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La “Malanova”: storia di una violenza

Mariaconsiglia Flavia Fedele di Mariaconsiglia Flavia Fedele
8 Giugno 2021
in Il Fatto
Tempo di lettura: 6 minuti
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Avevo tanta paura, il mio cuore batteva forte. Si muovevano solo gli occhi ed erano l’unica via di fuga. Ho solo pregato dentro di me che finiva tutto. Quando sono arrivata a casa sono entrata nel bagno e ho incominciato a strofinarmi, a lavarmi e ho visto che c’era del sangue sulle mie gambe. È stata una notte lunga.

L’inverno non è una stagione. Sebbene fuori ci sia il sole, i bambini giochino per le strade e le finestre siano ancora spalancate, si può avere freddo, quella voglia di restare a letto tutto il giorno e quella malinconia tipica dei mesi invernali anche quando in realtà, per una questione di temperature, inverno non è. L’inverno non è una stagione, uno stato d’animo, forse. Per questo, a volte, è difficile farselo piacere.

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Era il 4 aprile del 1999. A San Martino di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, la primavera, elegante, aveva già fatto il suo ingresso. Quel giorno, però, per qualcuno faceva un gran freddo. Quel qualcuno aveva compiuto da poco tredici anni e, con il ritorno delle rondini, aveva sentito sbocciare in sé il fiore del primo amore. Io di questo ragazzo iniziavo a fidarmi, perché a tredici anni credi nel principe azzurro. L’amore era un ragazzo del paese pieno di attenzioni e progetti futuri che scaldavano il cuore e facevano tremare le gambe. Lui veniva a trovarmi, veniva a prendermi fuori scuola, mi corteggiava. “Devi crescere con me, ti voglio sposare, diventerai mia moglie”. Quel qualcuno, invece, era Anna Maria Scarfò, un nome che nessuno avrebbe più dimenticato. Quel giorno il ragazzo era andato a prenderla per fare un giro in auto e parlare. Il giro, però, era finito all’ingresso di un casolare abbandonato dove alcuni amici di lui li attendevano. “Entriamo dentro e facciamo un gioco. Ti piacerà, vedrai”. Non le sarebbe piaciuto. Quel gioco era, in realtà, una violenza di gruppo che si sarebbe perpetrata per i due anni successivi. Quella fisica, almeno.

Il giorno dopo, il 5 aprile, Anna Maria era andata dal parroco della chiesa locale, Don Antonio, per chiedergli aiuto e raccontargli che qualcuno – di cui conosceva bene i nomi – aveva tradito la sua fiducia e la sua ingenuità di bambina, trasformandola in una donna con la stessa rapidità di una lancetta di orologio. Ho capito che stava accadendo qualcosa di molto brutto. E io non volevo scendere dalla macchina. Don Antonio, però, le aveva detto di aver frainteso e di non poter creare uno scandalo. “Io ti assolvo”. Le prime sbarre di una gabbia infernale erano state piantate. Alle altre ci avrebbero pensato gli infiniti giorni a venire e il resto del paese.

Venivano sotto casa con la macchina e io appena li vedevo avevo il terrore e uscivo perché se io non vado agli appuntamenti, loro vengono lì sotto per parlare con mio padre e lo uccidono. Tante volte ho cercato di ribellarmi e dire che non ce la facevo più.

Tuttavia parlare, quando nessuno ascolta, è quanto di più difficile si possa immaginare. Ci sono silenzi nei quali si ha la necessità di rinchiudersi per paura, per vergogna, per fragilità ma, soprattutto, per amore. Per amore di chi si ama. Per la propria famiglia. Ma quei silenzi possono completamente stravolgere la realtà fino a riproporcene una del tutto nuova, alterata al punto tale da ingannarci e ucciderci.

Ero diventata la cosa di questi ragazzi. Mi ero rassegnata a essere maltrattata, picchiata e violentata.

Pirandello, però, ci insegna che talvolta il treno fischia e tutto, improvvisamente, cambia. Per Anna Maria quel treno ha fischiato esattamente due anni dopo l’indimenticato 4 aprile. Il suo corpo, infatti, sembrava non essere più sufficiente. Le bestie, quelle che la tenevano rinchiusa, avevano fame, fame di carne più fresca, di una ragazzina della stessa età che aveva lei quando era stata adescata. Tredici anni. Una bambina. La quindicenne, allora, aveva deciso di ribellarsi, di rompere quei silenzi che avrebbero portato solo altro male. Per amore di chi amava. Da vittima si stava trasformando in eroina. Si era recata, quindi, dai carabinieri per affidare loro la sua storia e denunciare il gruppo che le impediva una vita normale, per riprendersela.

Per l’amore di una donna, un’altra donna, ho detto basta. E quella donna è mia sorella.

Non aveva immaginato, però, che le porte dell’Inferno sono tante e che al suo cospetto se ne stava per aprire un’altra. San Martino di Taurianova, infatti, il suo paese, la sua casa, il luogo dove era cresciuta – anche se troppo in fretta – le si stava schierando contro per difendere quei figli di cui si mostrava fiero.

Ancora oggi, a distanza di ben trentuno anni e tre gradi di giudizio – nei quali i ragazzi sono stati tutti condannati per violenza sessuale, compreso il parroco per falsa testimonianza – il suo nome risuona per quelle strade accompagnato da epiteti ingiuriosi e un’aggressività verbale da far venire i brividi. Anna Maria è ricordata come la puttana, la Malanova (la cattiva notizia), la ragazza facile che si divertiva a darla a tutti o, quantomeno, a stuzzicare, alzandosi la gonna in piazza, davanti ai vecchietti che chiamava impotenti. In paese, infatti, non le crede nessuno, nemmeno Don Antonio che pare avere la memoria corta. Anna Maria se l’è cercata, e le interviste rilasciate a Nadia Toffa per Le iene – che fanno accapponare la pelle e urlare di rabbia davanti al televisore – lo chiariscono perfettamente.

“Ma secondo te si potevano sc***** una così? Ma l’avete vista com’è? Lei ha torto perché ci sono persone innocenti in galera. Il primo che se l’è ‘passata’ è stato suo padre! Fosse stata Miss Italia posso pure essere d’accordo. Ci può stare uno che perde la testa per una ‘bona’. Ma una botte grossa così… Una vacca è. Più brutta del buio.”

Per fortuna, sebbene non per scelta, da quella realtà la giovane è andata via e oggi vive in un luogo lontano e sicuro grazie a un programma di protezione speciale. Come una malavitosa, o un pentito. Anna Maria, però, non è pentita e nemmeno malavitosa. Anna Maria è viva e nessuno può più toccarla. 

Io spero che lui (il parroco, ndr) chieda perdono a Dio e che Dio lo perdoni perché mi ha fatto passare altri due anni di incubo. Spero che qualcuno più in alto di lui, la Chiesa, risponda. Io sto aspettando che ancora qualcuno mi chiami per chiedermi perdono.

Carlos Ruiz Zafón ha scritto che ci sono epoche e luoghi in cui essere nessuno è più onorevole che essere qualcuno. Io dico che ascoltando le parole degli abitanti di San Martino – che dopo la messa in onda del servizio si sono piuttosto risentiti – non vi è nulla di più vero. Essere nessuno, restare nell’anonimato, non metterci la faccia, non vomitare offese aberranti a scapito di una ragazza a cui l’infanzia e la libertà sono state strappate via come un cerotto che non serve più mentre la ferita sanguina ancora e, anche, a scapito delle tante persone perbene che hanno provato e provano vergogna – nonostante non cancelli anni e anni di silenzi e soprusi – è molto più dignitoso di quei pochi minuti di celebrità dinanzi alle telecamere. Di quella notorietà, infatti, è meglio provare presto imbarazzo, dimenticare risulta  piuttosto difficile.

Nonostante loro mi hanno fatto tanto del male, io non li odio. Non ho né rancore né vendetta. Spero solo che un giorno si possano pentire del male che mi hanno fatto e mi chiederanno perdono, perché non voglio essere come loro.

È onorevole, invece, essere Anna Maria Scarfò, la donna speranzosa di oggi, la ragazzina di ieri che tornava a parlare e, ancora di più, la bambina alle prese con la prima cotta.

A chi subisce violenza voglio dire di tirarla fuori. Non tenere dentro perché se tieni dentro, è un dolore che ti uccide ogni giorno. Di affidarsi comunque allo Stato. La giustizia esiste, è lenta ma c’è. Riprendetevi la la vostra vita in mano, io me la sono ripresa. E nessuno gliela toglierà più.

L’inverno non è una stagione, uno stato d’animo, forse. Anna Maria lo ha capito. Oggi non ha paura di giocare con la neve.

Voglio imparare ad amare, quello che non mi hanno mai insegnato. Tutto questo amore verrà fuori. Mi amerò io e amerò la persona, l’uomo che avrò di fronte. Lo amerò con tutto il cuore e spero che lui amerà me. Sarà la mia prima volta con lui, con l’uomo che arriverà.

E quella sarà la mia prima volta.

Prec.

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