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“I ritorni” e la poetica del viandante Achille Pignatelli

Se la poetica di un autore si esprime tra scelte di vita individuali e rimandi alla tradizione artistica e letteraria che ha preceduto il suo stare al mondo, nella raccolta di poesie I ritorni. Orientarsi tra il suono dello spazio e la forma del tempo (Homo Scrivens, 2019), Achille Pignatelli rappresenta la poetica del viandante, che si muove attraverso le coordinate spazio-temporali durante il cammino etico ed estetico che propone nella sua produzione letteraria.

Non è per caso, infatti, che l’autore ci ricordi, in esergo, la vicenda del giovane Christopher McCandless che abbandonò la Virginia occidentale e la famiglia, subito dopo la laurea, per intraprendere un viaggio di due anni attraverso gli Stati Uniti fino a raggiungere le terre selvagge dell’Alaska e là terminare, involontariamente, la sua esistenza. La storia di Alexander Supertramp – questo era il soprannome del viaggiatore esteta che ha per casa la strada – ci è stata raccontata nel libro Nelle terre estreme di Jon Krakauer e nel bellissimo film Into the Wild scritto e diretto da Sean Penn nel 2007.

pignatelliAchille Pignatelli nasce a Napoli nel 1988. Inizia a scrivere nel 2009 e diverse poesie vengono pubblicate in antologie letterarie. Nel 2012, è tra i finalisti del concorso Subway, con il racconto Amore cercasi. Dopo la laurea in Filosofia, conseguita nel 2014, inizia a scrivere per la rivista letteraria Mosse di seppia, di cui è attualmente direttore artistico e caporedattore della sezione poetica. Da alcuni anni, è attivista della Rete di Collettivi Scacco Matto, in cui è inserito il collettivo NaDir, che nasce nel 2015, si occupa di produzioni culturali indipendenti e fa parte dell’organizzazione del Festival NaDir\Napoli Direzione Opposta. Dal 2017, lavora presso il Palazzo delle Arti di Napoli per il progetto PANKIDS.

Nella prefazione a I ritorni, in effetti, Silvio Perrella sintetizza bene l’impegno e la valenza sociale del lavoro poetico dell’autore, affermando che Achille è un napoletano che aspira a dare ai suoi gesti una conseguenzialità “politica” e la sua poetica è sostenuta dalla convinzione dell’impegno con il soffio necessario a trasformare il mondo in espressione. Il giovane poeta partenopeo, nell’introduzione del suo libro, scrive inoltre che è opportuno distinguere il modo d’essere dal moto d’essere, poiché il primo riflette cosa siamo e il secondo cosa possiamo essere. Più avanti, chiarisce meglio a se stesso e ai suoi lettori l’orizzonte filosofico e poetico della sua espressione letteraria, avvertendo che se il suono dello spazio non è altro che l’effetto che ha il movimento del tempo, della nostra circostanza, dell’epoca storica sulla nostra vita, anche il nostro suono è capace di influenzare la nostra fase storica, che è lo spazio entro cui ci muoviamo.

La poesia di Achille Pignatelli ci suggerisce la transitorietà dello spazio e della forma del tempo presente. La scrittura poetica, a volte densa e articolata e altre volte breve, come nella forma dell’haiku, è testimone delle possibilità e dei limiti dell’attualità storica ed esistenziale e, al contempo, della sofferta consapevolezza di questa determinazione del mondo vitale e, soprattutto, dell’irrinunciabile necessità di esprimerla con parole nuove e altri gesti. Passo dopo passo e di verso in verso, quindi, il poeta fa della Rosa dei venti il soffio che ci accompagna – dalla Tramontana che indica la via allo Scirocco, fratello della sabbia e ancora al Ponente che il bel tempo rimena e fino al Maestrale, il ruggito – per sentire e intravedere il vento nuovo, il nuovo inizio.

La costruzione dell’orizzonte etico/estetico di Pignatelli, infine, muove e ritorna dall’eternità dell’essere, dalla storia degli esseri umani e dalla loro comprensione e immaginazione del mondo. Il poeta viandante cerca la sua dimora nel mutevole paesaggio che attraversa durante il cammino per riuscire a dare un senso, qui e ora, al suo essere al mondo, al suo canto e al suono dei suoi passi.

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