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La vittoria mutilata: una crisi senza fine

È successo tutto e niente. Alla fine di questi giorni di fuoco, condensati da segnali da una parte e dall’altra, da personaggi fino a poco fa misteriosi o ignorati, da tentativi di spiegare una crisi il cui senso è sconosciuto ai più, la sensazione è che questa pagina non si sia ancora conclusa, come se mancasse l’ultimo capitolo di un imbarazzante giallo. Persino i numeri delle votazioni, quelli che spuntano sul pallottoliere, quelli oggettivi, incontrovertibili, fissi, sono stati messi in discussione. 22:14, la prima chiama è finita, poi anche la seconda. Mentre l’Italia aspetta di vedere se i risultati siano andati al di là delle più rosee aspettative di Maria Elena Boschi – che anche questa volta sbaglia le previsioni –, compare sulla scena tal Ciampolillo, ex M5S, che vorrebbe esprimere la propria volontà anche dopo il triplice fischio dell’arbitro Casellati. Ed è subito VAR. Finalmente, qualche minuto dopo, arrivano i voti ufficiali, gli unici che contano: 140 contrari, 16 astenuti, 156 favorevoli. Il Governo è salvo.

Chi si aspettava uno scontro diretto tra il Premier e il leader di Italia Viva è rimasto deluso e, forse, è stato meglio così: perché un discorso è sgonfiare un pallone gonfiato come Salvini che, all’epoca dei fatti, aveva motivo di essere pieno di sé, un altro è sgonfiare uno che fa sempre tutto da solo e alla cui irrilevanza pensano i cittadini ogni qualvolta se ne presenta l’occasione. Inoltre, a oggi, vincitori non ce ne sono – e non ce ne possono essere – fondamentalmente per due ragioni: la prima è che, stando allo stato attuale delle cose, ai bollettini medici, alle varianti, alle ondate, non esiste vittoria che possa permetter ad alcuno di gongolarsi e restare immobile. Il secondo è che anche per Conte si tratta di una vittoria mutilata.

Da martedì sera è ufficiale che il governo che presiede l’avvocato del popolo non ha maggioranza assoluta in Senato. Ora, dunque, dovrà preoccuparsi di trovare una quarta gamba che dia stabilità o, quantomeno, minore instabilità a un esecutivo che ha molti nodi da sciogliere. In caso contrario, sarà difficile proseguire un percorso che richiede, invece, compattezza e velocità, che impone una ripartenza, il Recovery Plan e una lunga serie di riforme che lo stesso Presidente del Consiglio ha elencato alle Camere, come quella del Titolo V della Costituzione per rivedere i rapporti tra Stato e Regioni e la riforma elettorale per ristabilire le regole del gioco.

Tra un anno, infatti, ci sarà la partita più importante della legislatura, cioè l’elezione del Presidente della Repubblica: come si può pensare di mettere d’accordo la quasi totalità del Parlamento, se già all’interno della maggioranza c’è chi la sostiene solo perché ha dovuto salvare la propria poltrona ed evitare le elezioni anticipate? Senza dimenticare, poi, che da adesso i problemi si paleseranno anche nelle commissioni parlamentari, dove Italia Viva proverà in tutti i modi a mettersi di traverso alle iniziative dei partiti che sostengono Conte.

D’altra parte, diciamocelo chiaramente: il problema c’era già prima. Avere Renzi all’interno della propria maggioranza, consapevoli che da un momento all’altro avrebbe provato a far saltare tutto, era già un rischio. E, anzi, bene ha fatto il Capo del Governo a intraprendere la strada del dialogo, senza comunque cedere ai diktat necessari per realizzare i piani del senatore di Rignano, intento ad accaparrarsi ancora più centralità mentre il suo progetto falliva miseramente. Pensando di essere ancora, dopo ventisette anni, concorrente de La Ruota Della Fortuna, infatti, l’ex Premier ha provato a giocarsi il tutto per tutto e a far cadere l’esecutivo, non sopportando l’idea che potesse essere Conte a gestire la pioggia di miliardi in arrivo. Da bluffatore qual è, però, gli è mancato il coraggio dell’ultima mossa: votare contro anziché astenersi. E questo – si sappia – non lo ha fatto non per fare un favore a Palazzo Chigi ma perché, vedendo aumentare i responsabili, ha temuto di essere fuori dai giochi. Da qui, l’estremo tentativo di ricucire, con i suoi che sino all’ultimo si sono detti pronti a costruire una nuova maggioranza persino con gli stessi attori. Votando contro, inoltre, probabilmente alcuni di IV avrebbero concordato la fiducia al Governo pur di salvarsi e non andare alle urne.

A tal proposito, non si pensi che siamo qui a fare i moralisti sui transfughi, responsabili o costruttori che dir si voglia, perché in una legislatura dove tutti sono di passaggio, da opposizione a maggioranza e poi di nuovo opposizione o viceversa, non c’è nulla di cui sorprendersi: era questo l’effetto in cui speravano i cervelli che hanno partorito l’attuale legge elettorale, guarda caso il Rosatellum di renziana fattura. Ciò che desta scandalo, invece, è che una crisi, per essere avviata, va capita e di quella attuale nessuno ha compreso il senso reale.

Se oggi Conte ha una considerazione tale per cui qualcuno ipotizza persino un suo partito personale è perché un anno e mezzo fa si è dimesso e ha detto a Salvini tutto quello che una parte degli italiani avrebbe voluto dirgli da tempo, riuscendo così a darsi una propria identità. Renzi, invece, da chi credeva di essere capito? Dai suoi, che temono le elezioni? Dai cittadini, che hanno assistito increduli a questa sceneggiata? Dai sovranisti, che gli hanno sbattuto la porta in faccia? Ha fatto tutto solo per per il gusto di scombussolare il Parlamento, senza ottenere nulla? Per ora, il Governo è salvo, dicevamo. La reputazione di Camera e Senato, invece, un po’ meno.

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