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“La Gang del pensiero” di Tibor Fischer e la vita al di qua del bene e del male

In un tempo dominato dalla crisi, ma anche dall’opportunità di riconsiderare il nostro posto nel mondo e l’orizzonte di senso che riusciamo a costruire, nel bene e nel male, la lettura de La Gang del pensiero, il romanzo di Tibor Fischer che esce in Italia grazie alla casa editrice Marcos y Marcos (2020), può costituire un vero toccasana. L’umorismo nero di marca anglosassone, infatti, caratterizza l’intera narrazione delle vicende di Eddie Coffin, filosofo di Cambridge che un mattino si risveglia nudo, in una stanza anonima, senza aver alcun ricordo di cosa gli sia accaduto.

L’incipit potrebbe essere definito kafkiano, se non fosse per il fatto che il racconto in prima persona del protagonista è intriso di humor e di sincero spaesamento. Quando Coffin, per fare un esempio, risponde alle domande dei poliziotti che hanno fatto irruzione, trasformandole in altrettante versioni di quella meraviglia dalla quale è nato il pensiero filosofico occidentale, il risultato è l’arresto e l’indelebile etichetta di persona inattendibile e pericolosa. E lui ripensa, allora, all’aforisma di Nietzsche: quel che non m’uccide mi rende più forte. Aggiungendo che non si sa mai quando il grande filosofo tedesco parla sul serio o no.

la gang del pensiero

Ne La Gang del pensiero, il protagonista, uomo e filosofo ormai allo sbando, fugge dal suo paese, dal passato e dalle possibili conseguenze anche penali della sua vita ordinaria. E lo fa per carenza di futuro, come spiega a se stesso e a noi lettori, partendo soprattutto da due considerazioni principali: cosa si è lasciato alle spalle e le relazioni lasche e contraddittorie che intrattiene con gli altri esseri umani. La lista delle cose che lascia comprende nomine mancate, patate mal sbucciate, treni soppressi e via dicendo, fino alla riflessione sul fatto che molti considerano la propria esistenza non come vita ma come contenitori di vita. Ripensando, invece, alle relazioni con gli altri esseri umani che ha incrociato sulla sua strada, Coffin ricorda che quelli a cui sta antipatico lo hanno definito alcolizzato, giocatore d’azzardo, spazzatura, disastro, imbroglione e quelli a cui sta simpatico, invece, hanno detto, più o meno, le stesse cose.

Il nostro antieroe sceglie dunque di andarsene in Francia, ma durante il viaggio è vittima di un incidente e perde tutto quello che ha portato con sé, tranne una valigia con dei libri. Gli va proprio tutto male, fin quando incontra Hubert, un ex galeotto con un solo occhio, un solo braccio e una sola gamba, che però è un ottimo artigiano o forse addirittura un artista del crimine e mostra di possedere una discreta saggezza nelle vicende della vita quotidiana. Lui che fin dalla giovane età ha conosciuto la galera, che preferisce comunque all’orfanotrofio pubblico perché almeno lì nessuno ti fa credere di essere libero.

Coffin e l’ex carcerato diventano rapinatori di banche, ma anche stavolta la somma delle parti produce qualcosa di diverso e, grazie alla loro filosofia dell’azione criminale, la Gang del pensiero, come si fanno chiamare, diventa l’incubo delle forze dell’ordine. Fino a quando i due compagni di strada, forse alla ricerca dell’immortalità, decidono di fare la rapina del secolo.

Dal suo precedente Sotto il culo della rana (1992) al più recente Viaggio al termine di una stanza (2003), Fischer, sessantunenne scrittore inglese, ci ha abituato alla tragicomicità dei personaggi e delle vite di cui racconta e, soprattutto, al sottotesto che accompagna le disavventure personali e la miseria sociale delle loro esistenze. Una descrizione umoristica e amara dell’ambivalenza affettiva degli esseri umani e della problematica dicotomia bene/male, che è una caratteristica saliente, in effetti, dell’avventura dell’homo sapiens nel suo cammino storico.

Lo scrittore Fischer e il personaggio Coffin, insomma, invitano noi lettori a ripensare, nei modi di una narrazione leggera, surreale e dissacrante ma per niente banale, a quella discrepanza che esiste tra il pensiero e l’azione, tra la costruzione societaria e il suo tradimento vitale. Ma anche alla debolezza della base ideativa e morale delle comunità umane, soprattutto nell’età contemporanea delle crisi sociali e ambientali, di fronte alla dura realtà dell’esistenza quotidiana.

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