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Il Fatto

Isteria collettiva e Berlusconi al Quirinale?

La pandemia di Covid-19 avrà effetti a lungo termine sulla salute mentale: a parlare non sono i mancati Nobel e mai esistiti Melòn e Kamper di Massimo Cacciari, ma la Fondazione Umberto Veronesi che ritiene urgente prepararsi e ampliare l’accesso alle cure. Una riflessione che meglio aiuta a comprendere non solo le sorprendenti esternazioni del filosofo no vax novello scienziato delle immaginarie minime percentuali di vaccinati in Giappone – uno dei Paesi dal numero di cittadini con ciclo vaccinale completo tra i più elevati al mondo – ma anche quelle di alcuni leader in piena eccitazione in vista dell’ormai imminente nomina del Capo dello Stato.

Così, se per un avvocato del popolo Berlusconi ha fatto anche cose buone, per un ex Cavaliere Conte ha un po’ il mio stile: ecco che dopo renzusconi, si parla anche di contusconi. Tutto al momento giusto, che non si sa mai. Una patologia, la maneskinite da fuori di testa, che colpisce intellettuali, politici, giornalisti, commentatori e improvvisati opinionisti imbevuti di cultura googloniana capace di far saltare in aria lauree, master e perfino Nobel – quelli veri. Un’isteria collettiva che avvalora quanto detto dalla Fondazione Veronesi.

Ma è tutto riconducibile soltanto alla pandemia o siamo dinanzi alla conseguenza naturale di un clima politico da qualche decennio avvelenato da personalismi e da un vuoto ideologico che ha reso la politica unicamente centro di interessi di lobby e gruppi imprenditoriali, di un’informazione asservita, pilotata e gestita dagli stessi fino a strangolare qualsiasi tentativo di riportare alla normalità il dibattito politico e la gestione della cosa pubblica?

Partiti e movimenti senza identità, nuove formazioni nei fatti plasmate come le vecchie, così dedite alla convenienza e all’arrivismo e incuranti di qualsiasi progetto che favorisca l’interesse collettivo; una bramosia di potere tale da condividere persino le scelte più scellerate contro i più elementari diritti umani: tutti parte di un sistema deprecato a squarciagola, nelle piazze, per poi condividerne anche gli aspetti peggiori. E, poi, la frammentazione della sinistra cominciata nel 1921 con la divisione del Partito Socialista e proseguita nel 1991 con lo scioglimento del Partito Comunista e la nascita di una miriade di sigle giunte ai nostri giorni con percentuali minime che appaiono comunque gradite a quei leader incapaci di ricompattarsi in occasione delle competizioni elettorali. Cosa – tra quelle buone fatte dall’ex Cavaliere – che, invece, riesce bene al centrodestra, che si presenta agli elettori unito, anche se a trazione Meloni anziché Salvini. Sempre e comunque, però, con l’impeccabile regia dello stratega dalle esigue percentuali, ancora capace di far prevalere la sua personalità.

Un clima politico nauseabondo, autoreferenziale, volutamente incapace di intercettare i bisogni reali della gente. Un distanziamento non consigliato ma artatamente creato da una classe dirigente di livello infimo, in gran parte impreparata e senza alcuna esperienza, fatta di esponenti assurti comunque ai vertici dello Stato con incarichi di responsabilità anche sul piano internazionale. Vero è che nel consesso europeo, con l’esclusione della sola Merkel, la rappresentatività dei vari Paesi non è tra le più apprezzabili degli ultimi decenni, ma i prossimi anni saranno un importante banco di prova.

Nell’Italia in perenne campagna elettorale, intanto, la girandola di nomi per il nuovo Capo dello Stato, già da tempo in circolazione, in questi giorni si è focalizzata su alcuni esponenti della vecchia politica, riesumati per l’occasione dal solito stratega di una minoranza clamorosamente sconfitta, riapparso sulla scena con la solita protervia, che potrebbe rappresentare l’ago della bilancia a favore dell’improponibile ex Cavaliere o, come il divino Otelma, cacciare come per incanto dal cilindro l’ex leader UDC eletto nelle file del Partito Democratico, che si affrettò a prendere le distanze dichiarando di non essere di sinistra. Evidentemente già studiava il suo futuro, in perfetto stile doroteo.

Un’eventuale convergenza sul nome del massimo esponente del bunga bunga di Stato e delle olgettine rappresenterebbe il punto più basso della decadenza sociale, morale e politica di questa sventurata nazione oltre che una ricaduta nel ridicolo nel consesso internazionale. Ma le recenti esternazioni della Giorgia nazionale che hanno riferito di un piano B e C potrebbero dar ragione una volta tanto a Vittorio Sgarbi convinto della presa per i fondelli da parte del duo Meloni-Salvini nei confronti di Silvio Berlusconi.

Il prossimo Presidente della Repubblica, se eletto in maniera non unanime ma quale espressione di una fazione, creerebbe il presupposto per lo scioglimento delle Camere e conseguenti elezioni anticipate, con la fine del governo dell’ammucchiata e il rischio della gestione dei fondi europei a favore di una parte politica e non del Paese, che penalizzerebbe ulteriormente il Mezzogiorno.

Una pandemia a tutto tondo, dunque, durante la quale abbiamo assistito e tristemente subito l’approssimazione e la smania di protagonismo di autentici e falsi esperti, di politici e intellettuali, alcuni dei quali hanno rasentato il ridicolo con dichiarazioni e dati inesistenti che hanno aumentato la confusione, supportata anche da un giornalismo becero, volgare e di parte, anch’esso malato di protagonismo e, peggio, a difesa di improponibili personaggi collusi che hanno dato e ancora offrono il peggio al Paese.

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