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La ’Patafisica di Raffaele Rizzo e il collegio napoletano

Mimmo Grasso di Mimmo Grasso
16 Dicembre 2021
in Lapis
Tempo di lettura: 4 minuti
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Raffaele  Rizzo, molto vicino a questo giornale, amava firmarsi ’Rizzo, con l’apostrofo prima del cognome, in stile patafisico. Ma che significa questo e cos’è la ’Patafisica? Che tra il nulla e un nome c’è un apostrofo che li lega dividendoli. La ’Patafisica è definita la scienza delle soluzioni immaginarie. Per saperne di più, invitiamo il lettore ad ascoltare Che cos’è la ’Patafisica?, attingendo informazioni dalla viva voce del nostro Imperatore Analogico, Enrico Baj.

Sarà utile qualche notizia sulla ’Patafisica Partenopea e sul ruolo di Raffaele ’Rizzo. In primis, il collegio napoletano è molto ambito per la sua vivacità e la normalità, quotidianità, del suo genio. Claude Frontisi, eminenza grigia francese, ha voluto recentemente la nomina a ’Patafisico da Napoli e non da Parigi in quanto la nostra  è la città più patafisica al mondo.

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I patafisici si caratterizzano con nomi e gradi fantasiosi, cambiano nome come i monaci e seguono una gerarchia pitagorica. Non li vedete in giro perché lontanissimi dalla visibilità. Basti pensare che il collegio di Parigi, gestito da Picasso, Ernst, Dalí, Boris Vian, Queneau, rimase in silenzio per sessant’anni prima di far conoscere la sua produzione scientifica e creativa. I numeri uno al mondo sono Fernando Arrabal (spagnolo) e il suo allievo Alejandro Jodorowsjy (cileno, regista e ideatore degli psicotarocchi), col grado di Satrapi Trascendenti, come, in Italia, lo erano Umberto Eco, Dario Fo, Edoardo Sanguineti, Brunella Eruli.

Negli anni Settanta, Enrico Baj e Marcel Duchamp chiesero a Umberto Eco di creare un collegio a Napoli. Eco incaricò Luca Castellano (più noto come Luca), la cui reggenza fu caratterizzata dal disprezzo per l‘idiozia sociale e i paraustielle.  Dopo Luca, il collegio partenopeo fu retto da Raffaele Gambardella che, con Paola Acampa, Papessa, ed Eleonora Puntillo, literatissima mulier, decana dei giornalisti napoletani, diede vita a una presenza incisiva della ’Patafisica con memorabili eventi. La “tana” dei patafisici partenopei era sul Vesuvio, presso il Fiume di Pietra. Dopo Gambardella, fu acclamato Rettore dell’Institutum Pataphysicum Partenopeium Mario Persico.

La produzione del collegio di Napoli è stata intensa e ha trovato espressione “ufficiale” in due riviste non euclidee, il Patapart e il Tie’.  È in questi anni che Raffaele ’Rizzo diventa un nostro punto di riferimento. Chi scrive lo ha frequentato a lungo, ne ha condiviso l’irridente garbo, ne ha osservato la capacità, tutta partenopea, di mimetizzarsi in varie situazioni con le tecniche del“teatro di strada (Raffaele era anche drammaturgo), rubandogli il mestiere e l’atteggiamento di greculo.

Raffaele sosteneva, a ragione, che il genius napoletano non era la musica, specie quella degli anni d’oro, ma proprio il teatro. Come Jarry, Ceronetti e Fo, amava le guarattelle, invitato per questo in vari luoghi, fra i quali Santa Maria de Feira, in Portogallo, dove portò un suo lavoro su Guerra Junqueiro, in napoletano, tradotto in italiano da Iaia De Marco. Ma Raffaele era soprattutto un operativo perché la ’Patafisica era il suo modo di vivere. Bastava pochissimo perché i suoi occhi scintillassero per un’idea, subito messa in pratica, o per i numerosissimi e “culti” neologismi. Un neologismo apre mondi, modifica il vissuto. Epico il suo lavoro sui frattali linguistici, seguendo l’intuizione del coadepto Mandelbrot.

Va detto che sono numerosi gli scienziati iscritti a vari collegi. Passeggiando per Napoli, col naso all’insù per studiare le vie del cielo fra i palazzi della città, Raffaele interveniva nelle discussioni e negli alterchi popolari sostenendo le tesi dell’uno per controbatterle immediatamente dopo a favore dell’altro, ricorrendo a paradossi che lasciavano interdetti i contendenti. Nelle sue performance usava una palla colorata e un cane giocattolo, Ubù-Bù, che saltava all’indietro (il salto logico) e produceva artigianalmente piccoli macchinesimi come il cassetto nel libro, il sorriditore. Aveva come dote naturale lo sguardo acutissimo e incuriosito di chi spia dal buco della serratura del bagno per vedere che succede fuori.

Le cipolle fanno ridere, Boss-Boss, Il Labirinto aperto, Partenope e il suo eros, sono alcuni dei lavori di Rizzo, di solito autoprodotti (edizioni Il Punto G). Eccellente traduttore in napoletano da Rimbaud a Leopardi, a lui devo l’addestramento sulla lingua napoletana, che per me ha rappresentato un viaggio fantastico. Raffaele mi dimostrò che ero analfabeta e non lo sapevo. Infatti, parlavo napoletano ma non pensavo in napoletano né riuscivo a scriverlo.

Posso oggi sostenere che la lingua napoletana, col suo sistema metaforico, è perfetta per il teatro, che scalpita come il simbolo visivo di Napoli, il cavallo dei terremoti, e il suo non avere precedenti, come tutte le lingue orali, nel settore amministrativo, giuridico o scientifico (a parte una breve parentesi nel periodo aragonese) ne mantiene vivo e vitale il sentiment e l’apparato percettivo.

A Raffaele devo l’incontro con Vincenzo Villarosa, anch’egli napoletano fin nel midollo, scomparso prima della nomina patafisica. Il 19 dicembre, giorno del compleanno di ’Rizzò (francesismo che non è un passato remoto), presso il Made in The Cloister, lo ricorderemo come lui avrebbe voluto.

Prec.

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