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Il Fatto

Libia, attacco alla democrazia: caccia alle ONG e intercettazioni ai giornalisti

Bias di conferma o bias cognitivo è il fenomeno con cui gli psicologi indicano un giudizio non necessariamente corrispondente all’evidenza basato sull’interpretazione di informazioni prive di connessione logica o semantica. Il 2017, nella ricostruzione del processo di criminalizzazione alle ONG, potrebbe essere così sintetizzato.

È questo, infatti, l’anno dei taxi del mare, della prima caccia alle streghe vestite da soccorritori a bordo delle navi che operano al largo del Mediterraneo. La stessa opinione pubblica, che fino a ieri parlava di angeli, è pronta, adesso, a sacrificare gli umanitari sui roghi appiccati dall’anti-politica. Sono i mesi che precedono l’alleanza penta-leghista, e non può essere un caso.

Di qui a breve, nella lunga estate che segnerà uno spartiacque nel salvataggio in mare, il Viminale di Marco Minniti redigerà il codice di condotta delle ONG che aprirà ai Decreti Sicurezza di salviniana memoria. Prima, però, c’è il Memorandum, l’accordo – tacitamente rinnovato nel 2020 – che vede l’Italia finanziare e formare la guardia costiera libica per impedire i viaggi della speranza. Di fatto, una mazzetta – pari a 800 milioni di euro in tre anni – per rinchiudere i disperati nei centri di detenzione che, ancora oggi e nel silenzio di un’Europa che sa, torturano e uccidono migliaia di migranti.

È il 2 agosto, tuttavia, a tracciare la linea di demarcazione definitiva, quella che dal 2017 ci porta dritti al 2021, a pochi giorni fa, ad appena una manciata di ore dall’arrivo di Mario Draghi in Libia. Un’esclusiva del quotidiano Domani denuncia mesi di intercettazioni ai danni di giornalisti che operano tra l’Italia e le coste del Paese nordafricano: Nancy Porsia, Francesca Mannocchi, Nello Scavo, Claudia Di Pasquale, Sergio Scandura, Antonio Massari sono solo alcuni dei reporter intercettati nell’ambito della prima indagine sulle ONG che prestano soccorso nel Mediterraneo. Al centro dell’inchiesta c’è un’imbarcazione della tedesca Jugend Rettet.

Iuventa – questo il nome – viene sequestrata a Lampedusa nell’agosto del 2017 per ordine del giudice per le indagini preliminari di Trapani Emanuele Cersosimo. L’accusa è di favoreggiamento dell’immigrazione illegale aggravata. Anche se gli attivisti hanno agito per ragioni umanitarie e senza fini di lucro – riconosce la procura – si sarebbero avvicinati troppo alle coste libiche. Inoltre, avrebbero avuto contatti con i trafficanti per delle consegne pattuite di migranti. Un episodio, in particolare, porta alla redazione del fascicolo di circa cinquecento pagine: l’abbandono alla deriva di tre imbarcazioni affinché gli scafisti potessero utilizzarle nelle successive traversate. A raccogliere il materiale, compilando il primo dossier contro la nave tedesca nel 2016, è un agente sotto copertura.

Come lui, a bordo della Vos Hestia, nave di Save the Children, ci sono anche altri agenti, tutti dipendenti del contractor privato Imi Security Service. Tra questi, appena venti giorni dopo l’imbarco, Floriana Ballestra e Pietro Gallo inviano all’AISE un primo report sulle ONG, poi contattano la segreteria di Matteo Salvini, allora soltanto leader di un partito d’opposizione. Un mese dopo, il fascicolo arriva alla Procura di Trapani. Due anni or sono, nel 2019, è lo stesso Gallo ad ammettere di aver contattato la Lega e il MoVimento 5 Stelle nel nome di Alessandro Di Battista. È Matteo Salvini, però, a richiamarlo immediatamente perché cerca un qualcosa per aprire un’inchiesta. Si incontreranno nella primavera del 2017. Poco dopo, ospite da Lucia Annunziata, il leghista vanterà un dossier dei servizi segreti che documenta il business dell’accoglienza. Il governo Gentiloni-Minniti non commenta. Alla fine del 2018, Pietro Gallo riceve lettere intimidatorie. Lui che racconta una macchina del fango che non aveva previsto.

Lo scorso marzo, la Procura di Trapani ha chiuso l’indagine, formalizzando le accuse contro il personale di tre organizzazioni umanitarie: Save the Children, Medici Senza Frontiere e Jugend Rettet. Ventuno persone sono accusate di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina tra il 2016 e il 2017. Intanto, il Forensic Architecture dell’università Goldsmiths di Londra, che ha visionato il materiale, parla di decontestualizzazione e omissione di alcuni elementi che, se combinati con informazioni fuori contesto, ripropongono una ricostruzione falsa che porta a conclusioni sbagliate. Quelle che, guarda caso, hanno significato l’ascesa proprio di Lega e M5S, i partiti che sui migranti hanno costruito tutta la loro fortuna. Un perfetto bias cognitivo.

È questo, dunque, il clima nel quale si apre la nuova intercettopoli, un’indagine che sin dal primo momento ha fatto storcere il naso di molti portando, oggi, alla scoperta di intercettazioni tanto gravi per la privacy dei soggetti coinvolti quanto anticostituzionali. Tra i documenti depositati, infatti, ci sono circa trecento pagine di trascrizioni di conversazioni di giornalisti senza, però, che nessuno di loro sia stato formalmente indagato. A tal proposito, il neo Ministro Cartabia ha disposto accertamenti sull’inchiesta siciliana per capire le modalità con cui è stata portata avanti.

Il caso più eclatante riguarda Nancy Porsia. Cento di quei fogli sono sue conversazioni, anche estremamente private. Sei mesi di registrazioni. Nel tentativo di ridimensionare la vicenda è intervenuto il Procuratore facente funzioni di Trapani Maurizio Agnello, subentrato nel 2019: «È stata intercettata perché alcuni soggetti indagati facevano riferimento a lei che si trovava a bordo di una delle navi oggetto di investigazioni», ha dichiarato. Ma «non verrà utilizzata nel procedimento alcuna intercettazione». Alla domanda sul perché il suo predecessore Andrea Tarondo abbia chiesto al gip di autorizzare ascolti clandestini ai danni di una reporter, invece, ha preferito non rispondere.

Intercettare un giornalista significa registrarne fonti, contatti, rapporti personali. Dati che il Codice di Procedura Penale tutela come segreto professionale. Siamo, dunque, di fronte allo sfregio di quest’ultimo? Assolutamente sì. I cronisti non sono tenuti a comunicare all’autorità giudiziaria i nomi delle fonti da cui hanno avuto notizie di carattere fiduciario nell’esercizio della loro professione, tranne che in casi molto rari e dopo la decisione di un giudice. Per tale motivo, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana ha definito un abuso le intercettazioni della Procura di Trapani.

Come se non bastasse, nel caso Porsia, Domani parla anche di fotografie, contatti social e positioning. Perché tanto accanimento? Una risposta sembra fornirla la stessa giornalista che, ospite a Propaganda Live, ricostruisce alcune delle principali tappe di quel discusso periodo. A dicembre 2016, sulla stampa nazionale Porsia pubblica la sua inchiesta sul traffico di esseri umani e il coinvolgimento di alcuni ufficiali della guardia costiera libica nella tratta. Da gennaio non ottiene più alcun visto per la Libia. A marzo, il reportage ottiene ribalta internazionale e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite lo inserisce tra le sue fonti. Pochi mesi dopo, Marco Minniti, ospite in Tunisia, abbandona la conferenza stampa quando a prendere parola è la giornalista italiana. Nancy Porsia è già sotto intercettazione.

«Dove arriverà questo Paese, alle cimici nei confessionali? È un fatto che riguarda la qualità della democrazia», ha dichiarato Carlo Verna, presidente dell’OdG Nazionale. La Federazione europea dei giornalisti ha annunciato la richiesta di spiegazioni immediate. Il caso è stato segnalato alla Piattaforma del Consiglio d’Europa per la protezione del giornalismo, il The Guardian ha parlato di uno dei più gravi attacchi alla stampa nella storia italiana. Grave perché, oltre a violare un’ampia lista di diritti, fornisce all’intelligence libica un elenco dettagliato delle fonti dei giornalisti. Grave perché rivela l’inconcludenza di un sistema giudiziario che insegue la politica e, talvolta, persino la sostituisce.

Come, appunto, nel caso delle inchieste ai danni delle ONG e di presunti scafisti che, a oggi, non hanno mai dimostrato alcuna commistione tra soccorso e criminalità. Nessun pull factor tanto caro ai populisti, piuttosto una sfilza di richieste di risarcimenti per ingiusta detenzione e la criminalizzazione mediatica di chi salva vite umane.

Nel suo spasmodico tentativo di successo, la magistratura finisce con l’offrire un pericoloso assist alla propaganda. Addirittura, imitandone metodi e obiettivi, mette in discussione il giornalismo, gli tappa la bocca e lo intimidisce, avallando – tra l’altro – quella comunicazione tutta populista che vede la stampa come un cancro da estirpare pur di minare alla democrazia. Perché se il potere giudiziario controlla l’informazione, finisce per controllare tutto e tutti, finisce per sospendere lo stato di diritto.

Il 2017 non è stato un anno qualsiasi, è stato l’inizio di una stagione tutta nuova del mondo che avremmo abitato. Da Alfano a Minniti, da Salvini a Lamorgese, il filo è sottile e continuo. Un testimone che da Paolo Gentiloni è arrivato, adesso, nelle mani di Mario Draghi, quelle volate in Libia a rivendicare il Memorandum, i centri di detenzione, le morti in mare, anziché chiedere scusa. A Nancy Porsia, all’informazione, ai diritti violati. All’inumana umanità di questi tempi bui.

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