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Leonardo da Vinci, rivoluzionario genio rinascimentale

Francesca Testa di Francesca Testa
21 Aprile 2018
in Lapis
Tempo di lettura: 3 minuti
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Leonardo da Vinci, nato il 15 aprile del 1452, è stato un uomo di grande ingegno e talento, versato in tutte le arti e aperto a qualsiasi interesse. Egli si definì omo sanza lettere soltanto per distinguersi dall’élite umanistico-letteraria del suo tempo e per affermare contro quella speculazione filosofica astratta il suo programma di ricerca scientifica basata sull’esperienza diretta, sull’indagine e sullo studio dei fenomeni naturali. In questi, infatti, Leonardo vedeva non soltanto l’origine e la ragione di ogni cosa esistente, ma anche la strada per creare qualcosa di nuovo. Non a caso, tutte le sue invenzioni, anche quelle tecniche e meccaniche, partirono dalla semplice osservazione dei fenomeni naturali tra cui il volo degli uccelli, il corso dell’acqua, e così via.

L’artista era costantemente occupato nello studio e nella ricerca del modo pratico con cui applicare tutte le osservazioni fatte che annotava, disegnava e appuntava sempre con grande acutezza e precisione. Leonardo dedicò una minima parte del suo tempo alla produzione artistica, sacrificando spesso i suoi esperimenti tecnico-scientifici. Di lui, infatti, non resta che un limitato numero di opere e tutte di pittura, arte che sicuramente predilesse sopra ogni altra. A suo dire, era qualcosa di maggior discorso mentale, meno soggetta allo sforzo fisico della realizzazione. D’altro canto, proprio questa definizione racchiude la più netta e definitiva negazione rinascimentale della concezione medievale dell’arte intesa come attività pratica e meccanica. In essa, tuttavia, vi è anche il riflesso di un atteggiamento intellettualistico, su cui spesso Leonardo ripiegò non tanto per la naturale tendenza alla teorizzazione e speculazione filosofica, quanto per quel suo spirito aristocratico, distaccato e amante della solitudine che lo spinse verso una vita riservata, diventando un ammirato cortigiano al servizio di principi e re. La competizione artistica, sempre viva in un centro come la Firenze di allora, era assolutamente evitata dall’artista che si sottraeva di proposito all’esercizio della libera concorrenza del commercio per custodire gelosamente i suoi pochi prodotti, per anni conservati nel suo laboratorio, alcuni dei quali, tra cui la Gioconda, mai consegnati ai committenti.

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Nel 1469 entrò nella celebre bottega del Verrocchio, intraprendendo lo studio dell’anatomia, della prospettiva e della pratica del disegno traendone immediato profitto, come dimostra il suo intervento nel Battesimo di Cristo del maestro, eseguendo l’angelo dal volto languido e dalla chioma bionda e luminosa. Quivi, Leonardo acquisì la sapienza compositiva, l’equilibrio, l’ordine formale e lo studio attento e appassionato dell’anatomia che gli permise di conoscere la figura umana nei suoi vari, armoniosi e naturali atteggiamenti ed espressioni. Nel disegno, eseguito con pochi tratti decisi e nel chiaroscuro attenuato, trovò la sua via per liberarsi dalla tirannia della tradizione plastico-lineare della sua scuola. E ciò apparve evidente già nelle prime opere personali tra cui l’Annunciazione di Monteoliveto.

Le sue altissime doti di disegnatore si manifestarono in altre due opere intraprese nel 1482, rimaste allo stato di abbozzo: il San Girolamo e l’Adorazione dei Magi. Nonostante si tratti di opere che mostrano soltanto la preparazione bruna del disegno, ravvivato da primi rapidi tocchi di biacca che danno luce ai personaggi, appaiono come opere perfette che rivelano come Leonardo considerasse il colore come un arricchimento, un’aggiunta non indispensabile. Tra il 1495 e il 1497, inoltre, realizzò due dipinti che furono tra le sue più alte realizzazioni pittoriche: la Vergine delle Rocce e il Cenacolo. Infine, intorno al 1503 iniziò anche il famoso ritratto della Gioconda, identificata in Monna Lisa di Giocondo, che terminò più tardi e che conservò gelosamente, tanto da portarlo con sé in Francia, dove ancora oggi è conservato.

Trascorse i suoi ultimi anni di vita nel Castello di Cloux, presso Amboise, accettando l’invito del re francese presso la sua corte, contemplando i suoi dipinti e raccogliendo ancora studi, appunti e disegni ereditati da il Melzi, suo allievo, ma che purtroppo, nel tempo, sono andati dispersi in tutto il mondo. Si spense il 2 maggio del 1519.

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