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“Slow Journalism”: si può rallentare per ripartire?

Silvia Della Penna di Silvia Della Penna
9 Novembre 2021
in Billy
Tempo di lettura: 4 minuti
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La frase che, con più frequenza, mi sento ripetere da amici e colleghi quando affermo di voler fare la giornalista è Lascia perdere, è un mestiere complicato oppure Preparati a vivere di pane raffermo. Questo non solo perché la categoria è in forte crisi, ma soprattutto perché non sta cercando neanche di trovare una soluzione per superarla.

Non è una novità, infatti, che le vendite dei giornali siano sempre più una gara al ribasso. Secondo i dati, le due testate nazionali più importanti, il Corriere della Sera e la Repubblica, dal 2007 al 2019 hanno perso un totale di circa 740mila copie al giorno, conteggio in cui sono comprese anche le vendite delle edizioni digitalizzate. Appena dodici anni fa, invece, quotidianamente ciascuna vendeva quasi 600mila copie mentre allo stato attuale si è stimato che il Corriere ne venda poco più di 200mila mentre Repubblica solo 180mila. Ma a cosa è dovuto questo crollo vertiginoso? Perché sempre più persone comprano sempre meno giornali?

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È proprio dal voler dare una risposta a questa domanda che nasce il volume di Daniele Nalbone, responsabile dal 2012 al 2017 del quotidiano online today.it, e Alberto Puliafito, che per tre anni ha diretto blogo.it. Edito da Fandango Libri, Slow Journalism parte da un giallo in cui gli autori vogliono capire insieme al lettore se il giornalismo sia morto e, eventualmente, chi sia il suo assassino.

Come entrambi chiariscono da subito, però, individuare in Facebook il colpevole di questo possibile omicidio è un ragionamento piuttosto semplicistico, anche perché è una piattaforma senza la quale molte delle testate più autorevoli non riuscirebbero a vivere e altre nuove voci, invece, non sarebbero mai riuscite a crescere e farsi sentire.

La prima pista che si segue per risolvere l’indagine è legata ai soldi. Così come si diceva nel capolavoro di Alan J. Pakula Tutti gli uomini del Presidente, infatti, bisogna seguire il denaro per capire cosa importa veramente a chi conduce un giornale dal punto di vista imprenditoriale e, soprattutto, per comprendere come ragiona e cosa pensa chi paga poi un giornalista.

Se nessuno compra più i giornali, il settore editoriale deve sostenersi principalmente con gli investitori, vale a dire gli inserzionisti pubblicitari, a cui però interessa arrivare a sempre più persone possibili e, dunque, ai potenziali clienti. Di conseguenza, le piattaforme predilette da questi imprenditori sono Facebook, Amazon e Google poiché c’è la probabilità che più soggetti, dopo aver visto la pubblicità di un prodotto, tendano ad acquistarlo.

Se queste sono le nuove leggi di mercato, allora, i giornali, che sono approdati sul web, hanno deciso di regolarsi di conseguenza e quindi di dare importanza non più al lettore ma al traffico sui loro siti. Più si creano notizie che catturino l’attenzione popolare con titoli accattivanti, più le persone saranno invogliate a cliccare e ad aprire il portale online. Ma, come ci spiegano i due autori del libro, questo sistema non rischia poi di danneggiare l’informazione? Vengono pubblicati articoli ogni tre secondi, ma tutto ciò che viene pubblicato è notizia? E, inevitabilmente, se un pezzo deve essere pronto in dieci minuti, saranno state fatte le dovute ricerche, i dovuti approfondimenti e avrà la giusta e doverosa qualità che non può prescindere?

Per capire sempre di più questo settore, e provare a migliorarlo, i due autori hanno intervistato numerose personalità del mondo giornalistico, tra cui Alex Orlowski, uno dei maggiori esperti di marketing politico e strategie dei media sul web, il quale afferma che il problema del giornalismo di oggi è quello di utilizzare come prodotto finito ciò che invece dovrebbe essere uno degli strumenti per costituire un articolo.

Di questo passo, anche il lavoro del debunker, colui che si occupa di smascherare le false notizie che diventano virali, è un operato che andrebbe fatto prima di diffondere un pezzo, ovvero la verifica delle fonti. Secondo Orlowski, la svolta si avrà nel momento in cui i giornali aumenteranno il loro livello qualitativo sul web, prendendosi cura dei propri lettori consapevoli.

A questo proposito, Nalbone e Puliafito indicano una via da seguire per cercare di rivoluzionare questa categoria: rallentare, uno dei significati del termine slow. Alcuni giornali danesi, ad esempio, hanno un piano editoriale di pubblicazione ben definito e mirato e non guidato dalla tendenza del momento: vengono pubblicati tre articoli al giorno che interessano il lettore in quanto cittadino danese, in quanto cittadino danese ed europeo e in quanto cittadino del mondo.

Slow Journalism è un libro diretto che parla in modo chiaro e trasparente a chi legge. Contiene tecnicismi del settore che però sono semplificati ed esplicati per i non addetti ai lavori. Attraverso la spiegazione di come funziona il business dei giornali sul web, e svelando quindi gli intrighi segreti del potere degli editori, riesce a far ragionare su aspetti che sono scontati nell’ambito economico dell’editoria ma, spesso, inosservati dai più.

Il tentativo, nel mentre, è anche dare di nuovo dignità a una professione, quella del giornalista, la quale ha dimenticato da troppo tempo che, come scriveva il fondatore del Corriere della Sera Eugenio Torelli, non è padrone del pubblico, ma suo servitore.

Prec.

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