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La fragilità idrogeologica e politica del Bel Paese nella sfida al cambiamento climatico

Vincenzo Villarosa di Vincenzo Villarosa
9 Novembre 2021
in Attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Le cronache degli ultimi giorni sull’emergenza maltempo in Italia ci parlano di dodici morti in Sicilia – dei quali nove nella villetta a Casteldaccia, in provincia di Palermo, sommersa dall’esondazione del fiume Milicia –, di un uomo deceduto nella sua auto invasa dalle acque del fiume San Leonardo a Vicari e dei corpi di una coppia tedesca che sono rimasti intrappolati in un torrente improvvisamente ingrossatosi a Cammarata, in provincia di Agrigento. Il Nordest dello Stivale, intanto, soprattutto la zona del bellunese, ma anche in Trentino e parte del Friuli, è stato sconvolto nei giorni precedenti: centomila ettari di bosco distrutti nell’Altopiano di Asiago dove i Vigili del Fuoco, l’esercito, i volontari e gli uomini della Protezione Civile hanno incontrato gravi difficoltà nel fronteggiare i danni alle infrastrutture per l’interruzione dei servizi di base delle comunità cittadine. È l’immagine, quella di queste ore, della già nota fragilità idrogeologica della penisola italiana e dell’inadeguatezza che il sistema-paese mostra nell’affrontare le sempre più frequenti e intense manifestazioni del cambiamento climatico che riguarda l’intero pianeta.

Il dramma delle popolazioni montane che non riescono da tempo, anche a causa dello spopolamento del territorio, a gestire un’efficace prevenzione, e delle città non abituate e attrezzate a contrastare i fenomeni che vanno al di là di quelli già conosciuti – proprio in questi giorni si ricorda il dramma dell’alluvione di Firenze del 1966 – ma non così frequenti e dell’intensità manifestatasi negli episodi più recenti, è aggravato dalle usuali scene del “teatro politico”. Il Premier Giuseppe Conte, in effetti, non ha fatto mancare la sua presenza, volando in elicottero per visionare le zone del palermitano colpite, assicurando presto aiuti per almeno un miliardo di euro per tutte le aree coinvolte e impegnandosi a eliminare le solite lentezze delle procedure burocratiche perché la precedenza va alla tutela delle vite umane. Il baldanzoso Ministro degli Interni Salvini, invece, anche in questo frangente non ha abbandonato la “modalità in propaganda elettorale” che lo distingue ed è andato in Veneto a sbraitare contro gli ambientalisti da salotto che sono sempre contrari, a suo avviso, a ogni provvedimento adottato per la costruzione di strutture e infrastrutture che possano mettere in sicurezza l’intero Paese. Di rimando, gli oppositori del PD e di altre formazioni politiche gli hanno subito ricordato che proprio lui, nel recente passato, è stato tra quelli che hanno votato per i condoni. Alcuni commentatori, in particolare, hanno fatto notare come nella zona della tragedia siciliana, con la villetta abusiva costruita a meno di centocinquanta metri dal greto del fiume, ci siano stati negli ultimi anni più di trecento provvedimenti per abusivismo edilizio, di cui centocinquanta sono diventati ordinanze di demolizione, ma soltanto una dozzina sono stati eseguiti.

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In coda alle polemiche e allo scaricabarile delle responsabilità tra le diverse governance politiche, inoltre, va segnalata la grave perdita di cospicui finanziamenti stanziati dall’Unione Europea negli anni passati. In un Paese in cui il 90% dei Comuni è a rischio idrogeologico, il direttore della Protezione Civile Borrelli ha ricordato che dai primi mesi del 2013 alla fine del 2017 si sono già avuti danni per circa un miliardo di euro per le attività produttive e sette miliardi per le infrastrutture pubbliche. Come se non bastasse, il governatore Zaia ha parlato di circa un miliardo di danni dovuti agli ultimi eventi e la Coldiretti ha stimato la perdita di almeno quattordici milioni di alberi che va ad aggravare il drammatico dissesto e l’alterazione dell’ecosistema ambientale. Intanto, a Venezia l’acqua alta ha invaso il 10% della città e in pianura si sta continuamente monitorando la piena del Po, con particolare attenzione alla zona del delta del grande fiume. L’allerta meteo in diverse aree, quindi, prosegue e dopo una settimana che ha visto in gravi difficoltà molte città e regioni, flagellate da forti venti e piogge torrenziali – soprattutto la Liguria, Roma e il Basso Lazio, la Toscana, l’Emilia, Napoli e altre porzioni della Campania, con la triste conta di diciotto vittime – sono preoccupanti gli sviluppi della situazione in atto in Calabria, dove si segnalano diverse inondazioni di campagne, strade e zone cittadine, come a Rosarno.

Il drammatico susseguirsi degli avvenimenti in Italia, purtroppo, fa parte di un quadro locale che rimanda al più ampio e articolato fenomeno dei cambiamenti climatici globali in atto sull’intero pianeta Terra, studiati attentamente da migliaia di scienziati di tutto il mondo, dal 1988, per conto dell’IPCC – acronimo che indica la sigla dell’Intergovernmental Panel On Climate Change, l’Osservatorio Mondiale sul Clima, creato in quell’anno dalle Nazioni Unite. In diversi convegni internazionali, gli studiosi hanno dichiarato che vi è certezza scientifica che le attività umane – ad esempio, gli allevamenti intensivi e l’agricoltura altamente industrializzata – siano responsabili in misura notevole del global warming (il surriscaldamento globale) e, di conseguenza, degli attuali sconvolgimenti climatici. Le conclusioni della comunità scientifica restano inascoltate, comunque, e spesso non hanno alcun potere nel cambiare le politiche economico-sociali e ambientali attuate dai governi degli Stati nazionali, quasi sempre orientati ad assecondare le logiche affaristiche delle strutture industriali e finanziarie, nazionali e sovranazionali. Lo stile di vita consumistico ed energivoro occidentale, diventato ormai un modello planetario, è dominato dallo sfruttamento infinito di un pianeta dalle risorse grandi ma finite. La qualità della vita, la sicurezza dei cittadini e la necessità di uno sviluppo ecosostenibile che rispetti e salvaguardi l’ambiente naturale, quindi, sono diventati aspetti residuali se non un ostacolo da eliminare dinanzi al mito del benessere materiale.

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