono stretti in un’alleanza scellerata in Consiglio Comunale per chiedere le dimissioni del Sindaco e dichiarare il dissesto con tutto ciò che lo stesso può comportare. E non hanno mosso un dito neanche per evitare il blocco del turnover che ha prodotto una riduzione drastica del personale, passato dai 16mila nel 2006 agli attuali 5mila con un’età media alta. Nemmeno chi oggi chiede garanzie o viene indicato dai pentastellati quale possibile candidato alla poltrona di Palazzo San Giacomo risulta si sia speso per aiutare la città, per sollecitare maggiori risorse o magari evitare i tagli.

Eppure, in queste ore si susseguono soltanto dichiarazioni di condivisione delle preoccupazioni di Manfredi, perfino dell’ex Presidente del Consiglio Conte che evidentemente dimentica di essere stato Primo Ministro. «Adesso mi fa piacere che tutti, Roberto Fico, Manfredi, si stiano rendendo conto di cosa è significato amministrare questa città senza soldi, con un debito ingiusto ereditato e, nonostante questo, la lasciamo molto più sicura di quello che si pensa: tutte le aziende partecipate salvate e fortificate, assunzioni, stabilizzazioni di migliaia di lavoratori, non un licenziamento, non una privatizzazione di un servizio essenziale. Stanno capendo cosa significa amministrare Napoli: ci vuole coraggio ma il coraggio, si sa, non si compra al mercato», ha commentato il Sindaco de Magistris.

dissesto comuni manfredi napoliAl di là di ogni giudizio politico, Antonio Bassolino e Alessandra Clemente, pur ritenendo non più procrastinabile un intervento dello Stato centrale, non hanno posto alcuna condizione mettendo le proprie esperienze, il coraggio, la passione a disposizione della città. D’altronde, se in questi dieci anni senza risorse si è riusciti comunque ad amministrare e a ridare a Napoli dignità e prestigio internazionale, con un incremento del turismo che fino all’insorgere della pandemia aveva prodotto risultati mai realizzati prima, rendendo il capoluogo partenopeo la città del Sud Italia più visitata e garantendo anche i servizi essenziali con grandi difficoltà, ci si augura che con una norma transitoria si possa evitare il dissesto dalle conseguenze nefaste, a Napoli come nei 1400 Comuni strangolati dai debiti. Un intervento urgente, più volte richiesto dall’ANCI per evitare l’interruzione dei servizi più urgenti, in attesa di una soluzione definitiva.

Non capita spesso, in effetti, che si riesca a sanare, anche se solo parzialmente, il disastroso bilancio comunale, così come accaduto nell’ottobre del 2008 quando l’allora Cavaliere e Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi salvò Catania dal crack finanziario con un’apposita delibera del CIPE e un regalo di 140 milioni che graziarono il suo medico personale e Sindaco Umberto Scapagnini. È naturale, dunque, chiedersi se sia più giusta la strategia del còcco ammunnato e buono o l’affrontare la realtà, seppur difficile, avendo come obiettivo prioritario la lotta a tutti i costi per il bene della città, affrontando anche quella parte che rema contro per un principio stupido e senza senso. Quella stessa parte che poi ritrovi a braccetto e che vorrebbe governare con tutte le garanzie possibili.

Non è soltanto questa la rappresentazione della povertà politica che abbiamo più volte evidenziato, della mancanza di una classe dirigente autorevole e della presenza di un dilettantismo diffuso fatto di incapacità e presunzione che è quasi sempre semplice autoesaltazione. La stessa Napoli, in tempi recentissimi, ne è stata la rappresentazione più squallida per i tanti che, creandosi alibi per niente credibili, hanno applicato la strategia del fuggi fuggi posizionandosi in formazioni pronte a saltare sul carro vincente, incuranti di evitare ogni possibile commissariamento che peserebbe non solo sul presente ma anche sulla prossima amministrazione.

In fondo, non è una novità la crescente povertà politica fatta di mediocrità, irresponsabilità e incapacità e, purtroppo, neanche l’emergenza sanitaria ha minimamente creato coscienza sociale, una fiducia, seppur minima, del cambiamento necessario per affrontare i problemi che affliggono il Paese e il Sud in particolare. Occorrono coraggio e volontà per trasformare quella povertà in ricchezza di idee e progetti, capaci di guardare al bene e alla crescita comune per dare anche una speranza concreta alle giovani generazioni.

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