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I “romanzi dell’identità” di Pajtim Statovci tra folklore e talent show

Marina Finaldi di Marina Finaldi
18 Novembre 2021
in Interviste
Tempo di lettura: 6 minuti
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Nei primi romanzi di Pajtim Statovci usciti per Sellerio, Le transizioni e Gli invisibili, ricorre con prepotenza il tema dell’identità. Così Jonathan Bazzi ha presentato l’autore finlandese al Salone del Libro di Torino agli astanti di una sala blu gremita. L’io narrante de Le transizioni sfugge a se stesso nelle capitali di mezzo mondo, vestendo ora i panni di un uomo, ora quelli di una donna, ingannando tutti nel tentativo d’ingannarsi e annegare il suo sofferto passato, sepolto nella lontana Albania e in fondo al mare. Uno dei due protagonisti de Gli invisibili reprime la propria omosessualità, si nega la possibilità di amare perché, se è vero che non si può scegliere chi si è, si può sempre scegliere di rifiutarlo nel tentativo di non subire il dolore, lo scorno, l’abbandono. Alla definizione di romanzi dell’identità, aggiungerei la precisazione di romanzi dell’appartenenza.

Com’è sempre più frequente negli scrittori di questa generazione (Statovci è nato nel 1990), l’io cosmopolita del mondo globalizzato si fonde – spesso in maniera dissonante – con un io bambino che custodisce nello scrigno della memoria le suggestioni sinestetiche dell’infanzia altrove. Le due fatiche di Statovci suggeriscono, infatti, che un fondamentale tassello dell’identità è dato dai luoghi che si abitano, dalle collezioni di ricordi, favole, memorie che costituiscono le nostre radici. Accade così che racconti del folklore albanese invadano la narrazione di entrambi i romanzi, la stravolgano offrendo una lettura straniante e simbolica delle vicende e delle vite dei personaggi.

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Arsim, uno dei due protagonisti de Gli invisibili, vuol diventare scrittore e nel suo esercizio letterario fa per la prima volta la sua apparizione il Bolla, il serpente alato che dimora nella montagna del diavolo, creatura della mitologia albanese e titolo originale del romanzo nella sua edizione finlandese.

Abbiamo raggiunto Statovci per un’intervista proprio al Salone del Libro di Torino e, lì, ci ha raccontato delle origini delle sue storie, del suo rapporto con il mito e la sua universalità.

«Ciò che mi affascina del Bolla è che può essere cose diverse allo stesso tempo. Nel folklore possono coesistere diversi aspetti: ad esempio, non è raro che gli uomini diventino donne e le donne uomini, o che un serpente alato possa convivere con una donna. I miti e le creature del mito hanno popolato la mia infanzia. Mi importunano con le loro domande da che ho memoria, ecco perché nei miei romanzi comincio da una domanda che mi tormenta, che non mi dà pace, che non mi spiego. Credo che i miti siano universali, che riescano a racchiudere l’intero mondo in un minuscolo racconto. Sono uno scrittore che fa molto affidamento sulle metafore: quando mi assale il bisogno di raccontare qualcosa con urgenza, mi lascio ispirare delle storie della mia infanzia che, credo, mi mettono in sintonia con il mondo. Tutto ciò che ho vissuto, che ho studiato, che ho letto ritorna, in qualche modo, sempre alla mia infanzia».

L’infanzia e la centralità delle esperienze infantili nel divenire (di) un individuo sono un altro dei temi centrali de Le transizioni, in cui l’unico elemento a tenere legato il protagonista con il suo passato sono le storie che gli raccontava suo padre. Bujar adulto sopravvive dentro le storie che inventa per sé, riscrive il suo presente di continuo, cambia pelle, nome, nazionalità a seconda di chi gli sta davanti. Un bugiardo patologico dice Statovci:

«Quando il libro fu pubblicato in Finlandia, mi colpì molto che non fosse stato immediatamente capito che il programma televisivo che compare alla fine del libro sia l’analogo di una menzogna. Il libro parla di un bugiardo patologico che indossa una nuova identità per farsi accettare dalla reality TV. La TV mente, sfrutta le persone che prendono parte ai reality show, creando una versione di quella gente che sia appetibile per il pubblico. La produzione del talent (del testo) sfrutta il protagonista e la sua storia senza rendersi conto che ciò che lui offre è pura invenzione e questa sezione del libro, che si trova alla fine, potrebbe benissimo fungere da inizio».

Quello che Bujar costruisce è, dunque, una sorta di complicato cerchio della menzogna, dove ogni performance d’identità si avvita alle altre al punto da rendere indistinguibile la scaturigine. Statovci inserisce il tassello della reality TV per tracciare un parallelo tra immigrazione e spettacolarizzazione della migrazione:

«Per me, i collegamenti tra l’immigrazione e la TV dei reality sono evidenti perché ci si aspetta dall’immigrato che si adatti e che funzioni perfettamente come ingranaggio del sistema paese in cui si è trasferito. Come nei reality, viene confezionata (non imposta) per lui una nuova identità. I talent e i reality sono pieni di concorrenti la cui unica funzione è essere presi in giro o umiliati dal pubblico. Il protagonista de Le transizioni è consapevole di questa gerarchia di potere: ad esempio, mente sulle proprie origini albanesi quando si trova in Germania perché per lui ha senso farlo, perché mentire gli permette di controllare il tipo di stereotipi e di discriminazioni che gli piovono addosso. Alla fine, pensa, sono stato io a prendere in giro chi voleva prendere in giro me».

Ascoltando le parole di Statovci, vengono alla mente le immagini sempre uguali, le narrazioni per luogo comune alle quali la tv affida il racconto della varietà umana. I telegiornali che calcano l’enfasi sulla nazionalità del piccolo criminale di turno, sulle ondate di migranti dal mare, il talent del sabato sera che racconta la storia di riscatto di un disgraziato dall’italiano zoppicante, gli sketch comici che imitano accenti e professioni ormai associati alle persone d’origine esteuropea, la sessualizzazione delle soubrette latinoamericane. Forse è vero, come afferma lo scrittore, che il mondo lo si può capire meglio attraverso le metafore che genera e che essere consapevoli della loro presenza può permetterci di sovvertirle, di non restare schiacciati sotto il peso della narrazione che qualcun altro ci impone.

I protagonisti di Statovci appaiono sospesi tra l’essere e l’appartenere. Si può camuffare, reprimere, travestire, rinnegare il primo, ma il secondo continua beffardo a emergere. L’appartenenza, l’origine, si riaffaccia dai tratti del volto tramandati di padre in figlio, si avverte nel costante sentirsi diversi, impostori, né l’una né l’altra cosa. Bujar, in Le transizioni, sceglie riottosamente di essere tutto: di abitare tutte le possibilità, esplorare tutte le ipotesi, dare in pasto agli avidi sguardi passeggeri nella sua vita esattamente lo spettacolo che si aspettano di vedere.

Per i protagonisti de Gli invisibili, la storia è diversa. Statovci la definisce una storia d’amore impossibile tra un uomo serbo e uno albanese allo scoppiare della guerra in Kosovo. L’impossibilità non è data solo dalle contingenze storiche, ma anche dall’incapacità di riconoscere, di nominare, di raccontare ciò che si prova. Così, nell’operazione a cuore aperto che è la scrittura, Arsim si trincera dietro il racconto fantastico, un regno in cui tutto è possibile, perfino specchiarsi. Il suo amante Miloš, invece, spezzato dalla guerra, lascia fluire il racconto di sé in lunghe lettere indirizzate, e mai consegnate, ad Arsim. Insieme, da vicino, non diranno mai a parole il loro desiderio, se non adoperando una lingua-ponte: l’inglese. Un espediente che, peraltro, viene adottato anche nel romanzo precedente:

«È stata una scelta intenzionale perché non riescono a dare un nome a ciò che condividono. Le loro lingue d’origine li tradiscono quando provano a esternare la loro relazione. Hanno bisogno di un altro mezzo espressivo, ma anche quella lingua, alla fine, si rivelerà inefficace.

Anche se a quel tempo l’inglese veniva insegnato, la scelta di utilizzarlo può spiazzare perché era il serbo a essere obbligatorio a scuola. Il motivo, però, è questo: con il linguaggio che già padroneggiano non riescono a penetrare nelle loro menti e nei loro cuori allo stesso modo di una terza lingua, estranea a entrambi, e forse questa si potrebbe leggere anche come metafora del rapporto che ciascuno ha con la propria omosessualità. Non riescono a darle un nome in serbo o in albanese, perché nelle loro lingue sono prigionieri di un mondo in cui il loro orientamento sessuale è innominabile. Serve proprio un’altra lingua. Nel libro, c’è una frase che recita più o meno così: in questo modo, saremo finalmente liberi».

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