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I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.1)

La Questione Meridionale dal Primo Quaderno

Il dualismo città/campagna e il ricorrente pensiero che la prima sia strutturalmente più emancipata della seconda non tiene conto della realtà italiana. Napoli, ad esempio, ha la convivenza di una popolazione tipicamente rurale e di una urbana. È come una città di assordante silenzio: c’è ancora odio e disprezzo verso il cafone, quanto una stratificazione persino linguistica di differenze sociali.

L’episodio della Repubblica Partenopea del 1799, dove la campagna, guidata dal cardinale Ruffo, schiaccia la città dei giacobini, apre lo scontro storico mai sanato tra la città e la campagna, tra Nord e Sud. La prima, insorta, aveva completamente dimenticato la seconda, trascurandola nei suoi legami con la Chiesa e nei suoi rapporti feudali. Così l’esperienza giacobina napoletana ne fu travolta.

Il rapporto Nord/Sud può essere visto come un continuo scontro tra la città e la campagna. Dove al distretto industriale e alla concentrazione di forze finanziare del Nord viene contrapposto un Sud che diventa colonia, luogo di smercio di prodotti non propri. Al tempo stesso, è proprio al Sud che le istanze della politica possono – se interagiscono con i territori e la loro lingua – trovare terreno fertile per azioni di massa.

Il Sud ha iniziativa, oltre che nel 1799, anche nel Risorgimento ottocentesco: ’20-’21 Palermo, ’47 Messina, ’48 Napoli e Sicilia. E, possiamo aggiungere, Napoli è di fatto la prima città in Europa a essersi liberata dal nazifascismo da sola. Gli alleati entrarono in una città già libera, già in festa. Il dramma del Sud è la persistenza di intellettuali di tipo “curiale”, che significa di atteggiamenti da clerichetto, o “del paglietta”, cappellino dei gagà di allora che potremmo traslare in gattone da salotto di sinistra rosa confetto attuale, che fanno da tramite tra la massa e le classi dirigenti, ancora e comunque di connotazione feudale.

Al Nord, invece, la figura dell’intellettuale “tecnico”, ossia in qualche modo legato ai fenomeni industriali o sindacali, crea collegamenti più virtuosi e maggiormente incentrati a qualche tipo di servizio alla popolazione. Solo con questa carenza di spirito critico delle classi dirigenti del Sud si può spiegare che, già prima del fascismo, troviamo un blocco teso a rafforzare l’egemonia di una industria settentrionale, a discapito di un Sud “semicoloniale”. Il Mezzogiorno così si trova gestito in due modi:

sistema poliziesco: di repressione, di stragi cicliche di contadini e operai, di silenzi comprati, di controllo delle università e dei movimenti, di patti scellerati per la gestione del territorio con frange di criminalità organizzata;

misure politiche: favori personali al ceto dei paglietta e ai pennaioli, permesso di saccheggio delle pubbliche amministrazioni. Praticamente, corrompendo e infiacchendo le élite che potrebbero, invece, organizzare un tessuto di resistenza civile.

La miseria del Mezzogiorno, apparentemente inspiegabile, trova giustificazione nelle stesse premesse dell’Unità d’Italia, non creata su una base di uguaglianza, ma di egemonia. Del Nord sul Sud e delle città sulle campagne. Un doppio binario sul quale ogni politica si è successivamente incentrata. Il Nord è una piovra che si arricchisce alle spalle del Sud. Esempi storici innumerevoli ne sono inconfutabile prova.

Non è quindi corretta la tesi che la povertà del Sud dipende da cause interne al suo sottosviluppo. Anzi: è esatto il contrario. La menzogna di una miseria nata da un’incapacità organica degli uomini, dalla barbaria, persino da una diversità biologica è solo una giustificazione al perpetuare di un saccheggio economico, ma anche culturale e sociale. Il lazzarismo napoletano, caro ai pennaioli, è la conseguenza storica di un abbandono, non la sua causa.

Esempio di agire politico gramsciano nella Questione Meridionale:

Il giovanissimo Enrico Berlinguer, figlio di altissima borghesia sarda, fu uno dei capi della rivolta agraria per contrastare il latifondo in Sardegna. Era appena finita la guerra e il suo essere antifascista era di per sé un valore politico spendibile. Eppure l’antifascismo militante del giovane Berlinguer andava oltre il fascismo stesso: contrastarne le cause e dare al Sud speranze ed emancipazione. Era élite in senso gramsciano: andò in carcere, contrastò i propri interessi, quelli della sua famiglia e del suo ceto, per favorire un’idea di sviluppo collettivo. Niente pennaiolo o del paglietta, per intenderci.

Contributo a cura di Luca Musella

I “Quaderni del carcere” di Antonio Gramsci: una lettura (pt.1)
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