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Interviste

Luisa Morgantini: «L’Europa non può tacere sulla questione palestinese»

Luisa Morgantini, classe 1940, è da sempre impegnata nelle diverse regioni del mondo contro le ingiustizie, la segregazione razziale, i diritti umani, la pace. Dal 1982, si occupa del Medio Oriente e in particolare della questione palestinese, intessendo instancabilmente reti di relazione tra i pacifisti israeliani, contrari all’occupazione, e i comitati palestinesi. È tra le fondatrici delle Donne in Nero in Italia, dell’Associazione per la Pace e della rete internazionale di Donne contro la guerra. Eletta per due volte a Strasburgo, è stata Vicepresidente del Parlamento Europeo, nel 2002 ha ricevuto il Premio Colomba per la Pace organizzato dall’Archivio Disarmo ed è tra le 1000 donne del mondo che sono state candidate al Premio Nobel per la Pace. Attualmente, è presidente di Assopace Palestina e ha fondato a Sebino, in Ciociaria, il Centro Bab al Shams, che vuol dire Porta del Sole, un luogo di ospitalità per bambini e giovani palestinesi, di incontro fra italiani e comitati popolari e di scuola di formazione sui temi di giustizia e pace.

Abbiamo incontrato Luisa mentre si concretizzava l’accordo per il cessate il fuoco con la fine dei bombardamenti israeliani su Gaza. Con lei abbiamo parlato di quali sono state le cause di questa “ultima” crisi: le manifestazioni fondamentaliste ebraiche sulla spianata della moschea di Al-Aqsa e le espulsioni dei palestinesi dal quartiere di Sheikh Jarrah, fatti assolutamente ignorati dai media nostrani. Abbiamo preferito, però, dedicare la nostra attenzione a un bilancio per quanto riguarda le prospettive che secondo Luisa si aprono per l’immediato futuro.

È cambiato qualcosa con quest’ultima crisi? Perché sembra che qualche movimento di arabi israeliani partecipi agli scioperi e questo è un elemento positivo, un segno di coinvolgimento. Qual è il tuo pensiero al riguardo?

«I segnali positivi sono tanti, per esempio è la prima volta che, non soltanto in Israele, i cittadini palestinesi israeliani si sono uniti con i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza nel riuscitissimo sciopero generale. Diciamo, quindi, che la frammentazione che Israele ha provocato – da una parte cittadini palestinesi israeliani, dall’altra cittadini della Cisgiordania e Gaza – non ha funzionato. Profughi dal Libano, dalla Siria, dalla Giordania sono andati al confine: c’è stato un concreto sommovimento, con la partecipazione di tutta la popolazione palestinese che si è veramente unita.

Devo dire che già da qualche tempo molti giovani cittadini israeliani di origine palestinese lasciano Israele e vanno ad abitare a Gerusalemme Est o a Ramallah. Si tratta, in genere, di intellettuali, giovani registi che trovano vitalità e modalità espressive molto più forti all’interno, ovviamente. Quindi, c’è già un certo fermento. Va detto, però, che Israele è stato durissimo nei confronti di coloro che si sono ribellati o che hanno espresso solidarietà ai palestinesi della Cisgiordania o di Gaza – che è stata bombardata come al solito. In realtà, rivendicavano anche loro una maggiore uguaglianza all’interno della città israeliane.

Si tenga conto che, nel 2018, Israele ha varato una legge che lo dichiara “Stato ebraico” e, di conseguenza, ha declassato la lingua araba, mettendo in condizioni di inferiorità due milioni di persone che sono cittadini israeliani di origine palestinese. La questione, quindi, non è soltanto la solidarietà con noi palestinesi siamo fratelli, no, c’è anche la rivendicazione dei cittadini israeliani di origine palestinese e questo è un fenomeno rilevante. Purtroppo, il peggio è che i coloni, che sono in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, si sono trasferiti dentro Israele a fare i pogrom contro i cittadini arabi, picchiando coloro che incontrano per strada.

C’è un articolo che vi consiglio di leggere che è di Kuluod Kamis, una femminista palestinese che risiede ad Haifa ed è attiva in un gruppo che si chiama al-Isha, composto da donne palestinesi e israeliane, che racconta delle cose terribili sulla paura e su quello che è successo dentro Haifa e dentro le città miste. Israele ha dichiarato di aver arrestato 1550 persone in pochissimi giorni sostenendo che avrebbe proceduto all’arresto di tanti altri che sono stati visti alle manifestazioni.

Un fenomeno nuovo, tuttavia, sta avvenendo anche a livello internazionale perché, se prendiamo in esame gli Stati Uniti d’America, è molto interessante e importante il tono dei discorsi che viene portato avanti dai movimenti come Voice for Peace, che è un’organizzazione di ebrei americani estremamente attiva e che mobilita moltissimo contro l’occupazione della Palestina, contro il colonialismo da insediamento che pratica Israele, contro l’apartheid che ormai viene dichiarata ufficialmente da Humans Rights Watch.

In realtà, già nel 2006 il vecchio Presidente degli Stati Uniti Carter pubblicò un libro sul tema e gli israeliani insorsero terribilmente. Ovviamente, ogni volta dicono che non è vero, negano l’impossibile, dicono quello che è evidente a tutti, cioè che ci sono strade costruite da Israele per congiungere un insediamento all’altro e alla città di Tel Aviv, dove i palestinesi non possono neppure passare.

Un’altra forma di apartheid, ancora più plateale: nei territori occupati, i ragazzi palestinesi che vengono arrestati sono giudicati da un tribunale militare, mentre i ragazzi israeliani, coloni, nel caso vengano arrestati, sono naturalmente indirizzati a un tribunale civile».

Secondo te è possibile raccogliere storie, testimonianze, direttamente da lì, dalla Palestina?

«Certo, posso farvi avere tutte le testimonianze che volete, sia da Gaza sia dalla Cisgiordania, con voci di tutte le età. Per esempio, sto sostenendo un gruppo di giovani che si chiamano gli Youth of Samud, che vuol dire giovani della resilienza, che praticano la resistenza popolare non violenta: hanno scavato una caverna e ci vivono dentro, perché gli israeliani hanno impedito loro di costruire le case, oppure anche solo le tende per poter difendere quel pezzo di terra che altrimenti i coloni verrebbero a prendersi. Quindi storie di vita vera.

Ieri mi ha mandato un video Ali: […] I coloni sono scesi; io prima andavo a comprare al mercato il cibo per la mia famiglia, adesso vado a comprare al mercato non più il cibo per la mia famiglia, ma il fieno per le pecore, perché noi non abbiamo più territorio dove pascolare, se lo sono preso tutto i coloni. E ieri, purtroppo, sono andati giù e hanno bruciato tutto il mangime per le pecore. Ecco, la violenza dei coloni è questa: arrivano e bruciano tutto».

Si può dire che il vero obiettivo di Israele sia la pulizia etnica della popolazione palestinese?

«Non ci riuscirà. C’è questo libro di Ilan Pappè, storico israeliano, che parla proprio della pulizia etnica da parte di Israele nei confronti dei palestinesi da quando nel ‘48, anno di fondazione di Israele, in 750mila vennero espulsi dalle loro case. Ci sono ancora migliaia di palestinesi che sopravvivono, che hanno lasciato la chiave delle loro abitazioni ai figli, ai nipoti, quindi c’è stato effettivamente un tentativo di pulizia etnica. Però, a mio parere, è andato fallito perché oggi i palestinesi dentro la Cisgiordania e Gaza sono più di 4 milioni e quelli dentro Israele sono diventati 2 milioni.

Ciò che vogliono fare gli israeliani è molto semplice, tutti parlano di complessità del problema, ma in realtà è semplicissimo: gli israeliani non hanno mai definito un proprio confine neanche dopo il ‘49. Perché? Perché Israele vuole prendersi tutta quella terra, cioè vuole prendersi la Cisgiordania, ed è quello che ha fatto con la costruzione delle colonie dentro i territori occupati, che secondo la Convenzione di Ginevra è totalmente illegale. Se sei un paese occupante, non puoi trasferire la tua popolazione sul territorio occupato; gli israeliani, invece, hanno a oggi più di 700mila coloni all’interno dei territori dove la comunità internazionale dice che dovrebbe esserci lo Stato di Palestina. In realtà, questo Stato è ridotto a pezzi di villaggi in mano all’autorità palestinese e il 60% è in mano agli israeliani. Il controllo dei soldati, della polizia, della sicurezza, è controllo delle risorse.

Nel 2002, gli israeliani hanno costruito un muro per difendersi dai terroristi palestinesi. Il muro, però, non l’hanno costruito sulla linea verde, cioè quella del 1967, quella che è riconosciuta come linea di demarcazione, di confine dalla comunità internazionale. Dove lo hanno costruito? Penetrando profondamente in territorio palestinese. Non hanno realizzato una barriera di difesa, come la chiamavano loro, hanno eretto un muro di annessione coloniale. E che cosa si sono annessi? Non i villaggi, perché quelli se li tengono i palestinesi, ma li hanno circondati e privati della loro terra.

Una grande lotta dei palestinesi, popolare e nonviolenta, è stata portata avanti dai comitati a partire dal 2004, quando il muro cominciò a essere costruito. Come nel caso del villaggio di Bi’ilin, ad esempio, che ha lottato strenuamente e aveva il 65% della terra coltivabile dall’altra parte della barriera. Nel luglio dello stesso anno, inoltre, la Corte Penale dell’Aja ha emesso una sentenza per cui questo muro dovrebbe essere demolito. Se fosse stato costruito sulla linea verde, cioè sulla linea di demarcazione, sui confini del ‘67, non avrebbe avuto problemi; costruito in questo modo, invece, è illegale, perché per una percentuale altissima è dentro i territori occupati. E si annette cosa? Le terre coltivate, si annettono le risorse idriche. Per esempio, c’è una città, che si chiama Kalkilia, totalmente circondata. Dall’altra parte, però, quella annessa a Israele, ci sono tutte le falde acquifere del Nord, quindi Israele si prende pure l’acqua, non si prende soltanto le vite e la terra coltivata.

La cosa incredibile è che è tutto documentato, è tutto nei documenti delle Nazioni Unite. L’OCHA, l’organizzazione per il monitoraggio di quello che succede in Palestina e Israele, ha raccolto il materiale, basta andare sul sito. Israele, però, continua a negare. È una cosa pazzesca ed è inverosimile la complicità nostra, dell’Europa e quanto gli lasciamo fare. Perché? Perché c’è un ricatto permanente sul quale negli ultimi anni giocano molto i governi israeliani, che sono governi di destra totale, fondamentalisti religiosi. Netanyahu stesso, purtroppo, è uno che distrugge Israele perché non c’è più alcuna morale nel Paese e nessuno dice niente.

L’ultimo governo, ad esempio – a parte che Israele sarà anche una grande democrazia, ma in due anni ha già fatto quattro elezioni, e forse ne farà un’altra –, raggruppa le peggiori destre. Basti pensare che i ministri sono coloni, cioè vivono nell’illegalità, un’obiezione che come europei dovremmo sollevare. L’Europa, tra l’altro, dice chiaramente che le colonie sono illegali, ma se sono illegali perché viene nominato un ministro che è un colono?

L’esercito è ormai al 40-50% formato da coloni, dentro l’esercito coloro che giudicano la demolizione delle case oppure che giudicano i giovani palestinesi, accusati magari di aver tirato un sasso, sono coloni. Immaginate quanto possa essere imparziale un colono che ha preso la terra ai palestinesi e poi come giudice militare valuta il ragazzo palestinese che si ribella».

La storia della Palestina e di Israele è la storia di un’ingiustizia pazzesca, allucinante: dobbiamo fare qualcosa, non possiamo accettare i ricatti che dicono che si è antisemiti se si critica Israele, non è così. Ormai, ci sono milioni di ebrei nel mondo che si distinguono da Israele, che non si riconoscono nel suo Stato, che non vogliono essere complici di una politica che vede la distruzione di un altro popolo».

Hai accennato alla giornalista Kuluod Kamis: dove si possono trovare i suoi interventi?

«Si possono leggere tutti sul nostro sito www.assopacepalestina.org. Ci occupiamo anche di tradurre molti degli articoli pubblicati».

Si nota in maniera assolutamente chiara che moltissimi pezzi del PD sono diventati strenui difensori di Israele: è una dinamica che riscontri anche tu?

«Mi sembra ovvio, si vede eccome: ha cominciato Renzi, come difensore estremo, e poi via via tutti. La cosa importante, in questo momento, è chiarire che se per esempio Letta è andato al Ghetto – e, secondo me, poteva anche farlo – non voleva fare una cosa pro-Israele, ma un atto di solidarietà. All’interno del partito, però, c’è stata un po’ di rivolta.

Io sto organizzando moltissime cose con esponenti del PD, quindi non con il Partito Democratico, ma con sezioni, zone, aree. Per esempio, alcuni, tra cui Marco Furfaro, hanno redatto un documento bellissimo dicendo quali sono le cause di questa rivolta e quali sono le cause del problema palestinese. Personalmente, penso che invece di criticare si debba cercare di cambiare le cose tentando di coinvolgere tutti. Per esempio, l’ANPI in questo periodo ha una posizione molto positiva, sta facendo una quantità di iniziative ovunque. Tutti i giorni ho webinar sulla Palestina con loro, con la CGIL, con la CISL, quindi c’è in qualche modo un interesse dai vari movimenti che va aiutato a crescere, non bisogna essere settari. Proprio il settarismo, secondo me, è uno dei difetti della sinistra».

Prima di salutarti vorremmo sapere dove abiti, dove sei rintracciabile.

«Una volta dicevo che abito dove stanno i miei piedi, adesso i miei piedi sono fissi abbastanza perché ho 81 anni. Attualmente, sono a Supino, in Ciociaria, dove ho realizzato un centro che si chiama Bab al Chams, la Porta del Sole: è il libro di un grande scrittore libanese, ma è anche un villaggio palestinese che abbiamo costruito in una zona che volevano prendersi gli israeliani. È durato sei giorni perché hanno demolito tutto.

In questo centro faccio scuola politica, ospito bambini palestinesi che faccio venire qui insieme ai bambini italiani, di Gaza, di Nablus, organizzo riunioni con i comitati popolari per la resistenza non violenta, per il network internazionale».

Sei sempre molto attiva. Quest’anno organizzerai viaggi in Palestina? 

«Spero a dicembre, ma anche prima, a ottobre, però bisogna vedere se ci danno i permessi, se entriamo o meno».

Per le adozioni a distanza dobbiamo consultare assopacepalestina.org?

«Noi abbiamo un progetto, anzi diversi progetti che sono più importanti dell’adozione a distanza: si tratta dell’adozione di studenti universitari, come quelli di At-tuwani (si trova tutto sul sito), dove per la prima volta in un villaggio sperduto ci sono giovani che vanno all’università. Siccome vado spesso in quel villaggio, un ragazzo è venuto e mi ha detto: “Guarda, io vorrei tanto andare all’università, però non posso, i miei non hanno soldi”. Gli ho risposto: “Ma come facciamo se poi sosteniamo uno e non gli altri del villaggio?”.

Adesso stiamo cercando di acquistare un furgone per la valle del Giordano, dove gli israeliani stanno cercando di cacciare i contadini e i pastori. Serve un furgone perché ci sono dei contadini che vivono a Jepty, un paese molto lontano dalla città e non possono portare le merci al mercato perché non hanno i mezzi. Le famiglie si sono unite e noi vorremmo aiutarle per consentire il trasporto dei loro prodotti. Sono piccole cose, non grandissime, quindi se volete, sì, potete adottare uno studente».

Si può dare il 5×1000 all’associazione?

«Certamente, trovate tutto sul sito».

Contributo a cura di Pierluigi del Pinto ed Ernesto Aufiero (Contame)

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