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Attualità

Il razzismo sistemico di cui gli USA non si libereranno mai

Sulla bocca di tutti e nel cuore di tanti, l’episodio di violenza della polizia americana ai danni di George Floyd ha scatenato reazioni indignate in ogni angolo della Terra. La rabbia per un razzismo invincibile e il dolore per i dieci lunghi minuti che hanno decretato la fine brutale di una vita indifesa hanno fatto il giro del mondo, ma negli Stati Uniti le rivolte stanno prendendo pieghe inaspettate.

Le proteste sono esplose sin da subito, le notti per la città di Minneapolis, così come per molti altri centri USA, sono state decisamente lunghe. Più tra tutte, forse, quella tra il 28 e il 29 maggio, durante la quale un commissariato di polizia è stato divorato dalle fiamme. Sebbene non esista giustificazione alla violenza, è chiaro perché essa sia esplosa, quando il suo carburante bruciava lentamente e silenziosamente da anni. È indubbio che l’indignazione generale rappresenti un’ottima occasione, per numerosi estremisti, di insinuarsi nelle proteste e spostare l’attenzione dei media sulla violenza, ma è anche vero che i media stessi stanno trascurando le manifestazioni assolutamente pacifiche a cui stanno partecipando migliaia di persone, rischiando di demonizzare il più che lecito movimento #BlackLivesMatter, che tenta di combattere un razzismo apparentemente irrimediabile che incontra tanti ostacoli quanto l’agognata parità.

Un razzismo fin troppo facile da decifrare nel quale è semplice identificare le innumerevoli sfumature di cui la discriminazione di ogni tipo si tinge. Alla base dei comportamenti discriminatori, infatti, risiede l’esistenza dei gruppi – etnici, religiosi, culturali o di qualunque altro genere – in cui l’essere umano si divide. E il razzismo è il fenomeno sociale per cui il proprio gruppo d’appartenenza, quello nel quale ci si identifica, è ritenuto superiore agli altri. Ma non è semplice capire fino a che punto arrivi questa arrogante convinzione di superiorità finché non accadono tragedie, che speriamo irripetibili, come quella che ha rubato la vita a George Floyd.

Chiunque abbia avuto il coraggio di guardare il video di quei terribili minuti ha provato inevitabile empatia osservando il volto terrorizzato di un uomo che stava per morire. È normale identificare le proprie emozioni in quelle degli altri. Anzi, è proprio la capacità di fare da specchio alle sofferenze altrui che ci identifica in qualità di esseri umani. L’uomo, in casi di normalità, prova inevitabilmente empatia per i suoi simili, è in grado di porsi nello stesso stato d’animo di un altro uomo. Ed è proprio questo il triste e angosciante punto. Nessuno avrebbe potuto non provare pietà in quell’orribile circostanza e fermare la mattanza avrebbe dovuto essere l’inevitabile conseguenza. Ma, allora, perché non è accaduto? I presenti, i poliziotti in primis, non sono in grado di provare empatia? E agli uomini che uccidono, schiavizzano e torturano i membri di altre razze, di altre culture, di altre religioni o di altri generi in ogni angolo del mondo, manca quel senso di humana pietas? Forse, più semplicemente e molto più spaventosamente, non è la capacità di provare empatia a mancare, ma l’identificazione dell’altro come pari. È questo il razzismo nella sua forma più violenta: la convinzione che l’altro da sé sia meno che umano.

Episodi come quello di cui stiamo raccontando da giorni e dimostrazioni di razzismo tanto violento e radicato sconvolgono l’opinione pubblica che, però, appare ignara della vera natura delle discriminazioni su base razziale. Il colore della pelle è stato discriminante per l’attribuzione dei diritti tanto quanto per le conquiste personali in ogni terra solcata dall’uomo, ma particolarmente negli Stati Uniti, che fondano la propria giovane storia proprio su fatti come questo, su una dirompente intolleranza della supremazia bianca nei confronti di chiunque abbia sfumature diverse sulla propria pelle. E sebbene possa apparentemente ripercuotersi solo in casi estremi, in realtà ogni aspetto della vita, nei moderni Stati Uniti, è caratterizzato dal cosiddetto razzismo sistemico, un sistema invisibile di penalizzazione su base razziale che rende colpevole di razzismo anche chi si ritiene inclusivo, per il semplice fatto di godere dei benefici ottenuti dalla penalizzazione degli altri.

La schiavitù del passato, tanto quanto la segregazione razziale che è persistita per i decenni successivi, sono legalmente abolite, ma non sono cancellate. Le leggi che compongono la giurisprudenza statunitense hanno avuto origine in periodi di razzismo radicato, così come l’assetto culturale, il sistema sanitario, l’istruzione, addirittura il sistema dei trasporti. Se ogni altro aspetto della vita USA si fonda su principi di disparità, il fatto che la discriminazione sia ufficialmente abolita non la fa sparire. È per questo che si parla, appunto, di razzismo sistemico, come qualcosa che è intrinseco nel sistema e che risulta impossibile da debellare.

Ne sono un esempio le strade di Atalanta, costruite in epoca segregazionista in modo da impedire ai neri di raggiungere i bianchi: sui percorsi che avrebbero dovuto congiungere i quartieri degli afroamericani, ogni tunnel è stato intenzionalmente costruito in modo che fosse troppo basso perché gli autobus potessero attraversarlo. In questo modo, le fasce più povere della popolazione non avevano la possibilità di raggiungere il centro città con i mezzi pubblici, restando confinate nei loro quartieri.

Un sistema stradale così costruito rende le disparità reali ancora oggi. Una sanità e un’istruzione fondate sulla ricchezza non solo penalizzano chi ha scarse risorse, ma ostacolano anche le possibilità di emanciparsi. Lo stesso vale all’interno dell’ambito professionale: recenti ricerche dimostrano che a parità di curricula, i nomi che suonano bianchi hanno il doppio delle probabilità di assunzione dei nomi che suonano neri. Insomma, l’emancipazione dal razzismo sistemico è pressoché impossibile. Quello degli Stati Uniti è un problema sociale, un difetto genetico dell’apparato culturale del Paese stesso.

Sebbene il razzismo sia un problema mondiale, dunque, negli USA è più radicato di quanto pensiamo. Spaventose ingiustizie, come quella che ha vissuto la famiglia Floyd, sono sempre esistite, così come la violenza della polizia nei confronti dei cittadini più sgraditi. Ed estirpare radici tanto profonde è difficile anche in tempi che dovrebbero apparire più imparziali e assennati del passato. L’unica differenza, probabilmente, sta in quello che possiamo fare e dire oggi. Quel razzismo può essere filmato, documentato e reso pubblico, la morte di George e la violenza repressiva della polizia possono sconvolgere il mondo e aprirgli gli occhi. Certo, la strada per la parità è lunga, e nulla cambierà finché non saranno le menti e la volontà delle persone a cambiare. Ma fare rumore è il primo passo perché le ingiustizie non restino inosservate.

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