Regno Unito - Brexit
Il Fatto

Il Regno Unito ha un problema, anzi due

Il Regno Unito ha un problema con il suo Primo Ministro, Boris Johnson, e, finalmente, ha deciso di ammetterlo innanzitutto a se stesso. L’inquilino del numero 10 di Downing Street è vittima dei suoi eccessi e delle proprie bugie, quelli che lo avevano portato al potere nel 2019 e che, ora, irritano i sudditi di Sua Maestà e i colleghi del partito conservatore. Le buffonate di Johnson sono costate a Londra e ai conservatives molto più di quanto ogni stima finanziaria potrà mai raccontare: tra posti di lavoro persi e/o rimasti vacanti, dazi dogali alle stelle, il difficile approvvigionamento di benzina o latte, fino alle recenti rivelazioni sulle feste organizzate in pieno lockdown nazionale, Boris Johnson è il volto del fallimento britannico.

Le prime avvisaglie del non-accordo con la UE in materia di immigrazione e dogane si erano presentate già la scorsa estate, quando gigantesche file di automobilisti attendevano alle pompe del rifornimento di poter fare il pieno alla macchina e i fast food esponevano cartelli per avvisare i clienti: niente più pollo o milkshake. Già, perché le assurde politiche della Brexit avevano reso difficili – e in alcuni casi impossibili – i rinnovi di migliaia di contratti del personale extracomunitario, ossia di qualunque individuo che non fosse nato sotto la bandiera inglese, scozzese, gallese o dell’Irlanda del Nord, e la carenza improvvisa di camionisti o dipendenti dell’industria alimentare rendeva critici anche gli approvvigionamenti essenziali, come il latte per i frullati.

Il Natale 2021, per i britannici, non è stato la solita esibizione di arroganza capitalistica da sfoggiare con le immagini scintillanti da Oxford Circus sui tg internazionali, tutt’altro. Scaffali mezzi vuoti – soprattutto in periferia – e prezzi esorbitanti anche per beni di prima necessità hanno reso le feste dei sudditi di Elisabetta II più amare del solito. A quanti, nei mesi scorsi, avevano fanno notare a Johnson la drammatica mancanza di manodopera necessaria al Paese, il Premier aveva risposto con l’ormai stantio British First, respingendo ogni ragionevole invito a trattare con Bruxelles per un accesso facilitato ai lavoratori del continente.

Così, con la complicità della pandemia, anche i consumi sono schizzati alle stelle, dalla benzina all’elettricità, con le bollette d’oltremanica lievitate fino al 50%. Il boomerang innescato da Boris Johnson e dalla Brexit ha creato un pericolo per il Regno Unito che va ben oltre la mancanza delle crocchette di pollo per i panini al McDonald’s. Ciò che il partito conservatore – rinominato Brexit Party per l’occasione – ha colpevolmente ignorato è come i lavoratori stranieri, nel Regno Unito, non abbiano mai rappresentato un problema, un danno per l’erario nazionale, quanto piuttosto un asset irrinunciabile, persino strategico: un immigrato, per Londra, si traduceva in un’intera economia, non solo perché capace di soddisfare la domanda che la stessa Inghilterra (e così per la Scozia o il Galles) era capace di offrire, ma anche perché, spesso, quest’ultimo portava con sé famiglia e consumi, oltre che tasse per il proprio impiego. Dunque, a che scopo raccontare una realtà che non è mai esistita?

Con l’impegno di portare a compimento la Brexit, solo due anni fa, Boris Johnson offriva agli inglesi la promessa di poter infrangere ogni regola possibile e immaginabile e di uscirne, in ogni caso, con lo scettro del potere sempre ben saldo tra le mani. Come un editoriale dell’Economist ha ben descritto, gli elettori che erano stanchi delle sottigliezze lo apprezzavano, come i bambini amano le pagliacciate. Solo che, poi, anche i bambini crescono e delle scemenze non ne hanno più voglia, e la leadership di BoJo è ormai appesa a un filo.

L’impatto del Covid, su una situazione già fortemente compromessa, ha ingigantito tutto quanto appena descritto. Inoltre, la pandemia ha messo in crisi anche il già malconcio sistema sanitario nazionale, l’NHS, creando alle casse di Londra un buco finanziario incalcolabile. Se a questo si aggiungono le strette emanate per il contenimento del virus, i sacrifici richiesti alla popolazione, ecco che le feste private organizzate dal Premier in pieno lockdown prendono la forma non solo dell’ennesima presa in giro, ma anche della totale mancanza di rispetto di popolazione e personale impegnato nella lotta alla malattia.

La reputazione dei conservatori – incapaci di una politica degna di nota dai tempi di Margaret Thatcher – è molto compromessa, Boris Johnson è stato scaricato non soltanto dai suoi sostenitori, ma anche dai colleghi di partito, che vorrebbero portarlo alle dimissioni per non affossare le residue speranze della coalizione di proseguire nella guida del governo. Sembra improbabile, infatti, che la metà dei conservatives al Parlamento voterà per la sua espulsione. Johnson lo sa e intende tirare avanti aggrappandosi a ciò che sa fare meglio, raccontare fesserie e prendere in giro gli elettori di cui millanta di voler fare gli interessi.

Recitare la parte del beone inconsapevole delle sue marachelle, però, stavolta sembra non potergli bastare. Il futuro di Johnson e dell’intero Regno Unito non si deciderà in Aula, non saranno il giardino di Downing Street e le feste del Premier a decretare le sorti di Londra, ma gli scaffali dei supermercati, i distributori di benzina, le sale degli ospedali, le dogane di Dover e Heathrow. La Brexit ha fallito e la sua natura beffarda si svela a solo un anno dalla sua entrata in vigore, la Gran Bretagna è di fronte a un problema da risolvere in fretta, anzi due. Uno è Boris Johnson e, finalmente, ha deciso di ammetterlo innanzitutto a se stessa.

Il Regno Unito ha un problema, anzi due
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