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Il Fatto

Il countdown è finito: Matteo Salvini a processo, finalmente

Il countdown è finito: Matteo Salvini va finalmente a processo. Atteso dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Catania, da oggi, l’ex Ministro dell’Interno deve tentare la propria difesa nel caso Gregoretti. L’imputato è, infatti, accusato di sequestro di persona aggravato per aver impedito lo sbarco delle 131 persone a bordo della nave della guardia costiera italiana nel luglio del 2019, in violazione dell’articolo 605 commi primo, secondo (punto 2) e terzo del Codice Penale.

Il processo era stato autorizzato dal Senato lo scorso febbraio, sollevando Salvini dall’immunità parlamentare ed escludendo, di fatto, il preminente interesse pubblico cui, invece, lui si era sempre aggrappato. Il tribunale aveva quindi fissato la prima udienza al 4 luglio, poi rinviata a ottobre causa COVID. La decisione di Palazzo Madama era arrivata dopo il lascia passare della Giunta per le immunità di gennaio, quando a fare la differenza era stato proprio il voto favorevole della Lega che sperava in un tornaconto elettorale facendo del suo leader un martire. Una strategia rivelatasi fallimentare appena sei giorni dopo, con la sconfitta di Borgonzoni e il trionfo di Bonaccini nella tanto contesa e agognata Emilia-Romagna.

In occasione della votazione, prima di disertare l’Aula con i suoi, l’ex Vicepresidente del Consiglio aveva rivendicato le proprie scelte accusando di complicità il resto del governo. Nello specifico, Salvini si era rivolto al Premier Giuseppe Conte, a Luigi Di Maio e Danilo Toninelli – rispettivamente Vicepremier e Ministro delle Infrastrutture – con l’approvazione dei quali avrebbe stabilito il divieto di attracco della nave della marina militare, costringendo i migranti a condividere uno spazio di appena sessanta metri e un unico bagno per cinque infiniti giorni. Un’accusa ribadita e smentita più volte dalle parti in causa, in un rimpallo di responsabilità troppo politico e per niente istituzionale.

Dopo una lunga tre giorni siciliana, quindi, in una Catania totalmente blindata, trasformata per l’occasione in un set televisivo con più di duecento giornalisti accreditatisi da ogni parte del mondo, l’ex titolare del Viminale dovrà oggi rispondere per la prima volta alle domande del giudice Nunzio Sarpietro cui spetterà decidere se procedere, approfondire le indagini o lasciar cadere i capi di imputazione, mentre in città i sostenitori del Capitano faranno sentire la propria voce a più non posso. In caso di rinvio a giudizio, toccherebbe invece al tribunale penale avviare il rito ordinario, dando finalmente il via al processo per la disumana politica dei porti chiusi. All’eventuale condanna in primo grado, scatterebbe poi la Legge Severino. Come Silvio Berlusconi nel 2013, anche Matteo Salvini vedrebbe la propria carica di senatore sospesa o decaduta.

A tal proposito,  la procura di Catania aveva già chiesto – e per ben due volte – l’archiviazione del caso per volere di Carmelo Zuccaro, una figura piuttosto centrale nel processo di criminalizzazione delle ONG cui abbiamo assistito negli anni più recenti. A capo della sezione etnea dal 2016, infatti, Zuccaro ha spesso ribadito di ritenere sospetto il proliferare così intenso di queste unità navali, avallando quel pull factor tanto caro ai leghisti – ma, anche, a quel Luigi Di Maio dei taxi del mare – secondo il quale la presenza delle navi umanitarie aumenterebbe il numero dei morti. Inoltre, il procuratore ha spesso parlato di rapporti loschi tra le organizzazioni non governative e i trafficanti, riferendosi a ipotetici finanziamenti mai realmente dimostrati perché – citiamo – queste prove non le ho, ma ho la certezza, che mi viene da fonti di conoscenza reale, ma non utilizzabile processualmente. In effetti, era stato lo stesso Zuccaro, nell’agosto del 2018, ad aprire la cosiddetta inchiesta madre – quella che ha definitivamente influenzato l’opinione pubblica a discapito delle ONG – nei confronti della nave Acquarius e di Medici Senza Frontiere, culminata poi in un nulla di fatto. Ed era stato lo stesso Zuccaro a richiedere l’archiviazione del caso Diciotti a favore, ovviamente, di Matteo Salvini.

Anche in quell’occasione, per l’allora Ministro dell’Interno si era parlato di sequestro di persona, sequestro di persona a scopo di coazione, arresto illegale, abuso d’ufficio e omissione d’atti d’ufficio. Il tutto, però, si era concluso senza conseguenze con l’intero governo dichiaratosi consenziente e unito nel pugno duro del Viminale. A pagarne le spese, invece, i 144 migranti rimasti per giorni bloccati sul ponte della nave della guardia costiera, mentre Roma e La Valletta facevano a braccio di ferro in una querelle che si ripete a ogni soccorso e possibile sbarco, in barba a quel diritto internazionale cui l’Europa fa ricorso nei proclami ma mai nei fatti. Una querelle che, tuttavia, vede Malta avvantaggiata perché, al contrario dell’Italia, non ha sottoscritto le convenzioni SAR e SOLAS, che mirano a preservare l’integrità dei servizi di ricerca e soccorso, garantendo che le persone in pericolo in mare vengano assistite, riducendo al minimo i rischi per chi presta assistenza. A tal proposito, si ricorda che un soccorso è considerato concluso solo quando le persone sono ormai approdate nel POS, place of safety, vale a dire nel porto sicuro indicato dal Ministero dell’Interno. Esattamente quello negato da Salvini.

Due casi, quello Diciotti e quello Gregoretti, molto simili nelle intenzioni disumane dell’allora Vicepresidente del Consiglio, eppure valutati diversamente dalla politica nostrana – in particolare da MoVimento 5 Stelle e Italia Viva – che ha scelto, nel primo, di lasciar correre e, nel secondo, di procedere, senza una reale volontà di criminalizzare il grave e antidemocratico abuso di potere esercitato dal Viminale per pura vocazione dispotica e antiumanitaria. Sia chiaro, nulla di troppo diverso da quanto avvenuto con Marco Minniti prima, reale iniziatore di un modus operandi che nega diritto, e con Luciana Lamorgese poi, che ancora agisce nel nome dei Decreti (in)Sicurezza.

Quello che inizia oggi, comunque, non è l’unico processo che vede imputato Salvini per la sua attività di governo. Il leghista, infatti, è atteso anche a Palermo per il caso Open Arms dell’agosto 2019, quando per quasi venti giorni 107 migranti furono bloccati a largo di Lampedusa. In quell’occasione, secondo il Tribunale dei Ministri, l’ex Vicepremier avrebbe agito in totale autonomia e in aperto contrasto con il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, come dimostrato dal carteggio presentato in sede di valutazione. Quello relativo alla nave spagnola è, tuttavia, soltanto l’ultima di una lunga serie di vicende che ha riportato al centro del dibattito la questione migratoria, così cruciale nella raccolta di consensi eppure altrettanto ignorata quando è il momento reale di mettervi mano. Tranne – e i processi lo dimostrano – quando è toccato a Salvini, pur senza alcun rispetto di Costituzione e leggi sovranazionali.

Ecco che, allora, privi di una visione a lungo termine, garantista del diritto umanitario e dello straordinario mutualismo del mare, secondo il quale tutti i naufraghi sono stati naviganti e tutti i naviganti potrebbero essere naufraghi, il peso dei giudici che dovranno valutare i casi elencati e i possibili tanti altri assume una proporzione diversa, sin troppo grande rispetto a una politica chiamata a tutelare tutti e, invece, interessata soltanto a se stessa. La giustizia, infatti, pur nelle sue lungaggini, appare come l’ultima speranza e non è una buona notizia. Non lo è se i suoi tempi infiniti anticipano sempre il Parlamento. Anche perché, il più delle volte, il Parlamento e chi è chiamato a rappresentarlo faticano ad arrivare. Litigano quando serve, poi, se in ballo ci sono i più deboli e i loro diritti, non cambiano niente. È stato così con lo Ius Soli ed è così con i Decreti Sicurezza, le cui modifiche sono state annunciate da tempo ma discusse soltanto negli ultimi giorni. Forse arriveranno ma, appunto, saranno solo modifiche, non sradicheranno – stando alle indiscrezioni della stampa – l’intero assetto persecutorio pensato da uno dei peggiori amministratori della cosa pubblica che il Paese ricordi.

Non è una novità, in fondo, che in Italia si viva nell’ombra dei nemici, il modo più semplice per non rispondere delle proprie azioni e assolvere alle responsabilità cui si è chiamati. Mentre si guarda al dito, però, c’è una luna che viene negata e un nemico che si fa eroe. Come Matteo Salvini, finalmente a processo. A testa alta, dice lui, dopo aver dato la vita per difendere i nostri confini. Gli unici che l’hanno data, però, sono stati tutti quelli cui l’Italia – e l’Europa – non ha teso la mano. Tutti quelli la cui testa guarderà per sempre il blu. E non del cielo.

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