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Libertà di stampa: mai così a rischio

Alessandro Campaiola di Alessandro Campaiola
23 Aprile 2019
in Il Fatto
Tempo di lettura: 4 minuti
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Mai così a rischio. Dovrebbero bastare queste quattro parole a far scattare l’allarme, a mettere chiunque nella posizione di difendere le vittime di qualunque evento drammatico sia fotografato da un titolo tanto definitivo. Se l’oggetto dell’analisi – in questo caso condotta e divulgata da Reporters Sans Frontières – è, poi, la libertà di stampa nel mondo, l’evento assume toni grotteschi, un riverbero di colore che richiama al passato, quando sui cieli d’Europa gli aerei non offrivano posto ai giovani Erasmus ma alle bombe che distruggevano intere regioni e città. 

I giornalisti sono sempre meno al sicuro, l’odio nei confronti dei cronisti sfocia in rivendicazioni violente, in atti di vero e proprio terrorismo verso una categoria, invece, da salvaguardare nel nome della libertà di ognuno. Possono dirsi in buone o soddisfacenti condizioni soltanto i reporter appartenenti a un misero 24% del globo terreste, mentre il resto dei Paesi monitorati dall’associazione francese è a rischio di ostilità. Sempre in numero crescente sono i politici che alimentano tale intolleranza nei loro confronti e che hanno portato ad atti di violenza più seri e frequenti. Le molestie, le minacce di morte e gli arresti arbitrari – come si legge nel comunicato – fanno sempre più parte dei rischi sul lavoro.

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E se alle dittature asiatiche del Turkmenistan (all’ultimo posto della graduatoria mondiale), della Corea del Nord di Kim Jong-un (penultima) e della Cina – anch’essa colorata di nero nella celebre mappa del gruppo d’Oltralpe – abbiamo imparato a farci tristemente l’abitudine, come per un problema la cui soluzione non ci riguarda, guai a pensare di vivere nella parte giusta del mondo, quella democratica, capace addirittura di arrogarsi il diritto di esportare il proprio metodo agli Stati impegnati in complessi conflitti civili e politici. La situazione in occidente, infatti, non appare meno drammatica, in particolar modo in Italia. 

Certo, avere ancora a disposizione ogni fonte possibile d’informazione – da internet alla carta stampata – e poterne usufruire in qualsiasi momento della giornata e da qualunque dispositivo elettronico in nostro possesso, non è un beneficio da poco, da sottostimare. Tuttavia, le parole che RSF dedica al Bel Paese non sono delle più lusinghiere, così come la posizione attualmente occupata nella scala globale, alla 43esima casella. In Italia circa venti giornalisti sono sotto la protezione della polizia giorno e notte a causa di gravi minacce o tentativi di omicidio da parte della mafia o da gruppi di estremisti. […] Il livello di violenza nei confronti dei giornalisti è allarmante e continua a crescere, specialmente in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, così come a Roma e nella regione circostante. Diversi giornalisti hanno subito furti nelle loro abitazioni da gruppi criminali o perquisizioni dalla polizia, che ha confiscato importanti documenti di lavoro.

E se nemmeno il virgolettato sopra riportato è in grado di interrogare le coscienze di chi crede che il proprio gesto di apporre una X in cabina elettorale, su una qualunque delle liste in corsa per le elezioni di turno, sia da considerarsi soltanto una scelta dei propri rappresentanti per ciò che riguarda aspetti fuori dal controllo di un cittadino qualunque, quanto segue dimostra come lo Stivale stia regredendo verso azioni e tensioni che la storia racconta con il nome di Ventennio e la Costituzione cerca, invano, di arginare. I principali obiettivi della critica della relazione di RSF sono, manco a dirlo, Matteo Salvini e il MoVimento 5 Stelle, entrambi messi sotto accusa per i toni aggressivi con cui avviliscono quotidianamente il lavoro dell’informazione, trovando nella stampa un nemico sempre fresco da dare in pasto alla folla da distrarre. 

Molti giornalisti sono stati criticati e insultati in relazione al loro lavoro da politici, in particolare da membri del Movimento 5 Stelle, che li hanno definiti “sciacalli” e “puttane”, […] alcuni hanno ceduto alla tentazione di censurarsi per evitare molestie politiche. D’altronde, se anche questo piccolo giornale può forgiarsi della medaglia del reato d’opinione, essendo stato intimato di modificare i contenuti di un articolo di qualche mese fa relativamente a vicende di carattere circoscritto di una nota località del nostro Paese, la misura del problema a livello nazionale assume criticità non trascurabili, soprattutto a causa delle continue pressioni a cui veniamo sottoposti da chi, invece, dovrebbe tutelare la nostra azione e, anzi, salvaguardarla dalla minaccia delle fake news che ne intaccano la credibilità.

Ma se, come altre ricerche in merito all’argomento dimostrano, sono gli stessi partiti oggi alla guida del Paese tra i maggiori creatori e diffusori di bufale sui social network, allora le speranze di non ritrovare, in un prossimo futuro, l’Italia affiancata a Stati dove sono in corso conflitti e totalitarismi, si riducono drasticamente. La proposta del Ministro dell’Interno Matteo Salvini di togliere la scorta a Roberto Saviano – alcuni giornalisti sono stati minacciati dai politici con il ritiro della protezione della polizia di cui hanno goduto per anni, incalza l’agenzia francese – va proprio nella direzione contraria al raggiungimento di condizioni degne di lavoro e di emancipazione. 

Non si deve abbassare la guardia. Lo dicono i francesi di RSF, lo chiediamo noi. La libertà di stampa è il sintomo più rilevante di un Paese in salute, di democrazia, una conquista a cui sarebbe delittuoso rinunciare, soprattutto, se come gli italiani stanno facendo, si incoraggiano i potenti a mettere bavaglio e catene alla verità. Non è troppo tardi, ma il punto di non ritorno, il momento in cui anche l’Italia sarà colorata di nero potrebbe essere più vicino di quanto crediamo, di quanto spesso sottovalutiamo. 

Prec.

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