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L’Anti-Walk: la visita dadaista, la deambulazione surrealista e la deriva lettrista

Francesca Testa di Francesca Testa
20 Gennaio 2020
in Lapis
Tempo di lettura: 6 minuti
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Parigi, 14 aprile del 1921. I dadaisti si diedero appuntamento di fronte alla chiesa di Saint-Julien-le-Pauvre, inaugurando una serie di escursioni urbane nei luoghi della città considerati “banali”. Fu la prima di una lunga serie di deambulazioni, caratterizzate come forma dell’anti-arte, un’operazione estetica assolutamente consapevole, corredata da comunicati stampa, volantini e documentazione fotografica.

Il tema del moto era diventato un vero e proprio oggetto di ricerca per le avanguardie: movimento e velocità, si erano affermate come una presenza urbana tutta nuova, come scrive Francesco Careri nel suo Walkscapes, capace di imprimersi sulle tele dei pittori, così come sulle pagine dei poeti. Mezzi tradizionali che, dopo l’esperienza dadaista, condussero alla pratica del muoversi nello spazio reale, ovvero il passaggio dal rappresentare la città del futuro all’abitare la città del banale. La ricerca futurista, però, non andò mai oltre lo stadio della rappresentazione, dal momento che il suo intervento non si realizzò nell’ambiente urbano, ma unicamente in gallerie d’arte o teatri. Anche Tristan Tzara – nel Manifesto del 1916 – aveva dichiarato che Dada era contro il futuro, ma tali “azioni urbane” erano già lontane dai proclami del Futurismo, perché la città del banale era, come scrive ancora Careri, una città che aveva abbandonato tutte le utopie ipertecnologiche di cui quest’ultimo era promotore. Non sembra affatto un caso che la prima azione dadaista sia stata fatta a Parigi, dove si aggirava il flâneur, un personaggio effimero, contrario alla modernità, che trascorreva il suo tempo beandosi dell’insolito e dell’assurdo, vagabondando per le strade. Il ready made urbano, realizzato a Saint-Julien-le-Pauvre, fu la prima opera simbolica in grado di attribuire valore estetico a uno spazio vuoto.

Del resto, questi innovatori non intervennero sull’ambiente portando o prelevando degli oggetti, bensì conducendo un gruppo di artisti sul luogo, senza lasciare tracce fisiche al di fuori della documentazione inerente all’operato: volantini, foto, articoli. Un progetto che non fu concluso, poiché già compiuto in sé. Il portare l’azione in uno specifico luogo acquisì il significato di averla realizzata nell’intera città. Uno spazio da indagare in quanto familiare, eppure sconosciuto, non frequentato. Un luogo evidente e inutile che, come tanti, non avrebbe avuto nessuna ragione di esistere. Attraverso questa esplorazione dadaista del banale, come scrive ancora Careri, si diede il via all’applicazione delle ricerche freudiane all’inconscio della città, un tema sviluppato in seguito sia dai lettristi che dai situazionisti.

Nel maggio del 1924 il gruppo parigino organizzò un altro intervento, ma questa volta realizzando un percorso erratico in un vasto territorio naturale; un’esperienza iniziatica che segnò il definitivo passaggio da Dada al Surrealismo. Come ci racconta Careri, Aragon, Breton, Morise e Vitrac organizzarono una deambulazione in campagna, nel centro della Francia, al fine di conversare e camminare per diversi giorni consecutivi come in un’esplorazione ai confini tra la vita cosciente e la vita di sogno. Breton, di ritorno dal viaggio, scrisse l’introduzione di Poisson Soluble, il primo Manifesto del movimento, nel quale troviamo l’originaria definizione del termine Surrealismo: automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero. Questo itinerario divenne, quindi, una vera e propria erranza letterario-campestre, impressa direttamente nella mappa di un territorio mentale.

Tale deambulazione, fu molto diversa dall’escursione dadaista, infatti il teatro dell’azione fu un luogo vuoto che portò con sé, come scrive Francesco Careri, lo spaesamento, l’abbandono dell’inconscio, la volontà di un ritorno a spazi vasti e disabitati; un percorso fuori dal tempo che attraversava l’infanzia del mondo e prendeva le forme archetipiche dell’erranza nei territori dell’universo primitivo. Un tragitto empatico che voleva provocare in chi camminava un forte stato di apprensione, sia nel senso di paura che in quello di apprendimento. Attraverso il camminare è possibile raggiungere uno stato di ipnosi, a una spaesante perdita del controllo, ci si ritrova quindi in uno spazio in grado di penetrare la mente nel suo profondo, evocando immagini di altri mondi, nei quali sia la realtà che l’incubo coesistono; un medium attraverso cui entrare in contatto con la parte inconscia dell’ambiente.

I surrealisti, però, abbandonarono il nichilismo di Dada, muovendosi verso un progetto positivo, verso, come racconta ancora lo studioso, il superamento della negazione, oltre la quale esisteva ancora la scoperta di un nuovo mondo da indagare, prima di essere rifiutato o deriso. L’idea alla base era l’assoluta certezza di poter attraversare lo spazio urbano come la mente umana e che nella città potesse rivelarsi una realtà non visibile. I dadaisti avevano intuito che la città potesse essere uno spazio estetico, nel quale era possibile operare attraverso atti quotidiani e simbolici, invitando gli artisti ad abbandonare la forma di rappresentazione “tradizionale”. Il camminare è stato usato dal Surrealismo come mezzo per indagare e svelarne le zone inconsce della città, qualcosa che sfugge e diventa impossibile da tradurre in modo “tradizionale”. I situazionisti lo avrebbero accusato di non aver sviluppato le grandi potenzialità del progetto dadaista.

Nel 1952 un gruppo di giovani scrittori – Guy Debord, Gil, Wolman, Michèle Bernstein, Mohamed Dahou, Jacques Fillon e Gilles Ivain – diede vita all’Internazionale Lettrista per lavorare alla costruzione cosciente e collettiva di una nuova civiltà. Nei primi anni Cinquanta, quest’ultima – che confluì nel 1957 nell’Internazionale Situazionista – riconobbe nel perdersi in città la concreta possibilità espressiva dell’anti-arte e la assunse come mezzo estetico-politico per sovvertire il sistema capitalista del dopoguerra. Dopo la visita dadaista e la deambulazione surrealista, venne coniato il termine dérive: un’attività ludica collettiva che mirava alla costruzione e alla sperimentazione di nuovi comportamenti nell’esistenza reale; un modo alternativo di abitare la città, uno stile di vita che andava fuori e contro le regole della società borghese e che voleva con ogni mezzo superare le correnti precedenti. Per la deriva lettrista lo spazio urbano era un terreno passionale oggettivo e non solo soggettivo-inconscio. Non si trattava più di una fuga dal reale, bensì di un concreto controllo dei mezzi e delle azioni che si possono sperimentare direttamente nella città.

La poesia ha consumato i suoi ultimi formalismi. Al di là dell’estetica, la poesia è tutta nel potere che avranno gli uomini nelle loro avventure. La poesia si legge sui volti. Urge dunque creare dei nuovi volti. La poesia è nella forma delle città. Costruiamo la sovversione. La nuova bellezza sarà di situazione, il che vuol dire provvisoria e vissuta… La poesia non significa altro che l’elaborazione di comportamenti assolutamente nuovi e dei mezzi con cui appassionarci.

La stessa dérive, inoltre, era un’operazione costruita con regole ben precise, come sottolinea l’autore di Walkscapes: innanzitutto è importante stabilire al principio – in base a cartografie psicogeografiche – come “immergersi” nell’unità ambientale che si deve analizzare, stabilire l’estensione dello spazio di indagine, che poteva partire dal semplice isolato o quartiere fino ad arrivare alle grandi città. È preferibile, per intraprendere questo progetto, affrontarlo a gruppi di due o tre persone che però abbiano raggiunto la stessa presa di coscienza, in modo tale che il confronto portasse a conclusioni oggettive. La sua durata poteva essere di una giornata, ma anche estendersi a settimane o mesi.

La strada, che io credevo capace di imprimere alla mia vita svolte sorprendenti, la strada, con le sue inquietudini ed i suoi sguardi, era il mio vero elemento: in essa ricevevo come in nessun altro luogo il vento dell’eventualità. – André Breton, Les pas perdus, 1924

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